Tre storie dall’Afghanistan, cinque anni dopo.

  • Tempo di lettura:9minuti

Sono passati cinque anni da quando gli americani e i loro alleati, dopo vent’anni di occupazione, a seguito di mesi di scontri, si sono ritirati dall’Afghanistan, lasciando il potere in mano ai talebani. Da agosto 2021 le famiglie faticano a mandare i figli a scuola, a curarsi, a comprare il cibo. Non essendo in corso attentati o combattimenti, l’Afghanistan sembra un paese più sicuro ma è anche molto più povero perché i talebani hanno bloccato gli aiuti internazionali. Durante l’occupazione americana, l’economia afghana dipendeva dai finanziamenti esterni per pagare gli stipendi, finanziare i servizi pubblici e le infrastrutture. 

“E’ finita la guerra intesa in modo convenzionale; è venuto meno lo scontro tra attori diversi per il mantenimento del potere sul territorio. Ma non è scomparsa la violenza che ha tempi di rilascio molto lunghi. Restano le tracce visibili e non visibili; le armi lasciate in casa sono un esempio della violenza tangibile. Poi c’è il terrore dei raid con cui la popolazione è vissuta per decenni”, ha dichiarato a Willy Giuliano Battiston, socio di Lettera 22 e contributor ISPI. 

Di seguito riportiamo il cuore di tre interviste a tre afgani di generazioni e classi sociali diverse. Due di queste sono state registrate alla frontiera italo-francese, la terza ad una fermata dell’autobus di Nicosia, a Cipro. Per tutti e tre l’unica scelta è stata quella di partire.

“Come le dicevo ero un militare durante il vecchio governo. Quando il governo è caduto, mi sono ammalato, avevo dei problemi al ginocchio e alla testa perché durante il periodo repubblicano avevo combattuto i talebani che poi mi hanno gravemente picchiato. Mi sono ristabilito un po’ nel 2023. Nel frattempo i miei fratelli hanno venduto un terreno ereditato dai miei genitori per prendersi cura dei miei bambini. E per venire qui, ho allo stesso modo venduto altre cose per poter continuare il mio viaggio fino in Grecia. E’ così che è andata. La mia famiglia non è più la, ho quattro figli piccoli da crescere e mia moglie è deceduta durante il periodo repubblicano”.

Vi siete sentiti traditi dagli Stati Uniti? 

“Non ho sentito questo tradimento perché sono i dirigenti che hanno tradito e abbandonato il paese. Io ero un soldato e in quanto soldato non potevo fare niente. E se un presidente ha lasciato il paese, cosa avrebbero potuto fare gli altri? E’ stata anche l’azione degli Stati Uniti che ha spostato le cose da un posto all’altro”. 

Hai già un piano in Francia? 

“Sono dieci giorni che ho ottenuto l’accettazione (per la domanda di asilo) di 10 anni. Questo è un periodo di vacanza ma mi hanno promesso un altro alloggio. Per ora vivo in un luogo che non so se è pubblico o privato. L’immigrazione, a volte è difficile. Vorrei aiutare i miei fratelli e occuparmi dei miei figli”, conclude Kokun, 37 anni, ex-militare afgano.

Gli afgani sono la prima nazionalità per richieste di protezione presentate nell’area UE+. Soltanto nel corso del 2025, più di 63.000 afghani hanno presentato una domanda di protezione internazionale nell’Unione Europea (European Union Agency for Asylum). Ci sono più di un milione di domande appese di cui solo la metà viene accettata. Alcuni paesi, come la Germania e l’Austria, si sono organizzati in autonomia: hanno predisposto dei voli di rimpatrio per chi è stato diniegato, che, tuttavia, avrebbe diritto di fare ricorso. A giugno 2026 l’Ue, che ufficialmente non riconosce il regime dei talebani, ha organizzato un incontro con la delegazione talebana per poter disporre gli ordini di rimpatrio ovvero il rinvio in Afghanistan di quelle persone che in Europa non hanno ottenuto i documenti. D’altra parte, la Corte Penale Internazionale ha chiesto un mandato di arresto contro la Guida Suprema per crimini contro l’umanità e crimini di genere poiché i cittadini non vivono più una vita di diritti da molto tempo. Nonostante ciò, l’Afghanistan è stato posto dall’Europa tra la lista dei paesi sicuri per i rimpatri. Per cui il regime, a fronte di questa legittimazione, chiede – in cambio dei rimpatri – di rientrare nei consolati dell’Europa in cui lavora ancora il personale del regime pre-talebano. Questo vorrebbe dire che i talebani avrebbero il controllo delle entrate e uscite dal paese tramite il rilascio di visti e nullaosta; nel frattempo, le Ong stanno protestando contro l’iniziativa di Bruxelles. 

