La rivolta dei segregati di Lesbo contro la nuova legge sull’immigrazione

Arrivo di corsa, il Bineio, lo squat di Mytilene, è un fermento di persone che parlano tantissime lingue diverse, ma più di tutto spiccano alte le esclamazioni, i malaka – espressione greca dalle tante sfumature, in questo caso di invettiva – che sono il frutto della tensione che noi come volontari e militanti stiamo provando in queste giornate. Le immagini che ancora sono dentro la mia testa, ma che nemmeno adesso riesco a incastrarmi dentro senza provare un fremito, mi fanno ribollire tutta. Il pensiero di Nawal, volontaria sull’isola di Lesvos (Lesbo), che è stata in questi giorni aggredita da un gruppo di fascisti mentre accompagnava in macchina quattro ragazzi rifugiati, mi porta a interrogarmi sulla mia libertà di movimento e su come devo percepirmi in questo spazio ibrido che è Lesvos.

Leggi anche il primo Reportage da Lesbo di Sofia Del Vita, Per svelare quello che l’Europa vuole nascondere

Arrivo di corsa e sento già la testa pesante, sento un peso all’altezza della gola che mi stimola una sensazione che non è paura, ma è quello stato di agitazione secco, in attesa di qualcosa che sta succedendo o sta per succedere. Le domande che faccio ad Amir sono rapide e sottovoce, l’assemblea è grande e ancora durerà per molto. Mi spiega come stiano avendo luogo pestaggi da parte di alcuni gruppi o singoli individui fascisti locali ai danni dei residenti del Moria Camp (campo di Moria), che la situazione è critica e che bisogna valutare bene come rispondere. Si parla di corteo. Amir mi guarda e non dice nulla e io so cosa vuole dirmi. Amir non potrà manifestare perché per la sua procedura di asilo è bene non esporsi. Amir, che è intrappolato su quest’isola da anni, che molto più di me avrebbe da urlare, non può farlo, se non ad un altissimo rischio.

Un momento della rivolta a Lesbo

Bella questa politica del terrore, della sicurezza e della repressione, bella questa democrazia europea. La mia mente lo scruta mentre segue l’assemblea, e piano piano mi si allarga uno spazio dentro, un luogo strano di non ritorno dove mi addentro e sento quasi di sprofondare. Mi tornano negli occhi le immagini delle proteste che hanno avuto luogo in queste giornate portate avanti dagli abitanti di Moria Camp, gli abitanti di quello che può essere a mio avviso perfettamente definito un campo di concentramento, tollerato e supportato dall’Unione Europea. Abitanti di tende che nella notte vengono squarciate da gruppi fascisti locali, così come è successo ad Ali Khan, un ragazzo con cui lavoro. Abitanti di un luogo che manca di qualsiasi infrastruttura, da strutture come case, all’impianto di fognatura, all’elettricità, alle scuole e all’assistenza sanitaria.

Questa prigione a cielo aperto obbliga i propri ospiti a spendere la maggior parte della giornata in lunghissime code per qualsiasi tipo di servizio e necessità, che sia il cibo, perlopiù avariato, o i bagni, o l’asylum office. I numeri parlano di 19.184 persone presenti nel campo di Moria, fra cui 1.049 minori non accompagnati e 88 detenuti nel pre-arrival center. Mi ritrovo a scavarmi dentro e a sentirmi corrodere per il silenzio colpevole che avvolge quest’isola. L’assenso al mantenere migliaia di persone in determinate condizioni di vita è lo stesso che ha portato a legittimare l’uso del gas lacrimogeno su manifestanti inermi. Manifestanti che la mattina si alzano senza potersi lavare, vivendo immersi nel fumo di piccoli fuochi o veri e propri incendi, negli odori emanati da spazzatura e feci. Manifestanti che spesso si svegliano accorgendosi che è stato loro rubato tutto o che la tenda è rotta e non hanno niente per ripararla e quindi il freddo entra dentro e bisogna tollerarlo. In maniera quieta e abnegata però, perché altrimenti diventi un pericoloso e violento criminale afghano.

