Città neoliberista/2. Fideismo tecnologico

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Il capitalismo keynesiano aveva una componente di critica al suo interno, costituita da istituzioni che potevano aspirare al superamento del vigente sistema economico, mentre con il neoliberista non c’è spazio per la critica a determinate strutture socioeconomiche. I partiti politici non sono espressione di una volontà di controllo delle sorti della società da parte degli individui, ma dei meccanismi di gestione privi di potere decisionale[1].

In questo modello, il concetto di ecologia si deve sottoporre all’approvazione del mercato, che lo adatterà alle proprie esigenze. È un processo di inglobamento che isola, in un certo senso, le rivendicazioni che arrivano dalla società, e le cristallizza in una specie di ambra, in cui restano paralizzate dalla trama commerciale che le fagocita. Tali rivendicazioni vengono epurate dagli elementi economici e riproposte come problemi tecnici. Del resto, se nell’ideologia neoliberista “non esiste una cosa chiamata società”, è normale che tutte le richieste che vengano da qualcosa che non esiste presentino dei problemi che si considerano estranei all’economia.

La fiducia è il motto che domina nel mercato, se essa mancasse sarebbe più difficile assumere il rischio, il quale è inevitabile. Ciò che bisogna fare è saper rischiare. Alimentare la fiducia è il compito di tutto il sistema della comunicazione sotto ogni aspetto: se si presenta un problema, deve essere al più presto trasformato in un’opportunità.

Questi aspetti rivelano la forte componente morale (e moralistica) dell’ideologia neoliberista. La morale dell’ottimismo non è solo una giustificazione alle decisioni del libero mercato, ma una premessa necessaria a quelle decisioni.

Nel caso dell’ecologia gli slogan risultano particolarmente vuoti, dal momento che l’economia si trova nella necessità di inglobare qualcosa da cui è a sua volta contenuta: sono gli ecosistemi e le loro relazioni che fanno da supporto alle attività economiche, che contengono tanto l’economia quanto la società, o individui e famiglie che siano.

La stessa Commissione Europea, davanti alle contraddizioni e all’evidenza di non poter risolvere nulla senza cambiamenti radicali, ha mutato le sue strategie col passare degli anni, da “lotta al cambio climatico”, a “mitigazione”, per finire in “adattamento”, limitandosi a piani di infrastrutture verdi che cercano di palliare gli effetti negativi (specialmente in termini finanziari) di un modello di sviluppo che per altra parte si promuove.

Il paradigma scientifico-tecnologico[2] si basa su una forma di sostenibilità che Magnaghi[3] ha descritto con una provocante metafora contadina: il territorio come un “asino”, che si può caricare a piacere, purchè non si arrivi al punto di rompergli la schiena. L’approccio funzionalista, o teoria dell’ecocompatibilità, stabilisce delle “soglie massime ammissibili di degrado, una carring capacity” che il territorio può sopportare, per poi progettare le attività in base ad essa. Questa visione considera il territorio come un “supporto tecnico-funzionale”, un vincolo di cui tenere conto in un “modello insediativo dato”. Come conseguenza, si cercano risposte ai problemi ambientali in soluzioni tecniche e nella standardizzazione.

Si pretende di attuare contro il cambio climatico (o infine, adattarsi ad esso) senza toccare niente di ciò che lo provoca, anzi, senza nemmeno nominarlo. Si parla molto, ad esempio, di quanto sia pericoloso il diesel in termini di inquinamento cercando di influenzare la domanda a favore della benzina, ma il vero problema è che per produrre diesel è necessario petrolio greggio di qualità, e la stragrande maggioranza del diesel si usa per i camion, i furgoni e le macchine da cantiere, tutti macchinari fondamentali per il funzionamento della nostra società. La riduzione selettiva nell’uso del diesel è un modo per tirare avanti mentre si aspetta una tecnologia magica che permetta, nel giro di pochi anni, di continuare a spostare le merci per il mondo in quantità sempre maggiore. Ciononostante si propaganda una nocività ambientale del diesel suppostamente maggiore di quella della benzina.

