Il governo di Confindustria e l’opposizione di sinistra

Sfogliando i giornali e guardando le trasmissioni televisive di approfondimento politico si ricava l’immagine di un governo cauto nel dar avvio alla ormai celeberrima fase 2 e più preoccupato della salute dei suoi cittadini che delle ripercussioni economiche del prolungato lockdown. Il principale megafono di questa narrativa è la destra – sia di governo (Renzi) che di opposizione (Salvini e Meloni) – che imperversa in ogni dove.

Secondo questi, i padroni (quelli che tutti ormai chiamano imprenditori) dovrebbero ricevere soldi statali a fondo perduto (dopo che per decenni hanno ripetuto che lo stato non doveva interferire con il presunto libero mercato), mentre ristoratori, baristi, parrucchieri, piccoli commercianti di beni non essenziali e via discorrendo dovrebbero poter riaprire i battenti delle proprie attività fin da subito. La pericolosa conclusione alla quale si può giungere, già peraltro emersa nei giorni della formazione dell’attuale esecutivo, è la seguente: se l’opposizione è di destra, il governo deve essere in qualche modo di sinistra. E se il suo colore non è proprio un rosso fuoco, rimane decisamente meglio del nero abbastanza scuro di Salvini e Meloni.

La realtà è però diversa. Per l’intero periodo della crisi sanitaria, il governo Conte è rimasto diligentemente al servizio del grande capitale privato, concentrato quasi interamente nelle regioni del nord. Tre episodi lo testimoniano chiaramente.

Primo, quando il virus si diffonde nel bergamasco a partire da fine febbraio, Confindustria – come si evince dal tristemente noto video nel quale rassicura i propri partner internazionali e come ammesso anche dai vari amministratori locali ai microfoni della trasmissione televisiva Report – esercita una fortissima pressione sul governo per evitare la creazione di una zona rossa ed il blocco totale delle attività produttive nelle aree interessate, come già successo nel lodigiano.

Gli effetti della decisione sono disastrosi. I paesi della Val Seriana e Bergamo pagano con migliaia di morti l’avida sete di profitti degli industriali e la completa subordinazione del governo a questi.

Secondo, il DPCM dell’8 marzo non crea una zona rossa nelle regioni realmente colpite dalla diffusione del virus, ma trasforma, secondo l’espressione dello stesso Conte, l’intero paese in una “zona protetta”. Sembra importante ricordare come in quel momento nelle quattro regioni del nord maggiormente colpite – Lombardia, Veneto, Piemonte ed Emilia-Romagna – si concentrasse ben l’87 percento dei circa 9000 casi accertati e 436 dei 463 decessi, vale a dire il 94 percento del totale. La decisione era quindi blanda nei confronti del nord (dove si sarebbe dovuto imporre il blocco totale di ogni attività produttiva non essenziale) e straordinariamente restrittiva per il resto del paese. In data 8 marzo, ad esempio, nessuna regione del sud – con l’esclusione della Puglia – aveva registrato alcun decesso legato in qualche modo al virus e 5 regioni non avevano neanche un paziente in terapia intensiva per Covid-19. La decisione è quindi ancora una volta un generosissimo regalo agli industriali del nord che non bloccano le proprie attività produttive, proteggendo le proprie fette di mercato da una situazione che avrebbe potuto avvantaggiare i produttori del centro-sud. La disputa è chiaramente interna alla borghesia, ma le ripercussioni investono i lavoratori e le classi popolari tutte. I primi vengono costretti a continuare a lavorare anche in quelle zone ad altissimo rischio per la diffusione del virus, mentre alle seconde si applicano gli “arresti domiciliari”, alimentando una triste retorica fatta di unità nazionale – plasticamente rappresentata dall’esposizione del tricolore alle finestre – e di caccia all’untore – con generosa copertura mediatica dei sindaci sceriffi intenti a redarguire passeggiatori solitari e pieni poteri (questa volta nel vero senso della parola) alle forze di polizia. Inoltre, proprio il fatto di non dichiarare zona rossa quelle regioni e province realmente colpite dal virus permette per almeno 36 ore, ma nei fatti per svariati giorni, la libera circolazione delle persone che, spostandosi lungo la direttrice nord-sud, si fanno involontarie portatrici della diffusione del virus in aree che erano rimaste immuni (o quasi) al contagio.

