Stereotipi & genere 

La rubrica, curata da Ornella De Zordo, accoglie contributi che mettono a fuoco, attraverso esempi tratti da romanzi di narratrici contemporanee, la decostruzione dei ruoli e degli stereotipi di genere. Si tratta di narrazioni che svuotano della loro valenza ideologica i modelli convenzionali attraverso le strategie dell’eccesso e del rovesciamento, articolando nuove pratiche discorsive. L’indice della rubrica è qui.

Quando le donne perdute si sono ritrovate

Alla rappresentazione della donna ‘angelicata’, ossia privata di ogni residuo corporeo – di cui abbiamo parlato qui – si contrappone tradizionalmente un diabolico opposto, al quale viene delegata la peccaminosa contaminazione tra il femminile e la passione amorosa. Questo antico stereotipo nel corso del tempo tende a scindersi a sua volta nella figura della seduttrice e nell’omologa variante della donna sedotta. Ma una antitesi solo apparente distingue colei che suscita la passione da colei che altrettanto colpevolmente la subisce: non a caso, sia la seduttrice che la donna passionale condividono, nel recitare due ruoli speculari ugualmente condannabili, lo statuto di donna perduta.

Nella tradizione, la figura della seduttrice è caratterizzata da un corpo a cui viene attribuito un inquietante legame con le origini animali del genere umano: non è un caso che l’ibridazione con il bestiale sia già esplicita nelle prime figure mitiche di ammaliatrici, dalla pietrificante Medusa alle ingannevoli Sirene. Nelle più tarde creazioni finzionali tale aspetto si farà quasi sempre implicito, ma sarà pur sempre presente. Indelebilmente fissate in epoca vittoriana nei tratti della femme fatale, le distruttive ammaliatrici della letteratura trattengono della primitiva componente terioforme attributi metaforici: dai capelli serpentiformi della Belle dame sans merci di Keats ai i denti acuminati della Berenice di Poe.

Quanto alla donna sedotta, una vasta genealogia di infelici eroine appassionate affolla la nostra cultura letteraria: dalla Didone ovidiana alla Francesca da Rimini o la Cleopatra di Shakespeare, per giungere fino a Corinne, Emma Bovary, Anna Karenina, Tess dei d’Uberville. Tutte condividono, insieme, un’identica sorte funesta: puntuale, infatti, nel finale di ogni storia giunge la morte della peccatrice. Che sia per suicidio, per omicidio o per incidente, è immancabile la condanna per aver provato una passione sempre e comunque colpevole, che abbia provocato adulterio, oppure determinato la perdita della verginità o anche solo infiammato il cuore dell’eroina.

Perché questo stereotipo del femminile che potremmo definire bifido venga decostruito si dovrà arrivare – come per altri modelli culturali – alla seconda metà del Novecento, quando il movimento femminista, la riflessione critica degli studi delle donne, le teorie sul genere e altre elaborazioni teoriche sulla soggettività irrompono nel panorama culturale della postmodernità, generando nuove pratiche discorsive e culturali e sancendo le ridefinizioni – tra gli altri – dei concetti di natura e cultura, soggetto e oggetto, femminile e maschile, fino ad allora indiscussi pilastri della cultura occidentale, ben saldi anche nei rapporti gerarchici delle loro coppie antinomiche.

In un romanzo uscito nel 1987 che dichiaratamente pone al centro il tema della passione – come rivela il titolo The Passion – la scrittrice britannica Jeanette Winterson ci offre una perfetta riscrittura del consolidato modello della donna perduta, che prenderemo qui come caso esemplare.

Winterson si sottrae esplicitamente all’imperativo di scegliere tra le due figurazioni che la tradizione le offriva, e pone al centro della sua narrazione un personaggio femminile che al tempo stesso è seduttrice e vittima della passione. Villanelle, la donna dai piedi palmati che può camminare sull’acqua dei canali veneziani, richiama nel suo corpo ibrido e nel suo sapere misterioso, le seducenti sirene che sottraggono agli uomini la ragione. Infatti il protagonista maschile, irrimediabilmente innamorato, finirà i suoi giorni chiuso in un manicomio nella laguna veneziana. Ma al contempo Villanelle affianca all’incanto mortifero della sirena seduttrice la passione fatale che la avvicina alle infelici figure di Sirenetta, Lorelei, Ondina.

