A proposito della caduta del Muro. Siamo noi i turchi di domani

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Abbiamo anche dall’Italia assistito alla “Festa della libertà” di Berlino celebrata dalla cancelliera democristiana Merkel, dal partner socialdemocratico della “Grosse Koalition” e da altri partiti. Cadute simboliche del muro facevano parte di una serie di festeggiamenti alla “panem et circenses” che dovevano provocare uno stato di “ubriachezza di libertà del popolo” per dimenticare la crisi ed il malessere quotidiano.

Non credo che i sopravvissuti delle migliaia dei pacifici manifestanti dell’89 di Berlino e Lipsia, che da tempo si trovano all’ufficio di collocamento perché disoccupati o in cassa integrazione o per chiedere un sussidio sociale, contemporaneamente festeggiassero come i “vincitori e architetti della “riunificazione”.

Devo ammettere – da tedesco e osservatore delle faccende tedesche dall’Italia – che 30 anni fa anch’io ero pieno di gioia. Ma già nell’estate del ’90, quando visitai a lungo la “ancora DDR” (RDT), mi vennero dei dubbi sul modo in cui fu praticata la gestione della transizione.

E poiché tante informazioni non sono conosciute in Italia, desidero qui focalizzare il discorso sui due sistemi politici tedeschi, sulle libertà nei due stati e ciò che è venuto dopo.

Concordando sul concetto “senza libertà nessun socialismo”, nella DDR non c’è stato un socialismo alla Rosa Luxemburg, ma un “socialismo reale o meglio socialismo prussiano” al potere per 40 anni. Dopo la prima euforia e l’entusiasmo di costruire una Germania (unita) nuova e socialista sul suolo della zona di occupazione sovietica, c’è stata la separazione delle due Germanie voluta soprattutto dagli alleati occidentali. Aumentava a partire dal ‘49 nel nuovo Stato della DDR la persecuzione dei non comunisti: socialdemocratici, cristiani, intellettuali, anarchici e libertari ed altri avversari al sistema stalinista. Non c’era libertà individuale, si dice. Ma dopo la caduta del muro c’è stata la “rinascita” del capitalismo e ora la non libertà nel neoliberismo, in un sistema apparentemente di piena libertà.

Soprattutto il confronto delle “due dittature” (nazismo e socialismo reale della DDR) che leggiamo sovente nella stampa borghese è proprio fuori luogo. Una data è per la Germania sicuramente ancora più memorabile del 9 novembre ’89, direi la più importante del secolo scorso: l’8 maggio 1945, la liberazione dalla dittatura nazifascista. (Purtroppo si dimentica sovente anche un altro 9 novembre: quello del 1938, la notte dei cristalli o sia l’inizio dello sterminio sistematico degli ebrei.)

Nel delirio del festeggiamento dell’anniversario del 9 novembre ’89 quasi tutta stampa tedesca descrive tutto ciò che era la DDR come stato dell’ “ingiustizia totale”. Sicuramente non esisteva la libertà d’opinione e di viaggiare, c’era la vigilanza, lo “stato- tutela” e la vita era piuttosto standardizzata. Ma esistevano altre libertà che sogniamo dopo la caduta del muro nella cosi detta libertà capitalista: diritto al lavoro, una paga modesta ma degna, l’affitto per un appartamento (anche se era piccolo) bassissimo, il sistema sanitario, l’asilo e l’asilo nido gratis, teatro e eventi culturali a costo bassissimo, una cultura avanzata ed un’alta emancipazione femminile. La gente si sentiva socialmente sicura e non aveva la paura esistenziale come ora nella Germania riunita dove regna il capitalismo-belva. E dopo il ’68 anche nella DDR gruppi libertari avevano una certa influenza.

Con le persecuzioni politiche nella cosi detta Germania comunista RDT dobbiamo confrontare quelle nella Repubblica Federale (volutamente rimosse dalla e nella memoria pubblica) dopo la messa al bando del partito comunista KPD: si sono svolte 260.000 istruttorie contro comunisti negli anni ’50, più di 10.000 condanne (anche per quelli che erano già nei campi di concentramento nazisti). E non dimentichiamo i divieti professionali (Berufsverbot) per statali di opinione comunista o di sinistra radicale ancora fino alla fine del secolo scorso! “Libertà o socialismo!” è stato lo slogan cattivo dei democristiani nella campagna elettorale contro Willy Brandt che rispondeva: Vergognatevi!

