Alta formazione a Firenze: i rischi di una monocultura economica. Dialogo con Leonardo Croatto

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L’amministrazione fiorentina si sta indirizzando verso lo sviluppo di un nuovo turismo culturale, incentrato sulla cosiddetta “alta formazione”. «Diventeremo la capitale dell’alta formazione – afferma il sindaco Nardella a mezzo stampa –. Gli studenti stranieri raddoppieranno». Secondo Palazzo Vecchio,  il potenziamento del settore fornirebbe anche soluzioni ai problemi demografici del centro storico e dei volumi vuoti, da Sant’Orsola al Maglio. Ne parliamo con Leonardo Croatto (FLC-CGIL).

ILARIA AGOSTINI: Tu che lavori in quest’ambito come sindacalista puoi aiutarci a capire cosa si intende nel dibattito cittadino con l’espressione “alta formazione”?

LEONARDO CROATTO: Il mondo dell’alta formazione è vasto. Firenze, per le sue caratteristiche storiche, è un contenitore di un numero particolarmente elevato di strutture di natura culturale, universitaria, post-universitaria. Molte di queste istituzioni sono private: mi riferisco alle imprese che producono formazione strutturata, destinata a studenti al di sopra dei diciotto anni. È essenzialmente su questo tipo di istituti – privati e, quindi, sul mercato – e sul loro richiamo culturale, che si impernia l’attuale dibattito sull’economia della città.

A Firenze e nei comuni limitrofi abbiamo più di una quarantina di università americane o straniere, incluse le aziende italiane che si accreditano all’estero (ad esempio, la Lorenzo de’ Medici o il FUA-Florence University of Arts). Poi gli istituti di alta formazione per l’arte, l’artigianato e per la moda (tra cui: lo IED-Istituto Europeo di Design, Marangoni, Polimoda, la Scuola di musica di Fiesole, l’Alta scuola di pelletteria di Scandicci, etc.).

Hanno dimensioni molto diverse: da poche unità di dipendenti, a più di un centinaio; da poche decine di studenti a semestre, fino a molte centinaia. E sono scuole accessibili per lo più a fasce medio-alte (benché qualche studente provenga anche da famiglie non ricche); poi esistono agenzie di natura mista pubblico-privato [o private finanziate da fondi pubblici] che, facendo formazione regionale (quella da catalogo), sono frequentate da elementi provenienti da classi meno abbienti e locali.

Prevalentemente, tuttavia, l’alta formazione a cui si fa riferimento nel dibattito fiorentino è quella che richiama studenti stranieri. Ogni semestre arrivano a Firenze migliaia di studenti stranieri. Nel 2018, in Italia, abbiamo avuto 35.000 studenti statunitensi; di questi, oltre 12.000 hanno studiato in Toscana. Agli studenti USA si aggiungono poi le migliaia di studenti che arrivano dagli altri paesi: è una fetta consistente di popolazione, in una città di 350.000 residenti. Con all’ASAUI (l’associazione dei docenti università americane in italia, ndr) abbiamo provato a fare un conto: nei momenti di picco, gli addetti nelle università americane a Firenze sono almeno 3.000. Questo prima del covid, ora la situazione è probabilmente diversa.

IA: In cosa si distingue l’afflusso connesso all’alta formazione dal turismo normalmente inteso? Che bisogni e che impatto ha, dal punto di vista culturale?

LC: È difficile distinguere i bisogni di questi soggetti rispetto ai turisti “normali”. Si tratta di un contingente piuttosto omogeneo: studenti, ma anche professori, funzionari con alto livello di istruzione. Tutti instaurano un rapporto particolare con la città. Oltre a consumare molti alcolici e panini (ciò è vero soprattutto per quanto riguarda gli studenti), vorrebbero consumare qualcosa che non trovano: più cultura. Ma se, da una parte, essi si attendono maggiori stimoli culturali, dall’altra è innegabile che la loro presenza abbia ricadute culturali sul tessuto cittadino. In una città piccola, una densità tanto elevata di luoghi di alta formazione alza il livello della scolarità, della cultura. Se questo settore avesse una sua visibilità e opportunità di funzionare a servizio della città, produrrebbe un impatto culturale di maggiore spessore.

IA: Con quale immagine di Firenze arrivano gli studenti e i docenti stranieri? E quale è l’opinione che se ne fanno abitandoci?

