Tempo, lavoro, libertà. La trasformazione del soggetto nell’età globale

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Studiare, leggere, scrivere e pensare non si possono chiamare esattamente attività lavorative, anche se potrebbero diventarlo, rientrano più nella categoria della necessità psicologica, sono simili all’arte o al gioco, per alcuni di noi sono forse la vita stessa, ma non le paragonerei certamente ad un lavoro.

Rispetto al lavoro, tali attività mancano di continuità, di costrizione; possiamo decidere di svolgerle o non farle, non riceviamo del denaro come corrispettivo; in più ovviamente ci piacciono, ci divertono, hanno a che fare più con l’hobby o con il gioco che con una professione vera e propria. Sono una vocazione, una passione. Pochissimi riescono a far coincidere la propria passione con una professione.

La vita dunque è ergon, energia che dobbiamo investire in qualsiasi attività che svolgiamo. Se volete, possiamo chiamarle, quelle attività, lavoro ma a patto che questo genere di lavoro sia scelto e deciso, liberamente, da un individuo, e non obbligato dalle circostanze e spinto dalla necessità.
Scrivere, leggere, pensare, incontrarsi pubblicamente, politicamente, in un uso pubblico della ragione, avrebbe detto Kant, significa soprattutto possedere libertà di tempo: la libertà è liberazione dal tempo della necessità.

Il tempo, ci suggeriscono gli studi di Bergson, è libertà. Invece, nell’epoca del capitalismo, il tempo è stato collegato soprattutto al lavoro, è il tempo del lavoro, è il tempo spazializzato e organizzato della quantità, della produzione, dell’organizzazione spaziale, dell’accumulo del denaro. Il tempo è denaro, si diceva una volta; i francofortesi fecero invece notare che il denaro è tempo, nel senso che chi ha denaro, i pochi privilegiati, dovrebbe avere anche il tempo per spenderlo e per non lavorare. Oggi non è più così. Chi ha il denaro non ha neanche più il tempo. E passa la vita a guadagnare e a lavorare sempre di più. Il tempo oggi si è ristretto, in una logica dell’intensità, riducendosi al fare e al produrre, al lavorare. Non siamo ancora usciti da questo modello capitalistico, moderno, del tempo-lavoro, della sacralità del lavoro; e le istituzioni ancora pensano entro questo paradigma giuslavoristico.

Fortunatamente, molti oggi decidono di cercare dei lavori sempre più soddisfacenti, dove il proprio tempo è prezioso e non si misura il lavoro in base alla sua quantità ma alla sua qualità. Per esempio molti giovani tornano a lavorare la terra, per una scelta etica, ecologica e filosofica, non disprezzando macchine e tecnologie che gli permettano di non faticare più di tanto, e si godono i frutti del proprio lavoro, mirando alla qualità dei prodotti, più per soddisfare la loro filosofia ecologica che la brama di arricchirsi. La loro è una scelta di vita, uno stile di vita, un’etica della propria esistenza.

Chi fa politica, per esempio, non dovrebbe essere neanche pagato, perché chi svolge una professione così importante, (ricordo che l’etimologia del termine professione, significa confessare le proprie idee, insegnarle) lo deve fare per passione, e per passione deve svolgere quella attività per gli altri. Si potrebbe usare anche la parola vocazione, nel senso di vocato, chiamato dalla propria voce interna, dal proprio carattere.

Sapeste quanti medici (purtroppo li ho dovuti spesso frequentare) mi invidiavano quando dicevo loro di essere un filosofo, e si lamentavano con me perché invece svolgevano un lavoro che non gli piaceva; sì, per loro fare il medico era un lavoro come un altro. Ma pensate alla gravità di un medico che non ama il proprio lavoro! Ai miei studenti domando sempre se si farebbero curare più volentieri da un medico che ama il proprio lavoro o che invece lo detesta. La risposta ve la potete immaginare! Eppure non è detto che chi ha passione per un’attività sia il più bravo. Ma lui certamente non sarà alienato, non è costretto dalla necessità. È libero. Chi invece compie un lavoro che non gli piace, può fare molti danni.

Nel mio lavoro per esempio ci sono tanti insegnanti alienati che odiano il lavoro che svolgono e non sopportano di stare in classe con i ragazzi. Io non sono certo un insegnante bravo eppure mi dicono che sono bravo, ma io, lo so per certo, non sono un insegnante bravo, sono tuttalpiù un bravo insegnante, perché io non insegno filosofia, insegno la passione per la filosofia. Per me la filosofia non è un lavoro o un mestiere (come invece diceva Heidegger) per me è la vita. Questo insegno ai miei ragazzi: seguite le vostre passioni o la vostra vita sarà una catastrofe.