Sappiamo che le figurazioni del femminile su cui gli uomini hanno proiettato i propri desideri e le proprie paure hanno plasmato la cultura occidentale fino a venir introiettate nello scenario fantasmatico delle donne stesse. Per secoli la loro scrittura le ha riproposte, talvolta discostandosene in modo sottile con sotterranee strategie parodiche che hanno percorso il sottotesto delle loro narrazioni. Ma ora, all’interno di quel cambiamento epocale che avviene nella seconda metà del Novecento, gli antichi stereotipi vengono invece esplicitamente ripresi e riscritti con lo scopo preciso di rovesciarli e contraddirli per finalmente liberarsene. Esattamente questo fa Winterson con il suo personaggio, che sia come sirena che come sirenetta sovverte identità e destino della donna perduta.

Rispetto alle figure mitiche e letterarie, la trasgressione di Villanelle riguarda innanzi tutto l’instabilità della sua identità di genere, che grazie al travestimento alterna agilmente diverse performances del femminile e del maschile, nel corso delle quali fa innamorare di sé un uomo e si innamora a sua volta perdutamente di una donna. Un contatto eccentrico con la passione, attraverso il quale si sottrae ai ruoli che la tradizione le aveva riservato: non aderisce al profilo affascinante e per definizione irraggiungibile della sirena, perché si lascia amare dal protagonista maschile, ma neppure segue l’infelice parabola della Sirenetta vittima di una passione distruttiva. Perché, dopo aver letteralmente perduto il proprio cuore per la misteriosa Queen of Spades, lo riprenderà alla sua amante e continuerà a vivere.

Villanelle, anomalia nell’anomalia, problematizza le definizioni convenzionali di mascolinità e femminilità: al posto di categorie definite apre una serie di possibilità, oltrepassa e trasgredisce i confini. Icona dissacrante di ogni presunta certezza, guardandosi nell’acqua della laguna dove vede il proprio volto mutare in mille distorsioni, si interroga sulla sua stessa identità: “Potevo camminare sull’acqua? Potevo davvero?”. E ancora: “E io chi ero? Questa me stessa con i pantaloni e gli stivali era forse meno reale di quella che indossava le giarrettiere?”.

Sottraendosi alla determinazione di modelli che la modernità aveva fissato, l’appassionante e appassionata eroina di Winterson non rinuncia a vivere nessun tratto del suo multiforme desiderio e non viene sottoposta per questo a nessuna punizione, sovvertendo, prima ancora del classico finale delle storie di seduzione, la stessa soggettività della protagonista.

Violando ogni norma, Winterson, al pari di molte altre scrittrici sue contemporanee, dimostra che le contraddizioni possono restare irrisolte, gli opposti possono convivere. E che infrangendo ruoli e pratiche sociali, il soggetto femminile può finalmente liberarsi dei potenti archetipi che l’avevano fino allora plasmata e coniugarsi positivamente con l’eros e la passione.

(continua)

*Ornella De Zordo


Nella rubrica Stereotipi & Genere

  1. La lunga vita degli stereotipi di genere 
  2. Angeli, diavolesse e fanciulle perseguitate

 

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Ornella De Zordo

Ornella De Zordo, già docente di letteratura inglese all'Università di Firenze, e attiva per anni nei movimenti, è stata eletta due volte in Consiglio comunale - dal 2004 al 2014 - per la lista di cittadinanza 'perUnaltracittà', portando dentro il palazzo le istanze delle realtà insorgenti e delle vertenze antiliberiste attive sul territorio. Finito il secondo mandato di consigliera di opposizione ai sindaci Domenici e Renzi, prosegue con l'attività di perUnaltracittà trasformato in Laboratorio politico, della cui rivista on line La Città invisibile è direttrice editoriale.

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