Un 25 aprile con Orso Tekoser nel cuore

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Firenze. Il 25 aprile sono andato in piazza Giorgini a posare un fiore sotto la targa per Lorenzo Orsetti, combattente delle YPG morto in Siria un anno fa. Avevo fissato con un paio di amici ma, più o meno per caso, arrivato lì ho trovato anche altre persone, tra cui il padre di Orso. Ci ha detto “Grazie, mi fa piacere che tanti giovani continuino a ricordare Lorenzo ma sopratutto a portare avanti gli ideali per cui ha dato la vita”

E io ho pensato a quali fossero questi ideali: giustizia, uguaglianza e libertà. Li ha messi nero su bianco nel suo testamento. E io ho pensato all’Italia di oggi.

Giustizia?
Penso a Eddi che ha combattuto come Orso in Rojava e per questo il mese scorso è stata condannata dalla “giustizia” italiana a due anni di sorveglianza speciale.
Penso ai mafiosi e agli ex terroristi neri latitanti da decenni e penso ai droni e agli elicotteri usati dalla polizia per scovare chi fa un bagno al mare o un picnic in montagna.
Penso ai disoccupati di Napoli che proprio ieri si son visti arrivare la polizia in casa per aver manifestato sotto la prefettura in 15 persone e nel rispetto di tutte le condizioni di sicurezza (mascherine, guanti, distanziamento sociale) per chiedere misure urgenti per non morire di fame (perché con le scuse di Conte non si mangia). E poi penso ai controlli nelle aziende della zona dove lavoro, con operai senza contratto pagati 2,5 euro l’ora che lavorano 12 ore al giorno, 7 giorni su 7, senza giorno di riposo e senza ferie. Se chiedi in giro lo sanno tutti eppure i controlli sono rarissimi. E penso a quante volte mi hanno raccontato che in quei rari casi il padrone della fabbrica viene avvertito il giorno prima dell’ispezione e lascia a casa i lavoratori in nero. Ma penso anche a quando ho accompagnato un amico all’ispettorato del lavoro per fare una denuncia e gli hanno detto che era tempo sprecato “perché ci sono solo 40 ispettori, di cui 20 operativi, per 2 intere province e circa 65mila (!) aziende”. Penso a come si farà a verificare con 20 ispettori se le ditte che riapriranno nella “fase 2” (e quelle che non hanno mai chiuso) rispetteranno le misure necessarie a non far schizzare i contagi di Covid 19.

 Uguaglianza?
Penso alle persone che devono vivere in quarantena senza ossigeno, tante persone costrette in spazi piccolissimi. Una signora mi ha raccontato che abita con altre quattro persone in 20 metri quadri e tengono la porta aperta sul pianerottolo per far sembrare la casa più grande. Si può dire che queste persone siano uguali a chi invece ha una casa grande, con una stanza a testa e magari un salotto, un giardino, un terrazzo? Non dico che sia una colpa avere case belle, anzi! Dico che tutte le case dovrebbero essere belle, che è una vergogna che nel 2020 ancora tantissime persone non abbiano un alloggio decente.
E si può parlare di uguaglianza quando la società delega solo a uno dei due sessi il compito di prendersi cura dei figli e degli anziani? Cosa faranno le madri lavoratrici adesso che le scuole non riapriranno ma le ditte sì? Saranno uguali, queste madri, a quelle che possono pagare la baby sitter?
E che uguaglianza c’è tra la quarantena di chi è nullatenente e di chi invece ha i milioni in banca? Si divertiranno entrambi a cucinare la pizza fatta in casa?
Che uguaglianza c’è tra il bambino con il tablet e quello la cui famiglia non ha i soldi per permettersi il wi-fi?
C’è uguaglianza tra chi ha la residenza (e quindi ha accesso alle cure mediche, all’istruzione, al voto, ai sussidi sociali) e chi non ha la residenza?
Possono sembrare tutti esempi assurdi, eppure ne conosco tante di persone in questa situazione.

Libertà?
Riprendendo l’esempio di poco fa mi chiedo come possa essere libera una donna che dipende economicamente dal proprio partner? Come può decidere di lasciarlo se lui la maltratta quando non sa dove andare e come mantenersi?
E un lavoratore precario o un migrante i cui documenti sono legati a un contratto di lavoro: sono davvero liberi di scioperare? E di denunciare irregolarità per la sicurezza sul posto di lavoro?
Oppure penso alla privazione della libertà per eccellenza: chi è costretto a stare in carcere ha un’alternativa? Perché non si applicano le misure alternative previste dalla legge? È forse più irresponsabile rischiare la fuga o il contagio di massa in carceri sovraffollate? E perché è in carcere? Ha “liberamente” scelto di commettere quei reati per cui è stato condannato? A volte chi nasce in certe zone del paese ha davvero poche alternative alla microcriminalità.

Con tutte queste riflessioni in testa sono tornato a casa. Caro Orso, non possiamo per niente dirci soddisfatti del paese in cui viviamo. Ma sono felice di avere intorno tante persone che si impegnano ogni giorno per cambiare le cose. Non molleremo, siamo gocce, saremo tempesta!

*Thomas Maerten

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Thomas Maerten

Thomas Maerten, classe 1988, è cresciuto tra sud America, Africa ed Europa. Attualmente vive a Firenze, lavora con i migranti e scrive per passione. Partecipa attivamente ai Clash City Workers e alle attività dello Spazio Inkiostro.

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