Manifestanti che non hanno nient’altro a cui appellarsi se non un minuscolo maledetto foglietto chiamato Ausweis che in ogni momento ricorda loro l’impossibilità di uscire da questa prigione a cielo aperto in mezzo all’Egeo. Manifestanti che vivono in un campo dove omicidi, stupri e violenze sono parte integrante della quotidianità e oltre che esserne vittima devono pure subirne la strumentalizzazione politica, essendo additati come criminali violenti, incapaci di integrarsi nella socialità europea, che a Lesvos infatti fornisce un modello magistrale di integrazione inclusiva e rispettosa delle marginalità. È brillante e sagace l’intuizione di sottoporre ad ulteriori traumi persone fortemente traumatizzate prima nel paese di origine e poi nuovamente nel viaggio verso questa meravigliosa democrazia europea, costringendole a vivere senza un termine definito in condizioni disumane e costantemente esposte al rischio.

Polizia in assetto antisommossa contro i migranti

Questi manifestanti quando alzano la voce vengono sedati, al punto che nelle proteste di questi due giorni, chiara esemplificazione di cosa significhi criminalizzare i rifugiati e le loro istanze, ci sono stati 35 arresti e 32 condanne. Vengono sedati con una violenza istituzionale talmente radicata da essere praticamente invisibile all’occhio della maggior parte dei media, così come invisibile è stata l’applicazione della nuova legge greca 4636/2019 su – e contro – l’immigrazione. Questa legge amplia le motivazioni per incarcerare i richiedenti asilo, aumenta gli ostacoli burocratici per fare appello e rimuove le precedenti protezioni garantite alle categorie vulnerabili arrivate a Lesvos.

Precisamente, tutte le persone che adesso arrivano dalla Turchia sono obbligate a non lasciare l’isola fino a che la loro domanda non è stata esaminata, a meno che le restrizioni geografiche non siano eliminate a mera discrezione dell’autorità. Nel dettaglio sono possibili da evidenziare sette punti critici all’interno di questa nuova legge draconiana per meglio capire le proteste che stanno avendo luogo in questi giorni a Lesvos:

La negazione del diritto al lavoro

Dopo che il “New Democracy Party” è andato al potere nel luglio 2019, il governo ha fermato l’emissione dei social security numbers (AMKA) ai richiedenti asilo. Sebbene permetta l’emissione di un “temporary insurance number and healthcare of foreigners”, ancora ciò deve essere messo in atto. Questo cambiamento ha compromesso in maniera determinante la vita dei richiedenti asilo, in quanto l’AMKA in Grecia è un prerequisito per lavorare. Recentemente è uscito un decreto per l’emissione del numero provvisorio volto a sostiture l’AMKA, il quale permette l’accesso a servizi di assistenza sanitario e al lavoro, ma ancora non è stata fatta chiarezza sulla sua applicazione.

La negazione di fatto dell’accesso alla procedura d’asilo

Secondo la nuova legge è prevista una scadenza di sette giorni tra la simple e la full registration della domanda di asilo e se il richiedente non si presenta davanti alle autorità competenti nei 7 giorni il caso viene archiviato. Considerando il numero di persone richiedenti asilo a Lesvos, circa 20.000, è praticamente impossibile che riescano ad avere accesso all’ufficio nel giorno previsto, perché ci sono sempre centinaia di persone in coda. Ciò conseguentemente potrebbe protare alla chiusura di molte richieste e, in alcuni casi, alla detenzione e alla deportazione.

Il rischio di rifiuto della richiesta di asilo per via dell’impossibilità di rinnovo dell’ID Card

Per le richieste di asilo che vengono esaminate sotto la border procedure (la procedura applicata per coloro che arrivano nelle isole Egee dalla Turchia) il rinnovo dell’ID deve avere luogo ogni 15 giorni ed anche in questo caso le migliaia di richieste impediscono di ottemperare in tempo alle procedure burocratiche. La conseguenza di un mancato rinnovo con la nuova legislazione comporta che, se il richiedente non si presenta ad un giorno dalla scadenza, l’ID smetta di essere valido ex-officio e la richiesta d’asilo ritirata, considerando questo ritiro come decisione finale della richiesta di asilo. Ciò implica la necessità per il richiedente di fare appello, la quale procedura è piena di difficoltà. Negli ultimi giorni, presa consapevolezza delle conseguenze di questa modifica, è stato ripristinato il termine di 30 giorni.