Purtroppo questa possibilità di riprendere in mano il proprio tempo si scontra con la dimensione sociale e politica che ci vuole tutti schiavi del lavoro, che non solo ci ha organizzato la nostra vita dettandoci gli spazi da occupare e il tempo da seguire, ma anche ci ha fatto credere che si debba amare proprio il lavoro, in un doppio vincolo, di cui ci parla Bateson, una sorta di doppio legame schizofrenico, inteso come necessaria punizione divina ma anche come segno di redenzione.

Per liberarci da questi vincoli occorrerebbe un taglio netto, come di fronte al nodo di Gordio, in modo da modificare sostanzialmente la nostra concezione del lavoro. Occorrerebbe una svolta gestaltica, una rivoluzione paradigmatica. Proporrei per esempio di modificare il primo articolo della costituzione italiana: “L’Italia è una Repubblica fondata sulla libertà del tempo”.

Oggi, di fronte a una crisi economica pluridecennale, come possono agire le istituzioni? La risposta tradizionale è quella di puntare di nuovo sul lavoro, distruggendo e ricostruendo, lo chiamerei, modello Penelope. Ma in questo caso Ulisse (la felicità) arriverà troppo tardi e i Proci (i capitalisti) divoreranno tutto.

Oppure potremmo finalmente decidere di cambiare paradigma. Passare ad una concezione in cui il lavoro non sarà più necessario, riconquistando il proprio tempo. Una possibilità sarebbe di affidarci alle macchine così come aveva suggerito Marx in alcuni passi del Capitale.

Io non sono un tecnofilo, sono forse più un tecnofobo, ho certamente paura dei robot, dei computer e perfino dei telefonini. Tuttavia dobbiamo constatare che ormai molti lavori stanno sparendo, perché soppiantati da strumenti tecnologici (chiamiamole, per intenderci, macchine). Commessi, operai, contadini, impiegati, autisti, bancari, postini, ma anche medici, insegnanti, insomma, centinaia di migliaia di lavoratori si troveranno presto senza lavoro soppiantati da automi. La disoccupazione salirà sempre di più. I nuovi lavori saranno impiegati in settori strategici da laureati come informatici, ingegneri, biologi, ma che non faranno altro che progettare macchine ancora più perfette che soppianteranno sempre di più l’uomo nel lavoro faticoso e manuale. E tuttavia per formare questi nuovi impiegati del futuro, superlaureati, occorreranno ingenti somme di denaro pubblico e privato.

Certo, come dicevo, si può decidere ancora una volta di distruggere per ricostruire e per rilanciare un’economia che gira a vuoto, e che soprattutto crea le condizioni perché solo alcuni si arricchiscano; ma distruggere e ricostruire significa far collassare la natura; per me la questione ambientale è fondamentale ed è strettamente collegata alla ridistribuzione e allo sfruttamento delle ricchezze, del capitale, che ormai è incentrato in poche mani proprio perché i pochi possiedono le nuove tecnologie. Non ho invidia per questi pochi che mi ricordano tanto i tiranni dileggiati nella Repubblica di Platone. Occorrerà invece e soprattutto colpire al cuore proprio quel sapere intorno al quale si è edificato il potere: appunto, il lavoro. Altrimenti le differenze sociali e economiche aumenteranno sempre di più, e la rabbia di milioni di persone povere, e messe ai margini della ricchezza, ancora una volta esploderà, ma questa volta non sarà solo una rivoluzione per la necessità ma anche e soprattutto una rivoluzione per la libertà, (nella distinzione che ne fa la Arendt): dovrà essere soprattutto una liberazione dal lavoro; altrimenti il rischio sarà una rivoluzione restauratrice. 

*Stefano Berni

Relazione presentata il 3 maggio 2019 all’incontro “Una riflessione sulle istituzioni” promosso a Firenze dall’associazione Quinto Alto.

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Stefano Berni

Stefano Berni è docente di Filosofia e scienze sociali presso il liceo Cicognini-Rodari di Prato. Attualmente è dottorando presso la facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Siena e lavora su temi di storia dell’antropologia giuridica, dopo esser stato assegnista di ricerca dal 2002 al 2005 e professore a contratto presso la cattedra di Filosofa del diri.tto della stessa facoltà dal 2006 al 2008

2 commenti su “Tempo, lavoro, libertà. La trasformazione del soggetto nell’età globale”

  1. Paolo Degli Antoni

    Consiglio vivamente la lettura del libro “Potere e capitalismo – Filosofie critiche del politico” Edizioni ETS Pisa 2018.
    Credo di aver contribuito a ispirare l’autore a scrivere il paragrafo “Ritorno all’ozio”

  2. Errore, Stefano. Occorre “colpire al cuore proprio quel sapere intorno al quale si è edificato il potere:” che è un sapere dell’Avere. La questione della proprietà, come mi pare si spieghi assai bene ‘Proprietà, patriarcato e criminalità ecologica Cop24’ di Raveli, mettendo l’appropriazione di beni comuni nel centro dell’involuzione etica – e del sapere! – dell’umanità. In un certo modo, l’inizio del Capitalocene, o delle sue coordinate centrali.

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