Stereotipi & genere 

La rubrica, curata da Ornella De Zordo, accoglie contributi che mettono a fuoco, attraverso esempi tratti da romanzi di narratrici contemporanee, la decostruzione dei ruoli e degli stereotipi di genere. Si tratta di narrazioni che svuotano della loro valenza ideologica i modelli convenzionali attraverso le strategie dell’eccesso e del rovesciamento, articolando nuove pratiche discorsive. L’indice della rubrica è qui.

Brutta, vecchia e cattiva

In un momento in cui, nel nostro Paese, della oggettiva disuguaglianza tra uomini e donne si è parlato, scritto e letto soprattutto in relazione a quante donne (poche) siano entrate al governo, e quale posizione (subordinata) occupino, può sembrare bizzarro spostare l’attenzione su un aspetto in apparenza lontano, come la demonizzazione del corpo femminile aggredito dalla vecchiaia.

Eppure tutto si tiene, e l’intreccio dei vari stereotipi che hanno nei secoli relegato le donne in posizione subordinata vanno a formare un unico fondale dal quale emerge quel femminile che ancora oggi non ha, appunto, una pari dignità sociale e politica.

Proseguiamo dunque con questa galleria di antiche figurazioni femminili che una generazione di scrittrici a partire dagli anni Sessanta del Novecento ha saputo decostruire, esplicitandole nelle loro narrazioni spesso con il registro dell’eccesso, del parodico e dell’ironia, e in tal modo annientandone il potenziale negativo.

Dopo aver parlato dell’angelo del focolare e della donna perduta, poniamo l’attenzione sull’immagine archetipica della vecchia, che accompagna, per contrasto, l’ideale di giovinezza a cui le donne sono da sempre obbligate a uniformarsi.

Il culto della giovinezza è estremizzato nell’età contemporanea, squadernato in primo piano dalla pubblicità, la grande artefice dell’immaginario collettivo asservito al mercato. Ed è soprattutto il corpo delle donne che viene investito con forza dalla necessità di corrispondere a un imperativo: per essere bella la donna deve essere (o apparire) giovane.

Rovesciando la formula del corpo da esibire, ecco il suo opposto: la vecchiaia nella donna è da sempre inguardabile, inaccettabile, respingente, e la figura della vecchia è tra i più inquietanti e minacciosi stereotipi che l’immaginario maschile abbia ritagliato sulla fisionomia femminile.

Diffusissima, sia nella cultura popolare che in quella colta, è la figura della vecchia laida, la strega che molto spesso coincide con l’immagine stessa della morte. Non a caso a recidere inesorabilmente il filo della vita è l’ultima delle tre Parche, che stabilivano il destino dei mortali e che vengono raffigurate come vecchie tessitrici.

Nell’immaginario tradizionale, la strega è una donna vecchia e curva, che sembra portare su di sé il peso del male. Dedita alla pratica della magia, e dotata di poteri occulti che sarebbero derivati dall’essere in contatto col maligno, avrebbe usato tali poteri per nuocere alle persone e alle cose. Si differenzia in tal modo dalla fata, figura affascinante, benefica (e giovane), il cui potere magico viene dispensato al contrario per aiutare a superare gli ostacoli che si frappongono al bene e alla felicità degli esseri umani.

Dunque brutta, vecchia e cattiva, da temere e bruciare sul rogo. Come infatti è avvenuto. E per inciso si noti come invece la vecchiaia associata al soggetto maschile abbia prodotto in parallelo la rappresentazione del vecchio saggio, il mago a cui viene riconosciuta sapienza e autorevolezza.

Il declino e lo spegnersi della vita sessuale nella vecchiaia, che si associa alla morte come ne fosse l’anticamera, trova il suo migliore esorcismo maschile nell’attribuzione, tanto univoca quanto liberatoria, di tale destino al corpo della donna. Il suo disfacimento fisico, persi i tradizionali attributi estetici del femminile, è netto e brutale, spesso associato a un degrado psicologico (la vecchia pazza, l’isterica) o morale (la tenutaria del bordello, la ex-seduttrice).

Di qui il misogino disprezzo che contro quest’orrifico memento mori viene riversato da parte del soggetto maschile, che si puntella spesso sullo strumento demolitore del ridicolo, come attesta sul piano letterario l’abituale ricorrere alle forme burlesche dell’invettiva. La vecchia, comunque, raramente è protagonista della narrazione, nella quale resta piuttosto ai margini, in un ruolo ancillare, serva, balia oppure di lontana parentela, zia, cugina, quasi mai madre, essendo l’abbinamento di questa figura con il materno eccezionalmente inquietante. L’eroina, nei diversi generi letterari si qualifica, quasi senza eccezione, per doti che presuppongono la giovane età.

