#BlackLivesMatter, non c’è antirazzismo senza lotta di classe

L’uccisione di George Floyd da parte di tre agenti della polizia di Minneapolis è stata la scintilla che ha fatto divampare l’incendio che ha infiammato prima gli Stati Uniti e poi il resto del mondo. L’ennesimo episodio di violenza della polizia americana su un uomo afroamericano e gli interminabili otto minuti, filmati dai passanti, durante i quali George Floyd è stato soffocato a morte, hanno fatto il giro del mondo e scatenato reazioni ovunque: riot, devastazioni e proteste pacifiche.
Anche a Firenze sabato scorso si è manifestato di fronte al Consolato degli Stati Uniti, con un presidio in sostegno di #BlackLivesMatter, in cui i lunghi otto minuti di silenzio per Floyd sono stati preceduti dagli interventi a microfono aperto di uomini e donne che hanno raccontato le loro esperienze di razzismo quotidiano. Al presidio, accanto a Women’s March e Statunitensi contro la guerra, c’erano tante realtà politiche organizzate, singoli e tantissimi giovani, immigrati di prima, seconda e talvolta anche terza generazione provenienti da tutto il mondo. Nel frattempo, per le strade di Firenze si snodava un corteo antifascista che ricordava i morti in Italia per mano delle forze dell’ordine: dal fiorentino Magherini a Stefano Cucchi, Aldrovandi, D’Uva e tutti gli altri uccisi durante un fermo o in prigione. Domenica è stato il turno degli studenti medi e universitari che hanno voluto ricordare George Floyd e ribadire il loro no al razzismo.

Foto di Gabriella Falcone

A Washington, intanto, Trump è letteralmente assediato dai manifestanti, tanto da essere costretto a far erigere una protezione intorno alla Casa Bianca. A Minneapolis, numerosi edifici sono stati dati alle fiamme, da New York a Los Angeles folle di uomini e donne neri, latini e bianchi hanno manifestato talvolta pacificamente, altre volte in maniera violenta contro una forte repressione della polizia,  ancora non c’è un esatto numero di vittime. Si cominciano a vedere i primi risultati della protesta con l’annunciato definanziamento dei dipartimenti di polizia da Minneapolis a New York,, come richiesto dalla campagna De-fund Police.

La storia della segregazione razziale e delle conseguenti rivolte negli USA viene da lontano, dalla schiavitù che fu abolita solo nel 1865 con il 13° emendamento della Costituzione americana che recita ‘La schiavitù o altra forma di costrizione personale non potranno essere ammesse negli Stati Uniti, o in luogo alcuno soggetto alla loro giurisdizione, se non come punizione di un reato per il quale l’imputato sia stato dichiarato colpevole con la dovuta procedura’. Oggi, nell’epoca della carcerazione di massa negli Stati Uniti, con più di 2 milioni di persone private della libertà, gli uomini neri – che rappresentano il 6,5% della popolazione – rappresentano invece il 40,3% della popolazione carceraria. Angela Davis, storica attivista dei diritti civili, che sulla propria pelle ha vissuto l’esperienza del carcere, sostiene a ragione che ci siano più uomini neri in carcere oggi che schiavi nell’America dell’Ottocento. Per lei il sistema carcerario americano si basa sulla schiavitù e di fatto i prigionieri non sono altro che schiavi di Stato. Basti pensare che aziende come Microsoft, Boeing e Victoria’s Secret realizzano parte della loro produzione nelle carceri, utilizzando manodopera a costo zero.

La grande stagione del movimento per i diritti civili, la stagione che vide leader come Malcolm X e Martin Luther King e poi a seguire le Black Panther fu liquidata con gli omicidi dei due leader storici e l’incarcerazione di altri. In seguito, una criminalizzazione su base razziale e politica fu la chiave della guerra alle droghe che da Nixon fino a Reagan annientò quei movimenti in cui si erano saldati bianchi e neri. Le rivolte dei sobborghi più poveri, immancabilmente neri e latini, sono state una costante nel secondo dopoguerra: una delle più violente fu quella che nel ’91 seguì il pestaggio del tassista afroamericano, Rodney King, da parte della polizia di Los Angeles. Come nel caso di Floyd, un uomo riprese tutto dalla finestra della propria abitazione e quelle immagini fecero il giro del mondo. La rabbia a lungo repressa nei ghetti neri di Los Angeles esplose però solo un anno dopo, quando i poliziotti colpevoli del pestaggio furono assolti; per 5 giorni la città fu messa a ferro e fuoco, arrivarono l’esercito, i Marine e la Guardia Nazionale e, quando la rivolta finì, il bilancio fu di 55 morti.

Allo stesso modo, venti anni dopo, il diciasettenne nero Trevyon Martin, colpevole solo di passeggiare, fu freddato dai colpi di un

Foto di Gabriella Falcone

vigilante, poi assolto. In quell’occasione, Patricia Garza, attivista per i diritti civili, sconfortata scrisse un tweet “Our lives matter”, a cui rispose un’altra attivista, Patrisse Cullors, creando il famoso hashtag #BlackLivesMatter, per affermare che le vite dei neri contano. Da lì, saranno numerose le morti per mano della polizia di uomini afroamericani, colpevoli solo per il colore della pelle: Eric Garner, Mike Brown, Alton Sterling, Philando Castile fino ad arrivare a George Floyd.

Nel corso di questi anni, sono stati numerosi i tentativi di criminalizzazione di questo movimento ad opera dei repubblicani, ma altrettanti quelli di distinguere tra manifestanti “buoni” e “cattivi”, messi in atto di solito da Democratici moderati e liberisti.

Le piazze e i riot di questi giorni mostrano neri, latini e bianchi che manifestano insieme e ciò che più spaventa la classe dirigente è che, sulla lotta per la sopravvivenza e per i diritti, si sia innestata anche una lotta di classe. Non è soltanto un problema di colori diversi, ma anche di diverse opportunità, per bianchi e neri e per ricchi e poveri, categorie che spesso vanno a sovrapporsi.

L’antirazzismo senza lotta di classe è un giochino per bianchi privilegiati, come i parlamentari di Leu e PD che abbiamo visto inginocchiarsi oggi in parlamento, che in realtà mai si sono sognati di provare ad abolire il decreto Salvini o quello Minniti, mai si sono inginocchiati davanti ai migranti torturati o uccisi nei lager libici, mai hanno difeso i lavoratori sfruttati dal caporalato mafioso. In questa lotta, è giusto che la voce protagonista sia quella dei nostri compagni immigrati neri o latini, ma noi dobbiamo essere in prima linea accanto a loro perché il razzismo è anche guerra ai poveri, agli ultimi e ai non conformi nella società occidentale bianca, benestante e eterosessuale.

*Francesca Conti

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