Città neoliberista/4. Colonizzazione globale

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La sostenibilità come carico massimo ammissibile è la risposta della green economy, ma la consapevolezza della sua insufficienza spinge le autorità del campo a fare un passo in più sulla “visione” di futuro del pianeta Terra.

La seguente citazione di Cingolani, attuale ministro della transizione ecologica, fu pronunciata in una delle esaltanti conferenze di Renzi alla Leopolda del 2018:

«Fra cento, duecento anni andremo via dalla Terra. Quindi, oltre alla scienza per rimanere sul nostro pianeta in salute, ce ne sarà un’altra che ci consentirà di andare via. E’ questo secondo tipo di scienza che bisogna assolutamente sostenere perché è inerente al nomadismo della specie umana»[1]

Sembra incredibile, però è vero: davanti all’evidenza dell’impossibilile crescita infinita dell’economia in un pianeta finito, la risposta è crescere su un altro pianeta. Questo sarebbe sufficiente per riassumere la follia del capitalismo, se non fosse che è perfettamente logico per il neoliberismo e la sua morale.    

Un effetto che forse si raggiunge (e sicuramente si vuole conseguire) è quello di convincere l’opinione pubblica sull’inesistenza di alternativa all’attuale sistema economico.

Davanti al problema della distruzione ambientale, non si insiste con il negazionismo, ma si propone di andare a distruggere un altro pianeta, otre tutto riconoscendo così la natura essenzialmente distruttiva del capitalismo.

Secondo questa propaganda dovremmo coniugare una scienza per salvare il pianeta con la consapevolezza che molti di noi lo abbandoneranno, e ci resteranno solo i più privilegiati, o i più indifesi, a seconda della qualità del pianeta nuovo che riusciremo a trovare. Inoltre facendo paccottiglia di concetti e confondendo il nomadismo con la colonizzazione: nessun nomade ha mai distrutto l’ambiente, proprio perchè non lo coltiva e colonizza.

Sarebbe corretto dire che l’essere umano è migrante, dato che uscí dall’Africa e gradualmente si spostò ovunque durante la maggior parte della sua esistenza, ma figuriamoci se al giorno d’oggi un politico affermerebbe pubblicamente che per natura siamo tutti migranti di origine africana. No, meglio dire nomade, che dà un’idea affascinante di avventura e libertà. I nomadi infatti sono liberi, ma lo sono perché non vincolati alla coltivazione o alla escavazione mineraria, che è proprio quello che si andrebbe a cercare negli spazi celesti.

Il viaggio è affascinante perché è una metafora, è la forma fisica e ambientale del cambiamento che descrive il viaggio interiore. Ma ancor più che l’esplorazione e la scoperta, è erroneo pensare che la tecnologia è la forma umana di espressione che caratterizza la nostra essenza. Infatti, salvo restando la necessità di una ricchezza sufficiente, questo significherebbe che le nostre azioni migliori e di noi più rappresentative siano quelle che si svolgono per un fine, per rispondere ad una necessità pratica, che è l’oggetto della tecnologia. Ma se fosse vero allora dovremmo degradare a un livello meno significativo della nostra natura tutte quelle cose che hanno altri fini, o non ne hanno, come per esempio l’arte, il gioco, la religione o i sentimenti.

Tuttavia l’ossessione per la crescita porta, volontariamente, alla confusione tra l’aumento della produzione (di auto, per esempio, ma anche di abitazioni, strade, ecc.) con l’avanzamento della società verso un migliorato equilibrio. Il controllo dell’entropia è ciò che caratterizza i processi vitali come la fotosintesi, ma controllare il caos è anche la tendenza dell’associazione umana, e solo con questo significato ha senso parlare di sviluppo, in quanto portare avanti un’idea di ordine alla quale si tende.

Queste favole propagandistiche ci parlano di navi che porteranno l’umanità (tutta?) verso galassie sconosciute dove sicuramente ci sarà un pianeta con acqua in abbondanza e con una gravità simile a quella terrestre, quando nella realtà non si riesce nemmeno a sfruttare l’elio-3 della Luna come fonte d’energia, e inviare un razzo in orbita ha un costo energetico altissimo. Nemmeno poche decine di milionari, con tutto il loro potere, possono andare a colonizzare altri pianeti.

Ma nella fantasia popolare persino Marte è colonizzabile, basta modificare il suo clima e la sua atmosfera, senza stare a pensare che se questo fosse possibile, magari, si sarebbero prima salvati atmosfera e clima della Terra. Evidentemente appare più fantascientifico superar il capitalismo!