La prioritizzazione delle nuove richieste presentate nel 2020

La nuova legge permette il processo accelerato delle richieste di asilo sotto la border procedure e RAO (Regional Asylum Office) e EASO (European Asylum Support Office) hanno prioritizzato l’elaborazione delle richieste di asilo dei migliaia di nuovi arrivati del 2020, post-ponendo tutti coloro che hanno fatto richiesta nel 2018-2019 e prolungando quindi il loro limbo infernale. Le interviste dei nuovi arrivati sono state fissate a pochi giorni dal loro arrivo, impedendo di fatto a questi di accedere alle informazioni legali necessarie e quindi minando le loro possibilità di un esito positivo.

Il ritardo nella qualifica delle categorie vulnerabili che porta al continuare ad imporre restrizioni geografiche per gli arrivi prima del 2020 

La precedente legge, designando determinate categorie vulnerabili, comportava la rimozione per queste delle restrizioni geografiche sull’isola di Lesvos, poiché a loro veniva applicata la regolare procedura di asilo e non la border procedure. All’interno di questa categoria vi erano minori non accompagnati, vittime di tortura, di stupro e altre forme di disturbi psicologici, persone con disturbi post-traumatici etc. Corrispondevano a questa descrizione l’80% dei richiedenti asilo. In realtà, molte persone arrivate nel 2019 che avrebbero dovuto essere identificate come categorie vulnerabili non lo sono state per via di errori e ritardi, come per esempio la mancanza di una valutazione medica accurata. Con la nuova legge le categorie vulnerabili continuano a seguire la border procedure e devono quindi sottostare alle restrizioni geografiche, avendo dunque negato in molti casi l’accesso all’assistenza e alle cure necessarie.

Gli ostacoli insormontabili per fare appello alle decisioni di rigetto

Secondo la legge, i richiedenti che fanno appello devono descrivere specificatamente le motivazioni affinché la loro richiesta sia ammissibile dalla Corte d’Appello. Ciò è praticamente impossibile senza l’aiuto di un avvocato, ma, sebbene lo stato sia obbligato a fornirne, questo diritto è negato da oltre due anni a Lesvos. È stato documentato dal Legal Center di Lesvos il caso di una famiglia con due bambini piccoli alla quale erano stati dati 5 giorni per fare appello e che non riusciva ad accedere all’ufficio sebbene effettuasse tentativi ogni giorno. Ad oggi il numero di giorni è stato aumentato a 10.

La negazione di un interprete in ogni stadio della procedura per richiedenti asilo detenuti che parlano lingue poco frequenti

Nel novembre 2019 sono state respinte 28 richieste d’asilo senza lo svolgimento di alcuna intervista con la motivazione che non era stato trovato un interprete. Il Legal center di Lesvos ha fatto appello contro questa pratica illegale. Nelle scorse settimane molti uomini dall’Africa subsahariana detenuti nel pre-arrival center – una prigione dentro Moria che si fonda sul criterio di detenere persone sulla base della nazionalità, i cosidetti low-profile refugees – hanno dovuto affrontare interviste in francese o in inglese a seconda della lingua del paese che aveva colonizzato quello di loro provenienza, sebbene fosse stato da loro espressamente richiesto un interprete nel loro linguaggio natio.

La consapevolezza della violenza istituzionale che sta dietro a questo tipo di legge mi pulsa nelle tempie, mi riempie di un magone strano che non riesco a definire se non tramite vari lampi di intuizione che mi evocano dentro la testa immagini forti, fitte al petto e parole. La fine dell’assemblea segna la decisione di un corteo lungo la strada per Moria. In mezzo al vento, al silenzio e al buio della notte ci muoviamo in gruppi verso il punto di partenza. La strada si profila ghiacciata e cupa davanti a noi e avverto dentro di me, aggrovigliato in mezzo alla tensione delle motociclette che passano e rallentano un po’ accanto a noi, un senso di partecipazione collettiva a qualcosa che riguarda non solo noi, ma quello che noi percepiamo come società.