Il diritto del più forte: dopo la caduto del nazifascismo è stato sostituito il 13% della élite intellettuale (nella RFT), dopo la riunificazione (nel territorio della RDT), ben l’ 85%!
Non dimentichiamo che il sistema (repressivo) della RDT ha permesso la “rivoluzione di ottobre” pacifica del ‘8. Centinaia di migliaia di manifestanti sulle strade di Lipsia e Berlino che gridavano: “Noi siamo il popolo!” Il popolo rendeva possibile la svolta. Sapete che anche dopo il 9 novembre 1989 tanti nella DDR optarono per uno stato indipendente, socialista e libero? C’erano tanti gruppi e associazioni democratiche di base, gruppi religiosi, sociali, libertari e politici (“Forum”, ”Partenza, “Alleanza 90”- ora confluita nei Verdi) che discutevano alla tavola rotonda il futuro della DDR e delle due Germanie. Ho assistito al dibattito su una nuova costituzione della Germania riunita con uno dei pastori-leader della svolta dell’ 89 in quella estate del ’90. Non pochi mettevano in guardia i troppo euforici – che volevano tutto e subito – dai “fratelli dell’ovest” perché si dovevano prevedere tempi duri. Ricordo lo striscione davanti all’università di Jena: “Noi saremo i turchi di domani”!
Willy Brandt saggiamente diceva sul prossimo futuro: poiché apparteniamo allo stesso ceppo ci uniremmo crescendo.

Purtroppo c’è stata la svolta veloce per il capitalismo: Il popolo della DDR ha scelto il marco (ovest) forte. Altro che “concrescere”. La Germania capitalista ha mangiato la Germania socialista: la RFT ha rovesciato sopra la ex-DDR il suo sistema di stato e di società.

Subito dopo la caduta del muro regnava nella Germania riunita il diritto e “la libertà del più forte” ; è stata molto meno una riunificazione che una annessione della DDR al sistema politico – capitalista della RFT. L’economia e l’industria della DDR è stata smantellata, svenduta. Uno dei responsabili di questa svendita è il presidente rieletto della Repubblica, Koehler, a suo tempo sottosegretario alle Finanze. (Voci autorevoli della DDR parlavano di un altro “svenditore” prima: Gorbaciov). Dove sono finiti “i paesaggi in fiore” promessi dal cancelliere Kohl mentre sventolava il libretto degli assegni? Il paesaggio ora è vestito – e non per l’autunno – di color bruno, invaso dal partito di destra AfD.

I tedeschi (sicuramente quelli dell’Est) percepiscono le “barbarie” di Rosa Luxemburg più dopo che prima della caduta del muro. In più di un Land della ex- RDT è tutto sfiorito e da anni regnano solo la tristezza e la disperazione: i giovani scappati all’ovest, disoccupazione sopra il 20 %, prospettive: zero.

E se nella Germania di oggi si dovesse di nuovo manifestare gridando: “Noi siamo il popolo!” cambierebbe qualcosa? (p.es. 65 % della popolazione tedesca è contro la missione in Afghanistan).
E se gridassimo noi qui: “Noi siamo il popolo!” otterremmo una svolta verso il socialismo?

Tanti confronti sarebbero da aggiungere. Concluderei: c’è poco festeggiare, ma molto di più da riflettere e cambiare nella nostra cosi detta società libera!

*Leonhard Schaefer

P.S. Non dovremmo dimenticare i muri di vergogna odierni nel mondo: Palestina, Saharawi, Messico…ma soprattutto quelli nelle nostre teste.

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Leonhard Schaefer

Leonhard Schäfer è "da sempre" attivo nel movimento contro la guerra e in particolar modo "militante" per la causa palestinese. Ha scritto articoli sull'antifascismo tedesco, sulla Repubblica dei consigli della Baviera e sull’anarchismo tedesco. Inoltre ha pubblicato alcuni volumi sul poeta anarchico Erich Mühsam e sulla " resistenza tedesca dimenticata". Uscito recentemente: "A las barricadas" (testimonianze antifasciste nella guerra di Spagna)

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