“I domatori di giornali”, l’ex direttore de “La Nazione” racconta le influenze di Menarini. E la sua epurazione

Dell’intercettazione telefonica riferita nell’articolo di Lirio Abbate sull’Espresso del novembre 2011 tra il collega Gabriele Canè e Lucia Aleotti, presidente del gruppo farmaceutico Menarini, venni a conoscenza solo dalla lettura del giornale. Ero stato rimosso dalla direzione de La Nazione nei primi giorni del luglio di quello stesso anno e in quell’autunno ciondolavo senza incarichi e senza redazione in una stanza allestita in tutta fretta e apposta per me in un angolo isolato degli uffici del Quotidiano Nazionale a Bologna.Il mio ex editore, Andrea Riffeser, non era nuovo a queste operazioni di mobbing, da lui vissute come appaganti prove di conferma padronale: lo aveva fatto tante altre volte con numerosi colleghi e anche con me c’era già stato un precedente, nel 1999, quando contestai in una riunione aziendale ai massimi livelli, lui presente, le menzogne strumentali dell’allora direttore generale dell’azienda Franco Capparelli a proposito di un esperienza editoriale in Umbria che mi era già costata moltissimo in termini professionali e personali. Quasi un anno di purga per aver osato tanto, poi, all’alba del 2000, fu Riffeser stesso a richiamarmi a Milano per affidarmi l’incarico di vicedirettore del Giorno, non prima di aver licenziato Capparelli. Ci aveva messo un po’, ma alla fine aveva capito chi aveva detto la verità in quella riunione.

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L’intercettazione scandalo

In azienda si sapeva che arrivare ai vertici dei giornali del gruppo significava anche dover prendere confidenza con questa sindrome da otto volante che aveva già fatto guadagnare all’editore la fama di mangia direttori. All’epoca avevo 44 anni, da cinque ero vicedirettore e, sia pure in misura minore, avevo già sperimentato alla Nazione il giochino dalle stelle alle stalle e ritorno. Poi mi piaceva l’idea di vivere Milano, un’esperienza totalmente nuova e così l’amarezza accumulata si dissolse rapidamente. In quell’autunno del 2011, invece l’amarezza non accennava ad allontanarsi. Era evidente che, stavolta, complice anche la crisi che spingeva l’azienda a tagliare e a eliminare più stipendi possibili, il mobbing aveva modalità particolarmente umilianti per indurmi a togliere il disturbo.

Non ci pensai a lungo: respinsi l’idea e anche i suggerimenti di amici e colleghi perché facessi causa. Il primo marzo del 2012, in una bigia stanza dell’ufficio del lavoro di Bologna, dove peraltro incontrai per uno di quegli strani segni del destino proprio Gabriele Canè, firmai l’accordo con il quale chiudevo per mia scelta, dolorosa ma mia, una storia di quarant’anni con i giornali del gruppo Poligrafici. E, in particolare, con La Nazione: avevo 16 anni, nel 1971, quando tremante di emozione ricevetti il tesserino di collaboratore sportivo dall’allora capo della redazione di Livorno, l’indimenticato Bruno Castagnoli. E ne avevo 56 quando, nel luglio 2011, l’editore decise di rimuovermi dalla direzione del quotidiano a poco meno di tre anni dalla nomina. Una permanenza da considerare lusinghiera per i parametri di Riffeser. Quasi da record se nella statistica storica volessimo far entrare anche l’imbarazzante accelerazione più recente del furore espulsivo dell’editore bolognese: quattro direttori in meno di cinque anni.

Ecco sta qui, proprio in questo esasperato avvicendamento di direttori, il nesso di significato che unisce queste note di esperienza personale con la patologia di un sistema dell’informazione avvitato dalla crisi in una spirale agonica inesorabile a cui la storia non assegna più alcuna ragionevole speranza di ripresa.

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Giuseppe Mascambruno

So di rivelare la scoperta dell’acqua calda, ma le circostanze obbligano comunque a ricordare lo schemino. Le aziende editoriali sono di due tipi: quelle che hanno il loro business centrato esclusivamente sui prodotti che offrono al pubblico, i giornali in particolare. E quelle che, invece, hanno alle spalle altri modelli di business e si comprano i giornali per contare e condizionare il potere da cui dipendono gli interessi aziendali più remunerativi. La crisi, che in sei-sette anni ha quasi dimezzato le vendite e i fatturati pubblicitari costruiti in storie ultracentenarie, ha messo entrambi con le spalle al muro di una reputazione largamente compromessa, anche al netto del più comprensibile pragmatismo. Le prime, sempre più indebitate con le banche, espongono gli editori a subire in forma crescente gli inevitabili ricatti che arrivano dall’esterno. Dalle medesime banche creditrici e dai titolari di grandi contratti pubblicitari. Le seconde stanno in piedi fino a quando consentono all’imprenditore di riferimento di conservare un posto che conta al tavolo da gioco del più spregiudicato do ut des. In entrambi i casi è inevitabilmente centrale la mediazione di chi gestisce il potere politico. Più che mai in stagioni come quella che viviamo dominata da Matteo Renzi che ha sempre messo al centro della sua strategia politica il ruolo dei media. Governando con l’astuzia che gli è propria il vecchio e il nuovo dell’informazione in uno storytelling costruito giorno dopo giorno a uso e consumo personale.

Nell’esperienza che ho vissuto personalmente da direttore de La Nazione dal dicembre 2008 al luglio 2011 e, ancor di più, per quel che è avvenuto negli anni a seguire, è certo che il peso del Monte dei Paschi di Siena e di aziende di grande appeal pubblicitario come la Menarini sia stato decisivo nell’alimentare quella giostra imbarazzante di direttori decisa, almeno formalmente, dall’editore. Oltretutto Mps e Aleotti-Menarini, a un certo punto della storia recente incrociarono anche i loro cammini con un evidente obiettivo condiviso di controllo politico delle rispettive crisi: strutturale da una parte, reputazionale dall’altra. Anche a costo di rimetterci, consapevolmente nel caso della Aleotti, un bel po’ di soldi con il crollo verticale del valore azionario della banca.

Nel caso specifico della Menarini, l’intercettazione telefonica pubblicata per primo dall’Espresso che vede protagonista Lucia Aleotti è, come si dice, paradigmatica. Aldilà dell’evidente svista con cui Lirio Abbate mi segnala come direttore del QN e non della Nazione, sarebbe complicato per chiunque definire forzato il titolo scelto per il pezzo, Domatori di giornali.

Nelle ultime settimane il nome di Lucia Aleotti, del fratello Giovanni Alberto, rispettivamente presidente e vicepresidente del colosso farmaceutico Menarini sono tornati su tutti i media per le pesanti condanne legate a reati di corruzione e riciclaggio.

Sono un garantista convinto, non di quelli a corrente alternata a seconda di convenienze e appartenenze. Agli Aleotti che hanno fatto ricorso in appello, auguro di poter dimostrare, se c’è, la propria innocenza. Non serbo rancore per quel poco o tanto che può essere di pubblico interesse della mia vicenda personale. E non sono così paziente da spendere il tempo della libertà fermo in attesa di rivincite sulla riva del fiume che consola dalle ingiustizie. Preferisco di gran lunga il mare della Meloria.

Credo nella giustizia e gioisco quando questo valore trova inequivocabile affermazione. Come mi addolora assistere alle sue frequenti mortificazioni. Soprattutto quando esse godono della complicità, interessata ma perdente, di chi, per primo, avrebbe il compito di denunciarne la vergogna.

*Giuseppe Mascambruno, ex direttore de La Nazione