“Ora l’Unione Europea si ritrova a dover ripulire il disastro che l’America le ha lasciato in eredità. Hanno portato il caos in Afghanistan, in Iraq, nello Yemen e in molti altri paesi”, mi dice Ali, studente di 24 anni, ad una fermata dell’autobus di Nicosia.

In realtà, gli dico, dal 2001 al 2021, ad esempio, l’Italia ha partecipato all’intervento internazionale in Afghanistan come alleata degli Stati Uniti, prima nell’operazione Enduring Freedom e poi nelle missioni NATO ISAF e Resolute Support. Per vent’anni ha mantenuto un contingente militare, principalmente nella regione di Herat, contribuendo – in modo un po’ schizofrenico – ad attività di sicurezza, addestramento delle forze afghane e ricostruzione civile. 

“In effetti, quando ero lì, ho visto truppe inglesi, americane, francesi e italiane, oltre a quelle tedesche. I tedeschi erano quelli che si notavano di più perché erano enormi”, ridiamo.

“Per quanto riguarda la presenza americana in Afghanistan, erano lì per il proprio tornaconto. In secondo luogo, la situazione era migliorata in termini di libertà sociali, ma le politiche macro-statali, la corruzione sistematica e le discriminazioni etniche, linguistiche e religiose sono rimaste costanti e, in una certa misura, sono aumentate. In terzo luogo, la coltivazione e l’esportazione di droga hanno raggiunto il loro apice; l’Afghanistan è diventato il più grande esportatore mondiale di eroina. In quarto luogo, risorse importanti e strategiche come l’uranio furono confiscate dagli Stati Uniti e sottratte al Paese. Quinto: ci sono stati brogli nelle elezioni presidenziali. Sesto: si è normalizzato il controllo della politica estera dei governi afghani. La loro presenza non è mai stata destinata agli afghani. Gli americani erano lì per essere geograficamente vicini ad altre superpotenze come la Russia, la Cina e l’Iran, e il loro ritiro è stato un danno per Biden: se fossero rimasti lì, avrebbero avuto più possibilità contro l’Iran, invece di perdere ora in modo così miserabile”.

I sei punti di Ali sono un’analisi tagliente delle “nostre” contraddizioni, del fallimento dell’intervento euro-atlantico.

“E ora che i talebani sono al potere, il lavoro è sparito: tutti sono disoccupati e poveri, e la povertà ha raggiunto livelli altissimi; chiunque respiri vuole andarsene; i bambini vengono venduti; le donne sono come ostaggi; il numero di membri dei talebani che violentano le donne civili è alle stelle; non possono studiare né camminare in pace senza temere che qualche bastardo con la barba lunga le fermi; ecco perché il loro abbigliamento e il loro aspetto non sono di loro gradimento. Persino gli uomini vengono molestati perché non hanno la barba o indossano abiti attillati e per mille altri motivi, mentre loro stessi si comportano come maiali incapaci di controllare la propria lussuria, ma incolpano gli altri per non essersi coperti. Questo va avanti dal 2021: i talebani, invece di sfamare i poveri, vogliono costruire strade”. 

Quindi partire è l’unica possibilità?

“Andarsene è la scelta migliore, visto che, ancora una volta, prevedo che ora ci sarà un’altra guerra civile. C’è un altro gruppo di resistenza che ha iniziato a prendere di mira i talebani”, conclude Alì, ex-studente che non ha potuto completare gli studi perché per rinnovare i documenti gli serve un contratto di lavoro.