LC: Per rispondere devo partire da lontano. Firenze non è più una città manifatturiera, l’alta qualità produttiva non è più in città. Si fa prima, e meglio, a far soldi col turismo, che ha meno bisogno di specializzazione. Per esempio, il turismo croceristico che arriva, mangia un panino, compra una borsa di pelle e se ne va, non ha bisogno di nulla. Paradossalmente, Firenze produce i suoi turisti senza impegno dell’essere umano. Minimo investimento, massima resa. La scelta di puntare sull’alta formazione – per quanto essa possa essere in qualche modo assimilata a una forma di turismo – la vedo perciò come un piccolo passo in avanti, poiché attrae soggetti che maturano un rapporto più intenso nei confronti della città. Che vivono lo spazio urbano, si relazionano col vicinato, devono riempire le serate.

Per inciso, le imprese formative sono presenti “naturalmente” anche senza una programmazione, o un progetto di lungo periodo che le richiami: la città ha una capacità naturale di attrazione degli studenti stranieri. L’idea per cui questo tipo di studenti viene da sé è comunissima. Finora nessun sindaco e nessun presidente del consiglio regionale ha fatto nulla, contrariamente a quanto dichiarato. E così, la città non offre a questi ragazzi niente di meglio di quello che offre ai turisti di un giorno. In questo modo, il rapporto tra alta formazione e Firenze si inceppa. Se la città non si mette al servizio del percorso educativo, l’esperienza si riduce a bere birra e passare le nottate per le strade.

IA: Descrivi un classico scenario da “movida”. Quale potrebbe essere una possibile soluzione?

LC: Il salto di qualità starebbe nel creare le condizioni idonee a favorire un’offerta culturale che distolga da questo tipo di consumo. Si dice che gli studenti più svegli di questi programmi vadano via delusi, perché si aspettavano un’offerta più ampia, più culturale. Detto in altri termini, Firenze non si dimostra uno strumento di soddisfazione culturale.

IA: In città, come sai, esistono molti volumi vuoti, in posizione centrale e dal carattere monumentale. Alcuni di questi “contenitori” sono destinati ad accogliere massicciamente funzioni relative all’alta formazione. Che ne pensi di questo approccio?  

LC: In assoluto non sarei d’accordo, ma relativamente alla situazione può essere plausibile. Sono dell’opinione che abbia poco senso, infatti, puntare esclusivamente sull’alta formazione, perché il centro storico è carico. Ma che altro si può fare con questi edifici? Sempre meglio una scuola che un museo vuoto (come quei musei privati a cui sono stati affidati palazzi centralissimi e che non attirano nessuno). Meglio che un albergo di lusso o l’ennesimo negozio di grande superficie. La valutazione è relativa, il problema è la mancanza di una visione complessiva. Questi studenti sono molti e hanno influenza sulle dinamiche degli affitti…

LC: Ecco, a proposito di affitti: spingere verso una città che offre alta formazione come nuova ipotesi economica, in forma monoculturale, non rischia di essere poco lungimirante dal punto sociale?

IA: Certo, è il pericolo principale. Tuttavia, realizzare uno studentato o un campus dove studenti e docenti vivono tra di loro, isolati, ha poco senso, anche perché il senso di questi settori formativi è vivere un rapporto con la città. Se viceversa li mescoli alla città, gli studenti incidono sul mercato degli affitti. Gli affitti brevi – quelli da tre-quattro mesi destinati a studenti stranieri – mangiano un mare di affitti. Una situazione che è comunque meglio di airBnB (a cui un sindaco normale dovrebbe fare una guerra senza quartiere, ma questo è un altro discorso…). Il loro modo di vivere è estraneo alla cultura abitativa locale. Provengono da esperienze di vita suburbana in famiglia, o in campus universitari, serviti e riveriti. Quella che vivono qui è la loro prima esperienza di vita autonoma in un contesto “ostile”.

Insomma, la presenza di studenti stranieri modifica l’offerta del territorio, ma probabilmente in maniera meno dirompente del turismo mordi e fuggi. Hanno bisogno del commercio di vicinato, del pane, non vanno all’ipermercato in periferia. Non è detto che questa modifica sia del tutto negativa, certo bisognerebbe averci riflettuto prima, aver fatto una programmazione, aver pianificato.

L’amministrazione cittadina dovrebbe riflettere in due direzioni. Prima riflessione: cosa si offre loro, quando la città offre unicamente sé stessa? quando gli amministratori non devono fare alcuna fatica, non hanno bisogno di fare un progetto, perché il progetto è Firenze?