Lo stesso si dica del gas, che a sentire la propaganda sembra quasi una fonte di energia pulita, adducendo l’intenzione di usare quel gas per permettere la transizione ecologica, aumentare le emissioni per poi “recuperarle” in futuro. Un ragionamento tipicamente finanziario, poco aderente alla realtà fisica di cui si parla (il cambiamento climatico non fa “prestiti”), e poco credibile. Però vediamo. Ciò significherebbe una serie di cose: una massiva installazione di centrali di energia rinnovabile fuori dai centri abitati e collegate ad esse con grandi infrastrutture (con conseguente distruzione ambientale e dispersione di energia), la fabbricazione, sempre massiva, di fantasiose batterie a carica ultra rapida, con una capacità equiparabile a quella di un serbatoio di benzina, qualcosa che permetterebbe tirare avanti senza rallentare i ritmi della produzione. Di nuovo si pretende risolvere i problemi tramite il gigantismo.

Ammesso che questo febbricitante sogno di potenza sia anche lontanamente realizzabile, con quali materiali? Temo che la risposta sia la solita, aumentando l’estrazione nei paesi del sud del mondo, che dovrebbero cederli perchè noi siamo più forti (colonialismo), nonchè smaltire rifiuti sempre più abbondanti (per esempio le batterie delle auto).

Per restare in Italia, dove seppure il razzismo interno (terroni) è stato soppiantato da quello contro gli immigrati, di più facile diffusione anche al sud, nella realtà il meridione continua ad essere terra di estrazione di ricchezza per le regioni del nord. Nel caso energetico basti considerare che quelle terre accolgono ben il 91% degli impianti, mentre nelle regioni che consumano più energia troviamo solo quel 9% restante[4].

Altri deliri di potenza portano a proporre cose come l’idrogeno, che per essere usato richiede una tecnologia costosissima che estrae energia da una molecola tanto stabile come quella dell’acqua. Del resto, è certo che al livello simbolico la trasformazione dell’acqua in benzina mantiene il suo fascino, e spiega bene il senso religioso del fideismo tecnologico.

Il fisico e matematico spagnolo del CSIC, Antonio Turiel, descrive in maniera semplice il problema fisico e geologico per cui la crisi energetica non ha soluzione tecnica, e cioè basicamente per l’impossibilità di contraddire i principi della termodinamica. Nel suo eccellente saggio Petrocalipsis[5], smonta una ad una tutte le supposte soluzioni che si sono andate proponendo fino ad oggi per uscire dalla crisi energetica in cui ci troviamo da anni.

La rincorsa di una magia tecnologica è l’unica risposta del capitalismo, non solo inutile, ma dannosa in quanto ci fa insistere nella lettura sbagliata del problema e nasconde il vero aspetto conflittuale, che sta nell’organizzazione sociale.

La fisica stabilisce i confini del possibile, e pone al di lá di essi le soluzioni tecnologiche che pretendono di permettere la crescita economica senza nessun cambiamento sociale, e cioè di usare un’energia che continui ad essere a basso costo e alto rendimento. Del resto è evidente che se si è avuto un determinato livello di crescita con l’energia più economica che esista, non si può certo averne uno maggiore senza, così come è ancor più evidente che non si può avere crescita infinita su un pianeta finito.

Ma forse la politica è consapevole del prezzo da pagare per continuare a crescere, di fronte alla necessità di cambiamento sociale, questo potrebbe non essere orientato democraticamente, ma essere la semplice conseguenza della negazione di voler accettare l’inevitabile decrescita, degradando verso forme di ecofascismo e totalitarismi ecologici.