Del resto questa credenza non dovrebbe stupire molto, di nuovo vediamo una prova dell’unico modo che ha il capitalismo di risolvere ogni tipo di problema: spostarlo da un’altra parte, anche su un altro pianeta. È comprensibile che un sistema economico basato sulla rapina e la guerra, quando è alle strette, inneggi alla scoperta di una nuova America. Non si tratta solo di nuova terra, materiale, schiavi, oro o tutto quello che può essere di valore in un certo momento, ma soprattutto avere le condizioni per sperimentare e inaugurare un nuovo modello di sfruttamento e rapina libero dai “lacci e lacciuoli” che c’erano sul vecchio continente (o pianeta). Rendueles[2] fa una riflessione stimolante sulla colonizzazione americana come possibilità, in quei luoghi, di sperimentare nuovi livelli di crudeltà nello sfruttamento, concludendo che le radici del capitalismo si trovano proprio in quelle terre di conquista. Del resto il “triangolo del commercio” instaurato dall’impero britannico nel XVIII secolo non è stato mai abbandonato: gli scarti della nostra produzione si trasportano nel Sud del mondo, da dove si ricavano le materie prime, e una manodopera che lavorerà senza diritti di cittadinanza, cioè in una specie di schiavitù.

La crescita economica non è insita nella natura umana, ma nel capitalismo. Non è la specie umana che distrugge l’ambiente, ma solo una piccolissima minoranza di privilegiati. L’ideologia orienta la nostra messa a fuoco dei problemi, le percezioni e i comportamenti: la percezione del presente e del passato condiziona l’immaginazione del futuro e le possibilità di cambiamento[3].

I sostenitori della crescita incondizionata cercano di screditare le teorie che affrontano il problema del decrescimento, facendo parodie e cercando di presentarle come “decrescita felice”. Ma nessuno parla di decrescita felice, tutti sono consapevoli che sarà, ed è già, un processo traumatico. Il livello di sofferenza che ci toccherà subire dipenderà solo dalla nostra capacità di organizzarci, e sarà certamente alto se neghiamo a priori la possibilità di farlo. Ci sono già stati esempi di economie collassate che ci possono dare un’idea di quello che ci attende, se il crollo dell’URSS è stato gestito come una corsa alla sopravvivenza[4] (e all’arricchimento di alcuni), quello dell’economia cubana, come conseguenza del crollo sovietico, è stato sostenuto e affrontato con una certa intelligenza[5].

I lettori che non condividono le mie idee, mi accuseranno di essere deprimente e pessimista, assumendo una postura inadatta per un discorso costruttivo. Ma per fare un discorso costruttivo non è sufficiente l’ottimismo dei banchieri, senza una base realista non ci sono visioni di futuro, ma solo sogni.

Marko Mastrocecco

Le parti precedenti del ragionamento sono apparse su “La Città invisibile” con i seguenti titoli (è possibile consultarle cliccandovi sopra): Città neoliberista/1. L’insostenibile ottimismo; Città neoliberista/2. Fideismo tecnologico; Città neoliberista/3. La smart city non funziona.

Note al testo

[1] http://www.avantionline.it/il-sole-in-bottiglia/ Nella conferenza si aggiungevano vari passaggi che riducevano la portata del contenuto che cito a mia volta, e che furono tralasciate da alcuni dei suoi stessi sostenitori, commentandoli come “eccesso di prudenza della comunità scientifica”.

[2] César Rendueles, Capitalismo canalla, Seix Barral, 2015.

[3] José Manuel Naredo, Raíces económicas del deterioro ecológico y social, Siglo XXI, 2006.

[4] Dmitry Orlov, in Sobrevivir al colapso, Aldarull, 2014.

[5] Emilio Santiago Muiño, Opción cero. El reverdecimiento forzoso de la Revolución cubana, ed. Catarata, 2017.

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Marko Mastrocecco

Marko Mastrocecco è nato e cresciuto nei piccoli centri della costa abruzzese, si è poi trasferito a Firenze, dove ha studiato architettura. Attualmente vive a Madrid, è stato attivo nella fase iniziale di Podemos per inserirsi poi nelle fila di Anticapitalistas, dove milita dal 2016. A Madrid ha conseguito anche un master in urbanistica presso la Universidad Politécnica (UPM).

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