La seconda riflessione è: come si modifica l’antropologia dei luoghi in cui questi ragazzi precipitano? Magari potremmo avere un centro storico vivo, con un sacco di gente, con spazi di aggregazione frequentati da “vecchini” e da questi ragazzi; sarebbe interessante, inoltre, il confronto tra questi studenti diciottenni-ventenni e quelli delle scuole superiori.

IA: Si pone però il problema dell’aumento del costo della vita in città, l’aumento degli affitti…

LC: Certo, quello è dato. Però oggi la concorrenza dell’affitto 4+4 è con airBnB, più che con gli affitti per studenti.

IA: In sintesi, questa insistenza sull’alta formazione la vedi come il meno peggio?

LC: Il meglio sarebbe che Firenze avesse un’economia mista, dove in centro potessero vivere tutti, anche, com’era a suo tempo, gli operai che andavano a lavorare alla Fiat a Novoli. Bisognerebbe fosse così la città, ma siccome non è così, quello che si dovrebbe fare è una programmazione, un calcolo di quanti studenti può sopportare Firenze. Duemila-cinquemila-diecimila studenti? Programmare se e quanto crescere, senza mettere tale crescita in concorrenza con gli abitanti, ma con i turisti di un giorno.

IA: Dal punto di vista sindacale – quanto a contratti lavorativi e a condizioni di impiego – puntare sull’alta formazione porta un miglioramento?

LC: Sì, senza appello. I datori di lavoro del settore sono – salvo eccezioni – ricchi. Gli operatori sono professionisti, laureati (anche l’impiegato in segreteria raramente ha solo il diploma), hanno conoscenze linguistiche. La richiesta di alta professionalità e specializzazione produce buoni posti di lavoro dal punto di vista della quantità e dell’economia. Il confronto con qualsiasi altra attività ricettivo-turistica e professionale è impietoso. E se poi li metti a paragone con il cameriere al nero o con il personale di servizio negli alberghi…

La città si riempie di lavoratori ad alto spessore culturale: artisti, autori, scrittori, traduttori, musicisti… Magari la città riuscisse a dar loro visibilità, spazio: sarebbe utile alla città e farebbe contenti i lavoratori nell’alta formazione. Dentro queste strutture ci sono risorse culturali inespresse, è uno spreco monumentale.

IA: È alta la precarietà nell’alta formazione?

LC: Sì. In effetti, la precarietà purtroppo è alta, in particolare nelle figure a più alta professionalità: docenti che impartiscono singoli corsi, che lavorano su più strutture, con contratti fatti a caso e tante partite iva. Fortunatamente però il reddito è mediamente elevato e consente di condurre vite dignitose. Ma esiste un problema contrattuale. Il tasso di sindacalizzazione formale è basso, fatto normale nelle strutture non italiane. Ma con alcune abbiamo un rapporto ottimo. Insomma, è vero che tra i docenti il 25% circa ha contratti precari, ma dall’altra parte – nel turismo – abbiamo lavoratori al nero.

IA: A quanto affermi in merito allo spreco di un potenziale da parte della città, aggiungerei che ciò si inserisce nel solco di scelte politico-cuturali che da lungo tempo non interpellano, non coinvolgono nemmeno l’intellettualità fiorentina, la quale resta – colpevolmente – in silenzio.

LC: I docenti delle università straniere fanno fatica, fuori dal lavoro, a dare un senso alla loro esperienza professionale. E qui c’è un elemento di natura sindacale: le università americane di cui questi soggetti sono figli non riconoscono ai docenti che lavorano là dentro lo status di professore. Quindi: professori a tutti gli effetti, che fanno esami, alcuni seguono tesi, non possono scrivere il titolo di prof. nemmeno in calce alla mail. Però, per tornare alle potenzialità culturali non espresse sacrificate al turismo di un giorno: quale città al mondo, di 350.000 abitanti, ha in seno più di una quarantina di università americane e tutti gli istituti di moda e di arte che ho citato sopra? A cui si aggiungono l’Università di Firenze (4.285 tra docenti e tecnicici-amminsitrativi, 53.772 gli studenti iscritti nel 2020), l’Accademia di Belle Arti, l’ISIA-Istituto di Design, senza dimenticare l’Università Europea alla Badia fiesolana? Roma ne ha di più, certo, ma ha una superficie urbana smodata e un numero enormemente più elevato di abitanti.