In realtà è ciò che sta già succedendo, abbiamo visto come la rivolta dei gillet gialli in Francia sia stata innescata dal malessere per la riduzione del consumo di gasolio imposta. Quelle persone si sono trovate in una situazione peggiore di quando potevano consumare senza restrizioni, perciò dal loro punto di vista stanno vivendo una decrescita.

Questo fenomeno lo vedremo in altri aspetti, per esempio, per diminuire la contaminazione, sono state avanzate proposte che prevedono l’aumento dei prezzi dei voli, dato che questi devono diminuire per ridurre l’inquinamento, la misura più effettiva in una società di consumi è ridurre l’accesso al servizio mediante l’aumento dei prezzi. Non si pensa a razionalizzare il servizio, ma ci si affida al mercato, per cui potrà viaggiare in aereo solo chi potrà permetterselo, con l’unica limitazione della propria ricchezza personale. In breve, questa è una forma di decrescita, si tornerebbe a una situazione che esisteva alcuni decenni fa, quando prendere l’aereo era una spesa che si poteva fare solo eccezionalmente.

Gli economisti classici considerano che se cresce l’economia allora tutto crescerà con essa, incluso il consumo di energia[6]. Un’economia ecologista invece, mette nel giusto ordine la causa e l’effetto: è quando cresce il consumo di energia che cresce l’economia. È noto, infatti, che la ricchezza si genera dal lavoro, anche se già Marx riconosceva che questo pilastro deve essere affiancato da quello della “natura”, e tra le risorse della natura (suolo, acqua, ecc.) sicuramente la più importante per la nostra società è l’energia. Mediamente a scala mondiale, per ogni punto percentuale di aumento del PIL, un 60% è dovuto all’aumento di consumo dell’energia[7], per cui l’azione congiunta di lavoro e capitale apportano alla crescita meno della metà di quello che apporta semplicemente consumare più energia. Un segnale di questo equivoco fondamentale sta anche nel linguaggio, per cui si parla di “produzione” di petrolio e non di estrazione, che sarebbe il termine corretto. “Produrre petrolio” fa pensare che la sua disponibilità possa dipendere dal nostro lavoro.

Continua…

Marko Mastrocecco

La prima parte del ragionamento (Città neoliberista/1. L’insostenibile ottimismo) è stata pubblicata qui.

Note al testo

[1] Carlo Galli, Neoliberismo e ordoliberalismo: caratteristiche e problemi da un punto di vista filosofico-politico, lezione tenuta presso l’Accademia delle Scienze di Bologna, 25 giugno 2020

[2] Yayo Herrero, El movimiento ecologista ante el deterioro global: retos y utopías, Psychosocial Intervention vol.15 no.2 Madrid  2006

[3] Alberto Magnaghi, Il progetto locale. Bollati Boringhieri, Torino, 2000 e 2010

[4] https://energit.it/la-situazione-dellenergia-eolica-in-italia/

[5] Antonio Turiel, Petrocalipsis, Alfabeto, 2020.

[6] Walras, L. (1874): Eléments d’économie Politique Pure ou Théorie de la Richesse Sociale. Kessinger Publishing, 2010. “Il capitale è il fattore limitativo ultimo nella creazione di ricchezza, poichè può sostituire la terra e il lavoro”.

[7] Gaël Giraud, Zeynep Kahraman. How Dependent is Growth from Primary Energy?The Dependency ratio of Energyin 33 Countries (1970-2011), Documents de Travail du Centre d’Economie de la Sorbonne, 2014, halshs-01151590

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Marko Mastrocecco

Marko Mastrocecco è nato e cresciuto nei piccoli centri della costa abruzzese, si è poi trasferito a Firenze, dove ha studiato architettura. Attualmente vive a Madrid, è stato attivo nella fase iniziale di Podemos per inserirsi poi nelle fila di Anticapitalistas, dove milita dal 2016. A Madrid ha conseguito anche un master in urbanistica presso la Universidad Politécnica (UPM).

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