Ne I Dannati della terra Fanon scrive: “appena i capitalisti sanno, e sono evidentemente i primi a saperlo, che il governo si prepara a decolonizzare, si affrettano a ritirare dalla colonia la totalità dei capitali. La fuga spettacolare dei capitali è uno dei fenomeni più costanti della decolonizzazione” (p. 67). I talebani hanno bloccato gli aiuti internazionali; cioè hanno fatto quello che prima veniva messo in atto dai colonialisti. Il prezzo dell’indipendenza vale il prezzo della fame? Inoltre, la violenza in Afghanistan non è scomparsa, ha solo cambiato forma. In particolare aumentano le dispute personali tra le famiglie. D’altra parte, si tratta di una generazione che ha conosciuto solo il linguaggio dell’odio e della disumanizzazione dove tutto si risolve con le armi. 

“Ognuno ama la propria patria più della propria vita ma io ero costretto: ho preferito lasciare tutto per restare vivo. Per questo ho lasciato l’Afghanistan: non avevo pace a causa dei talebani e per questo sono venuto via”, mi racconta Mohammed, 20 anni, alla frontiera italo-francese. 

Cosa facevi in Afghanistan?

“Lavoravo come pastore. Ho studiato solo tre anni perchè non avevo soldi. La scuola religiosa costava 600 afghani al mese. Non potevo permettermelo. Mia madre era malata; tutto era sulle mie spalle. Volevo studiare ma non è stato il mio destino”. 

Perché la tua vita era in pericolo lì? 

“Amavo una ragazza che appartiene ad un gruppo pashtun: sono benestanti e fanno parte dei talebani. In sostanza fanno quello che vogliono: prendono i soldi, nessuno li controlla. Loro sono prepotenti. Io non ho alcuna forza. Noi siamo turkmeni, non abbiamo fatto del male a nessuno fin’ora, ma questi pashtun – questo gruppo – se non hanno morale, non rispettano e non guardano in faccia nessuno, pensano solo a loro stessi. Ridono di te; ti considerano zero. Se mi avessero preso, mi avrebbero ucciso in città. Per questo mi sono allontanato, sono venuto qui; nessuno lo sa”. 

Quando era in Turchia, Mohammed ha lavorato come pastore per due anni. Mentre era lì, ha ricevuto un’altra minaccia.

“Circa una volta a settimana, veniva un comandante dei talebani a casa e diceva a mia madre: porta tuo figlio in tribunale. Perché se lo troviamo, se non si consegna, sarà appeso in piazza. Così lo uccidiamo. Mi ha anche mandato una lettera di minaccia ce l’ho sul telefono. Io ero in Turchia quando è arrivata. E per questo sono stato costretto a proseguire il viaggio fino a qui”.

La ragazza lo sa che tu sei partito?

“Quando sono arrivato in Turchia, lei lo sapeva però non gliel’ho detto io perché sennò avrebbe avuto problemi. Per circa 6-7 mesi abbiamo parlato mentre ero lì. Poi suo fratello l’ha capito e mi ha mandato di nuovo una minaccia a casa. Il comandante ha mandato i documenti al tribunale. Suo fratello non ha morale: ha preso il suo telefono e l’ha distrutto. Ora sto aspettando di vedere quando mi scrive o quando posso parlare con lei. Io amavo quella ragazza e lei amava me. Ma suo fratello e suo padre non volevano che stessimo insieme perché sono povero. Dicevano: come puoi prenderti cura di lei. Nessuno mi dava valore in quel posto”, conclude Mohammed, ex-pastore.

La migrazione è un processo multidimensionale che interseca le differenze di classe e di genere; “concede la libertà di inventare nuovi stili di vita e una diversa rappresentazione di sè (Stychin 2000)” ma l’Europa, dialogando con i talebani, di fatto agli afgani prova ad impedirlo.

The following two tabs change content below.
Dopo la laurea in Sviluppo economico e Cooperazione Internazionale, mi sono presa un anno sabbatico per Londra e poi l'India, infine per vedere i proiettili sui muri a Sarajevo. Tornata in Italia ho lavorato prima nei Centri di Accoglienza Straordinaria come insegnante L2 e operatrice legale, dopo nella scuola Secondaria di II° come docente di sostegno e di Filosofia e Scienze Umane. Da quest’esperienza nasce il mio blog “Lettera da un professionale” https://letteradaunprofessionale.wordpress.com/chi-sono/. Al momento sono dottoranda in Peace Studies presso La Sapienza con una ricerca sulle migrazioni.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Captcha *