Firenze, 3 febbraio 2022

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Ilaria Agostini

Ilaria Agostini, urbanista, insegna all'Università di Bologna. Fa parte del Gruppo urbanistica perUnaltracittà. Ha curato i libri collettivi Urbanistica resistente nella Firenze neoliberista: perUnaltracittà 2004-2014 e Firenze fabbrica del turismo.

3 commenti su “Alta formazione a Firenze: i rischi di una monocultura economica. Dialogo con Leonardo Croatto”

  1. Sono stati espulsi dal centro storico gli studenti universitari italiani spesso di estrazione sociale bassa insieme alle loro facoltà Unifi per far posto ai ricchi studenti stranieri, o no?

    1. Ilaria Agostini

      Gentile Giovanni, grazie per la lettura.
      Non sono del tutto d’accordo con le sue affermazioni. Gli studenti «italiani» non sono stati espulsi dal centro storico dai loro colleghi stranieri, se non in parte. Piuttosto la loro espulsione si deve alle dinamiche di turistificazione della città e alla conseguente trasformazione degli appartamenti in alloggi per affitti turistici.
      Per quanto riguarda poi le facoltà universitarie fiorentine, esse non sono state «espulse» come lei scrive. La loro delocalizzazione si è avverata piuttosto in nome di logiche di massimizzazione della rendita fondiaria (come a Novoli sui terreni della Fiat) o in nome della realizzazione nostrana del modello coloniale dei campus satelliti (Polo scientifico nella Piana di Sesto). Tutto ciò accadeva mentre le «ricche» università straniere mettevano a frutto la rendita posizionale; ossia, mettevano a reddito la storia, la prossimità col nucleo urbano monumentale. Se vuole approfondire si legga Boltanski-Esquerre, “Arricchimento. Critica della merce”.
      Le suggeriamo anche questo nostro scritto: https://www.perunaltracitta.org/homepage/2021/05/31/firenze-universita-a-nord-ovest-in-centro-alta-formazione-mercificazione-e-selezione-sociale/
      A presto

  2. giovanni ragni

    Grazie per questo contributo e per questa intervista. Solo in maniera marginale all’articolo ho sempre pensato che Firenze, nonostante tutto, offra molto dal punto di vista culturale. Uno dei grandi problemi strategici di Firenze è che, sostanzialmente, non si sa mai niente di quello accade. Voglio dire… se conosci già i posti, riesci a seguirli e a fidelizzarti (penso magari ai singoli teatri, o chessò, al festival jazz o simili), ma se non lo sai e non frequenti i luoghi dove questi sono pubblicizzati (come le bilbioteche, per esempio) è molto difficile venirne a conoscenza ed entrarci in contatto.
    Ho sempre pensato che manchi una “rete” e che esistano tantissime attività culturali (anche di alto livello) “satellizzate” l’un l’altra, se mi passate il termine.
    Mi metto nei panni di questi ragazzi stranieri che arrivano e… – vado a braccio – nessuno gli parla dei Teatri d’imbarco, del teatro di rifredi, delle (s)piagge, della compagnia chille de la balanza…così come dei centri sperimentali mila pieralli a scandicci o del centro di pontedera… o la limonaia di sesto e dio solo sa quanti me ne sto scordando in questo momento. In ugual misura, chi gli suggerisce il circolo di castello, lo stesso stensen, il cinema la compagnia, il centro virgilio sieni, il teatro del cestello… e men che meno il cirk fanstastik delle cascine o ancora il jazz club o il tendone da circo al ponte a rovezzano….???
    E questi sono tutti luoghi dove si vive di cultura e se ne produce ed offre di altissima qualità. Ripeto, sto sicuramente scordando altri posti altrettanto importanti… ma penso che questa riflessione sia in parte pertinente al contenuto dell’articolo. Ho vissuto in diverse città italiane e anche all’estero… ed è sempre fortissima la sensazione, a Firenze, di un capitale culturale altissimo, in buona parte già espresso (anche se molto inespresso), del tutto sconosciuto alla cittadinanza che non se ne voglia ostinatamente occupare, scovandola nei meandri dei volantini in biblioteca o nei manifesti ai circolini….
    Spero di essermi spiegato. Grazie dell’attenzione

    p.s. la parola corretta sarebbe monocOltura, poiché viene dall’ambito agricolo….

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