No alla criminalizzazione delle lotte. Cosenza, “sorveglianza speciale” e multe per gli attivisti

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Un caso di sorveglianza “eccezionale” scuote il tessuto dei movimenti cosentini e l’ambiente universitario. Protagonisti due studenti calabresi, attivi nella lotta per il diritto alla casa e contro le discriminazioni di genere. Potremmo dire che la vicenda ha inizio il 13 dicembre del 2021 quando Jessica Cosenza e Simone Guglielmelli, lei attivista di Fem-In e lui di Prendo Casa, ricevono una telefonata dalla questura di Cosenza che gli notifica un avviso riguardante le misure preventive di sorveglianza speciale. Potremmo iniziare questa storia così, ma trascureremmo troppe cose. Questa è infatti solo l’ultima tappa di un lungo trascorso che vede Jessica e Simone alle prese con avvisi e processi, per azioni politiche portate avanti da anni sul territorio calabrese. Tutte disposizioni (almeno quelle già concluse) risoltesi senza alcun provvedimento: i due sono oggi incensurati. 
I due giovani cosentini sono studenti modello. In prima linea, sia nelle lotte politiche per il diritto alla casa, al reddito, al lavoro, alla sanità pubblica di qualità e libera dal malaffare, per i diritti dei più deboli e contro le discriminazioni di genere; sia nell’impegno in attività di “terza missione” che hanno portato il DiSPeS dell’Università della Calabria a realizzare importanti eventi con partecipazione nazionale, che hanno contribuito alla sensibilizzazione e alla divulgazione del sapere sul territorio, e al coinvolgimento attivo di chi abita i luoghi. È questo, in sintesi, ciò che di loro dicono i docenti dell’ateneo calabrese.

La vicenda: nel mese di dicembre, come abbiamo detto, la questura notifica ai due protagonisti l’avviso di sorveglianza speciale. Già nelle settimane precedenti, Stefano Catanzariti, Roberto Panza e Roberto Martino vengono raggiunti da multe per aver organizzato una passeggiata di sensibilizzazione per i vicoli della città storica.  I due giovani, Jessica e Simone, sono ritenuti soggetti pericolosi per la pubblica sicurezza a causa del loro carattere “eversivo e ribelle”. Indole che i due avrebbero manifestato nelle numerose occasioni di protesta alle quali hanno preso parte le centinaia di cittadini che sfilarono lungo le strade di Cosenza per rivendicare il diritto al dissenso verso un sistema che limita – fino ad annullare, talvolta – i diritti fondamentali delle e dei calabresi, e che impoverisce il territorio a discapito delle fasce sociali più deboli, delle minoranze di genere e culturali, delle marginalità; e per manifestare contro il servilismo e i meccanismi clientelari diffusi in molti ambiti territoriali.

Leggendo le innumerevoli lettere a sostegno dei due, provenienti anche da ambienti politici lontani dal loro orientamento, dal mondo della cultura, e delle associazioni territoriali locali e nazionali, è facile delineare il profilo impegnato sui fronti dell’attivismo sociale e politico, di questi due giovani calabresi che, di rimando, ci parlano di molti altri giovani, donne e uomini di Calabria che decidono di rimanere a vivere in questa terra e combattono ogni giorno contro una realtà che li penalizza costringendoli ai margini. Perché come mi disse Simone in una nostra intervista: “rimanere qui è diventato ormai una scelta coraggiosa. Vivere in una terra povera in cui non ci sono diritti, ci sono sopraffazioni e soprusi in ogni dove, la politica è costantemente collusa con il malaffare, anzi forse sono la stessa cosa”. Puntando il dito verso questi due giovani “dissidenti” cosentini si è puntato il dito verso le migliaia di giovani meridionali che decidono caparbiamente di rimanere nella propria terra. Che praticano restanza malgrado il sistema ingiusto verso i più, malgrado le ingiustizie perpretate dai pochi eletti.

Ma il questore di Cosenza, Giovanna Petrocca, firmataria della richiesta di sorveglianza speciale queste cose le conosce. Allora perché tanto accanimento? E perché proprio verso Jessica e Simone? Si potrebbero trovare molte spiegazioni. Basta sfogliare la lunga lista di battaglie che Jessica, Simone, il sindacato di base (USB) di cui fanno parte, le varie realtà attive sul territorio e i molti altri giovani hanno portato avanti denunciando la condizione della sanità calabrese, facendo anche i nomi e danneggiando soggetti troppo noti in questa terra. Gli scenari futuri: è palese che si è trattato di un atto politico. La sicurezza dell’ordine pubblico in città non era a rischio: a riprova citiamo le dimostrazioni di sostegno ai due giovani, una testimonianza del fatto che i cittadini non solo li percepiscono come minaccia, ma li ritengono un esempio.

Nella concretezza delle ipotesi, la vicenda può risolversi in pochi modi. Se il 14 marzo il giudice convaliderà la misura proveniente dal codice Rocco, Jessica e Simone saranno condannati a vivere i giorni futuri sotto stretta sorveglianza e con forti limitazioni alla loro libertà di movimento, politica, e sociale. Per farsi un’idea dell’incubo in cui rischiano di sprofondare basta leggere il post su Facebook di Francesco Azzinnaro , giovane cosentino riscattatosi dalla difficile vita di periferia e impegnato nel sociale, anch’egli facente parte dell’USB, attualmente sotto sorveglianza speciale. Se invece il giudice rigetterà la misura della questura, si potrà dare atto che in questa terra ci può essere ancora speranza; che vale ancora la pena di investirsi nelle pratiche di riappropriazione dello spazio pubblico; che per le/i calabresi esiste una speranza di costruzione di senso nel restare e resistere; che il potere costituito può ancora agire a tutela dei molti e non dei pochi.

O forse semplicemente si darà atto di una misura irragionevole, priva di senso anche quando applicata in casi molto più gravi di questo. “La sorveglianza speciale – mi disse lo stesso Simone – è un abominio aldilà di Jesse e Simone. È un abominio da sempre”.

Tutta questa storia, che trova forse una sua ragione nella volontà di dare un segnale agli animi ribelli e dissidenti, ha avuto l’effetto portare alla ribalta la questione del libero esercizio del diritto al dissenso e sulla inumanità della sorveglianza speciale. Proprio grazie alla nostra vicenda sono stati organizzati incontri, dibattiti e manifestazioni per sviluppare una riflessione collettiva sulla valenza della misura di prevenzione (al di là di chi sia l’interessato) e quali le conseguenze di tale misura. Un’occasione per riflettere in modo costruttivo e concreto su una disposizione ingiusta frutto di una narrazione distorta ed iniqua.

I calabresi conoscono bene i propri nemici. I mali di cui soffre la terra di Calabria sono talmente numerosi che a volte l’emergenzialità stratificata delle esistenze confina la gente nella sopravvivenza quotidiana. Le e i calabresi non hanno bisogno del disprezzo che cala da Nord; non hanno bisogno dell’autonomia differenziata; ciò che serve è una completa e incondizionata agibilità del diritto al dissenso, praticato con voci altrettanto libere e ricche di progettualità sociale, come quelle di Jessica e di Simone, di Francesco, di Stefano, e di donne e uomini che oggi rischiano la stessa libertà per denunciare il maltolto e ribadire i diritti così facilmente negati.

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