Terzo, anche quando il governo giunge alla decisione di bloccare tutte le attività produttive non essenziali – come effetto della straordinaria forza degli scioperi che si diffondono a macchia di leopardo in tutto il nord (e non solo), scavalcando a sinistra una burocrazia sindacale preoccupata solamente di garantire la pace sociale – tale blocco è più sbandierato che reale. Il blog dei Wu Ming cita dei dati provenienti dall’Istat secondo i quali il 52 percento delle imprese sarebbe rimasto sempre attivo nelle settimane del (presunto) blocco totale, mentre il presidente del Veneto, Luca Zaia, rivendicava già il 21 aprile scorso come oltre il 40 percento delle imprese della sua regione avesse ripreso la piena attività, ammesso che fosse mai stata sospesa.

Per quanto i numeri forniti possano variare, la sostanza è chiara: mentre decine di milioni di persone venivano letteralmente murate in casa, gli industriali attraverso il balzello sui codici ATECO e con la farsa sul cosiddetto silenzio-assenzio dei prefetti facevano ripartire la produzione. Risultato? Dopo due mesi, il numero di nuovi contagiati fatica a scendere sotto la soglia delle duemila unità giornaliere, prolungando lo stato di limitazioni per tutti coloro che non sono produttivi – in termini capitalistici, si intende.

Se quanto detto fin qui è corretto, il governo Conte non è un esecutivo di sinistra, come giornali e televisioni vorrebbero far intendere. Al contrario, il suo operato nel corso della pandemia è stato diretto a proteggere e salvaguardare solamente gli interessi del grande capitale privato. In tal senso, si presenta come un aperto nemico di tutta la classe lavoratrice. Come molti scopriranno infatti quando la cassa integrazione verrà finalmente accreditata sui loro conti corrente, la ventilata ipotesi dell’80 percento del proprio stipendio si rivelerà una lontanissima chimera. Per non parlare poi di quanti erano stagionali, giornalieri, atipici, non regolari, precari, a prestazione e su chiamata: oggi ridotti sul lastrico, o quasi.

Al momento però, la consapevolezza che il governo sia il diretto rappresentante del grande capitale non sembra molto diffusa tra i settori popolari – quelli maggiormente colpiti in questi mesi, ma che rimangono senza voce. Il pesante arretramento subito dalle istanze del lavoro nel corso degli ultimi decenni e l’assenza di una sinistra politica con un peso significativo nella società aiutano forse a comprenderne le ragioni. E proprio l’incapacità del movimento dei lavoratori di giocare un ruolo significativo e progressista sulla scena politica spinge i settori intermedi – commercianti, partite iva, ristoratori, albergatori, proprietari di bar e così via – a destra. Peggio, il risentimento di questo pulviscolo di settori che oscillano perennemente tra la vicinanza alle istanze dei lavoratori e un appiattimento sulle posizioni della borghesia viene strumentalmente utilizzato (come mostrato dalla loro iper-esposizione mediatica di questi giorni) per preparare un nuovo, pesante smottamento del quadro politico verso destra, sia questo un allargamento del governo Conte a Forza Italia oppure un esecutivo di unità nazionale con un nuovo primo ministro.

In tale contesto, il più grave errore che la sinistra politica possa fare – non importa se socialdemocratica, oppure comunista – sarebbe quello di sostenere (più o meno direttamente) il presente esecutivo per evitare un governo ancora peggiore. Per due ragioni molto semplici: il meno peggio oggi porta sempre al peggio domani e perché mentre il quadro istituzionale scivola a destra, le masse vanno radicalizzando il proprio umore. Questo rimane oggi ad uno stadio embrionale: pronto ad esplodere come a rimanere silente; potenzialmente incline verso sinistra, ma non meno direzionato a destra.

Numerosi fattori determineranno il quadro che emergerà dalla presente situazione. Non ultimo, la capacità della sinistra (quella vera) di giocare la sua parte. Per fare questo è però necessario disporre di un potenziale d’intervento che nessun gruppo dispone al momento. E proprio per tale ragione è urgente mettere in soffitta le divisioni per giungere rapidamente ad una comune opposizione sociale a Confindustria e al governo Conte, che abbia come baricentro della propria azione le classi lavoratrici.

*Gianni Del Panta

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Gianni Del Panta

Gianni Dal Panta, studioso e attivista politico, è autore di "L'Egitto tra rivoluzione e controrivoluzione. Da piazza Tahrir al colpo di stato di una borghesia in armi" (Il Mulino, 2019).

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