Penso alla riot police sempre presente davanti a Moria, in quella che ai miei occhi risulta come una chiara intimidazione costante, tronfia di arroganza e immunità, che si rivolge sia a rifugiati sia a persone solidali con la loro condizione di oppressione. Polizia che sembra dispiegare molte delle sue energie nel controllo del lavoro dei volontari, effettuando periodici sopralluoghi e verificando spesso i documenti. Ora io mi domando se questi poliziotti,che nel momento in cui devono far salire i rifugiati su un bus militare di trasporto non esitano ad intimare loro di fare più veloce strattonandoli per le braccia o lanciando loro le valigie in malo modo, pretenderebbero la stessa servile obbedienza da loro stessi se vivessero una sola delle difficoltà che affronta un abitante di Moria e non godessero di tutti i privilegi di cui nella realtà dispongono.

Cosa succede se durante il viaggio dall’Iran alla Turchia cadi da una roccia, come è successo al mio collega Ezat, e una pietra ti si conficca nel polso? Succede che quel taglio profondo diventa una cicatrice mal rimarginata, che arrivi a Lesvos e i dottori ti dicono che la pietra è ancora dentro la ferita, ma nessuno può curarti sull’isola. Ma tu dall’isola non puoi uscire e allora ti tieni il dolore, il freddo della tenda appoggiata sul fango bagnato dalla pioggia e lo sporco che continuamente ti infetta il taglio. Cosa succede se nel tuo materasso ci sono delle cimici che ti provocano ulcere sulla schiena e la notte ti gratti fino a sanguinare? Cosa succede se per via del cibo che mangi e delle condizioni igieniche in cui versi lo stomaco ti brucia ogni volta che mangi?

Succede che per quattro volte provi ad andare dal dottore della clinica di Moria, ma questo non c’è mai e allora ti tieni il prurito e il dolore, perché ogni rimedio che potenzialmente sarebbe indicato non è assolutamente compatibile con la vita che affronti. Ora io mi domando se questi poliziotti che sono stati così bendisposti nel lanciare lacrimogeni su una folla di manifestanti da Moria hanno un’idea vaga di cosa comporti non avere la possibilità di lavare i propri vestiti e la federa del materasso alla temperatura indicata per eliminare le cimici dal letto, perché l’unica forma di acqua disponibile viene da un lavello di acqua ghiacciata in mezzo a cumuli di spazzatura e centinaia di persone in coda ogni volta.

Forse un’ulcera pare poco rispetto al decoro urbano, all’ordine pubblico e all’idea che non si deve sapere cosa sta succedendo a Lesvos, non deve trapelare come l’Unione Europea decide di tenere segregati i rifugiati che scappano da situazioni a rischio nei propri paesi di origine. E il rumore che fanno, le richieste di libertà sono fastidiose perché richiedono una scelta politica scomoda, una condivisione di un problema che invece può continuare a riguardare soltanto quelle persone che hanno avuto la sfortuna di non nascere con un background storico di colonialismo.

Sofia Del Vita

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Sofia Del Vita

Sofia Del Vita

Sofia Del Vita, classe 1997. Studia Economia dello Sviluppo e Cooperazione internazionale a Firenze ed è attiva nel collettivo politico di scienze politiche. Ha partecipato ad un progetto di cooperazione in Costa d'Avorio e ha svolto il tirocinio presso una ONG di Lesvos. Scrive per passione, vive nel Mugello, ma quasi sempre nomade a Firenze.

Una risposta

  1. Avatar Roberto Renzoni ha detto:

    Dormire con le cimici nel materasso so cosa vuol dire perché è successo anche a me quando ero in Tunisia per lavoro in un tempo lontano, come dire anche da qui si emigra. Poi il materasso fu bruciato e le cimici, poverine, lo stesso ed ebbi un nuovo materasso senza di loro. Ero l’unico ad esser così trattato (non dai tunisini, no, erano gli italiani compagni di lavoro i responsabili che non avevan cimici) come dire l’ultimo arrivato si arrangi. Vedo che il tempo passa e le cimici no.

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