In questo ingrato, spesso cupo, panorama culturale irrompono nella seconda metà del Novecento scrittrici che, nutrite della cultura teorica e della pratica femministe, degli studi di genere e delle teorie sulla soggettività, attuano una netta cesura rispetto alla tradizione letteraria, rovesciando ruoli e sovvertendo i tratti costitutivi dello stereotipo. Tra gli altri, un testo che possiamo considerare emblematico della decostruzione del personaggio della vecchia è Wise Children, l’ultimo romanzo scritto da Angela Carter e pubblicato nel 1991.

In primo luogo è significativo che la scrittrice elegga la vecchia ad unica protagonista del suo romanzo, addirittura raddoppiando lo spazio testuale occupato da questa figura presentandoci una coppia di gemelle, le settantacinquenni Nora e Dora che occupano l’intera scena narrativa, anche come voce narrante.

Attraverso tale espediente Carter può apparentemente mantenere la peculiarità che nega alla vecchia una vita di coppia, ma al tempo stesso decostruirla, dato che le due sorelle funzionano appunto come coppia, un nucleo affettivo e psicologico del tutto autosufficiente. Una coppia dove l’esclusione del maschile pare abbia davvero poca rilevanza, se non impedisce neanche di esercitare la funzione materna: la scena finale vede infatti le due vecchie che, rovesciando la proverbiale contiguità fra vecchiaia e sterilità, si portano a casa due gemelli neonati: “Tutte e due siamo sia madri che padri” e convenendo sul fatto che “… se abbiamo questi due gemelli da crescere, non ci possiamo permettere di morire almeno per altri vent’anni”.

Contrariamente alla tradizionale immagine della vecchia cascante, che vede inscritti nel proprio corpo i segni tangibili della rovina, la stravagante identità delle due gemelle carteriane, cantanti e ballerine di avanspettacolo, sprigiona subito un diverso tono, di leggerezza e allegria, ben compendiato nel refrain con cui si chiude il romanzo: “Che gioia danzare e cantare!”.

Neppure l’astinenza sessuale si applica a questa straordinaria decostruzione dell’immagine della vecchia, visto che l’elemento erotico è presente non solo come ricordo vivissimo del passato, ma anche come esperienza attuale ed esibita nell’esilarante scena dell’amplesso sessuale tra Nora e il suo falstaffiano presunto zio. Il registro di crudo realismo, che convenzionalmente si lega alla personificazione letteraria della vecchia, risulta mantenuto nella puntuale ricostruzione della Londra contemporanea, ma al tempo stesso vanificato dal fatto che la storia è ambientata nel mondo del music-hall e del cinema hollywoodiano, dove realtà e finzione divengono attributi indistinguibili.

Infine, la grottesca esibizione del corpo imbellettato, che contraddistingue il personaggio della vecchia fino alla creazione del topos letterario della toilette, nella quale il corpo femminile si spoglia letteralmente degli elementi posticci di seduzione, viene qui calcata e riproposta nella scena della puntigliosa operazione di restauro fisico delle due gemelle assunta alla sacralità di un rito; e tuttavia ne viene smontata ogni carica di aggressività o ripugnanza, dal momento che uno stesso collettivo processo di travestimento e carnevalizzazione investe tutti gli altri personaggi, attori e attrici di ogni età le cui maschere eccessive rendono nullo qualunque tratto paradossale delle sorelle.

Del resto, a preliminare indice di un sovvertimento dello stereotipo, lo stesso ruolo delle due sorelle indicato dal titolo elude il primario attributo della convenzione: in Wise Children le vecchie, libere dal giogo degradante del cliché, sono ancora e per sempre ‘figlie’, e figlie illegittime, bastarde, fuori da ogni canone e norma.

Intere generazioni di lettrici e lettori hanno potuto riconoscere nel romanzo di Angela Carter lo sguardo ribelle che ha contraddistinto l’atmosfera culturale nata nei mitici anni Sessanta; una ribellione che, nei decenni successivi, ha contribuito a far meglio capire alle donne quanto abbia pesato nei secoli la stereotipica rappresentazione del femminile, a metterle in guardia dal rischio di averla esse stesse introiettata, a formare la combattiva consapevolezza di cui ancora oggi abbiamo estremo bisogno.

Ornella De Zordo

Nella rubrica Stereotipi & Genere

  1. La lunga vita degli stereotipi di genere
  2. Angeli, diavolesse e fanciulle perseguitate
  3. Quando le donne perdute si sono ritrovate

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Ornella De Zordo

Ornella De Zordo, già docente di letteratura inglese all'Università di Firenze, e attiva per anni nei movimenti, è stata eletta due volte in Consiglio comunale - dal 2004 al 2014 - per la lista di cittadinanza 'perUnaltracittà', portando dentro il palazzo le istanze delle realtà insorgenti e delle vertenze antiliberiste attive sul territorio. Finito il secondo mandato di consigliera di opposizione ai sindaci Domenici e Renzi, prosegue con l'attività di perUnaltracittà trasformato in Laboratorio politico, della cui rivista on line La Città invisibile è direttrice editoriale.

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