Planet exit. Il nostro mondo visto dagli alieni

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Se un alieno atterrasse domani sulla terra, non troverebbe abitanti ma extra-terrestri, alienati come lui. Vedrebbe un ambiente sofferente, dominato dalla violenza, dall’abuso e dall’umiliazione. Proviamo a immaginarcelo.

Alberto Boatto, già nel 1992, descriveva la terra come “oggetto disponibile e sottomesso, sicura proprietà, immensa discarica, rumoroso mass-media, sferico super-utensile, bersaglio tenuto costantemente sotto controllo.” Il punto di vista dominante è quello degli oltre 15.000 satelliti in orbita (più altrettanti dismessi) che permettono la totale trasparenza della biosfera. Poter vedere ogni angolo della superficie terrestre permette il puntamento di ogni luogo, che è l’atto che precede il fuoco, trasformando tutto e tutti in possibili obiettivi di attacchi, siano essi armati, legali, finanziari o informatici. Le guerre sembrano il principale motore di progresso e dilagano rapide. La sperimentazione di alcune nuove tecnologie – come gli algoritmi predittivi, i cyber-attacchi, i droni o i robot umanoidi armati – può avvenire solo in zone di guerra. Inoltre le guerre distruggono città, edifici e vite mane, innescando fenomeni migratori e nuova produzione edilizia, cioè investimenti in economia reale. Infine le guerre servono per nascondere l’inflazione galoppante dell’occidente avanzato, causata dal sistema del debito e dalla stampa infinita di nuova moneta. La trasparenza istantanea delle trasmissioni, insieme alla crescente capacità di calcolo, costituirebbe uno strumento utilissimo per simulare, prevedere e prevenire i rischi, per evitare incidenti programmando interventi mirati. Purtroppo però la potenza tecnologica è nelle mani di pochi che la sfruttano per consolidare il loro dominio sul globo, senza preoccuparsi delle conseguenze, isolandosi in un eden esclusivo, quasi extraplanetario. Grandi fondi d’investimento assicurano la rendita da capitale, giocando partite miliardarie sui mercati finanziari, con azioni drogate dal debito e l’azzardo dei prodotti derivati. Gli apparati di governo rispondono a questa situazione in modo impacciato, cercando di reggere il gioco ai potenti assecondando le strategie delle banche con politiche di austerità, nuovi debiti e guerre.

La guerra non è la causa ma l’effetto del dominio incontrastato del capitale finanziario. Senza giustizia non può esserci pace. Sulla terra non si può dire che ci sia giustizia fiscale, con la progressività delle tasse, né giustizia sociale, con servizi e diritti per tutti, né scientifica e tecnologica, con licenze libere per i beni comuni. Gli algoritmi neuronali, per esempio, quelli programmati per apprendere dalle statistiche, sono utilizzabili a pagamento, ma i codici sorgente che li governano e i dati che li nutrono non sono accessibili. Quelli che potrebbero essere programmi di assistenza condivisi, per facilitare il rapporto tra le persone e le macchine, sono al servizio di chi può permetterseli, attrezzi raffinati per condizionare e competere sul mercato, ma anche alibi per chi vuole uccidere senza sporcarsi le mani. L’AI nasconde grandi rischi, non solo di manipolazione della realtà ma soprattutto di omologazione e inerzia. Omologazione perché le scelte basate solo sui dati statistici porta facilmente alla tirannia della media, dove vincono i mediocri e il genio è penalizzato. Inerzia perché le informazioni abilmente manipolate spingono l’opinione pubblica verso la rassegnazione, il sentimento d’impotenza, la mancanza d’immaginazione e di speranza.

Così il pianeta si deteriora, consumato da usi sfrenati che nascondono la vera scala di valori dietro un’immagine attraente, capace di appagare il continuo desiderio di dopamina. La salute dei fiumi, dei mari, delle terre e dell’aria è subordinata all’avidità individuale, ai simboli di status sociale, alla moda e allo spettacolo, come se non abitassero tutti lo stesso pianeta. L’illusione di vivere in un mondo globale porta le persone a cercare situazioni di densità esperienziale nelle grandi metropoli, dove la prossimità stimola frizioni più che incontri, in una sorta di nomadismo abitativo effimero e precario. Lo spaesamento generato dalle trasmissioni a distanza sembra proporzionale allo spostamento di masse di merci e di persone, in una folle corsa tossica. Il turismo, per esempio, è una delle economie più inquinanti del pianeta. Non solo è responsabile del surriscaldamento climatico per la CO2 emessa dai mezzi di trasporto (con 250.000 voli il giorno), ma anche per la sottrazione di patrimonio pubblico, di abitanti e di cittadinanza. Il benessere delle persone è sostituito dalla gratificazione rispetto a obiettivi egoistici. Le zone più ricche del pianeta non producono beni indispensabili ma solo servizi di vario tipo, molti dei quali sono delegabili alle macchine. Qui gli abitanti dipendono dalle risorse globali, per l’energia, l’alimentazione, le materie prime e la mano d’opera. È in queste zone che si concentra il potere dei capitali finanziari che, per crescere, devono essere continuamente reinvestiti. Essendo gran parte degli investimenti diretti all’innovazione e alla ricerca di nuove tecnologie, i servizi di punta, nel mercato del lavoro più ricco e competitivo, sono quelli che prevedono grandi capacità creative, visionarie e intuitive, proprio quello che l’algoritmo non può offrire. Questi impiegati sono considerati un’élite mentre la maggior parte degli abitanti del pianeta svolge lavori ripetitivi, precari, mal retribuiti e poco gratificanti perché utilizzati nella produzione di beni e artefatti, dal cibo agli edifici, che per mantenere margini di profitto elevati devono ridurre al minimo il costo del lavoro. In mezzo ci stanno tutte quelle persone che si occupano di servizi locali, quelli resi a persone vicine, come l’avvocato, l’idraulico, il meccanico, il dottore o il cuoco, oppure quelli amministrativi e burocratici, come il funzionario comunale, il bancario, il contabile (tutti naturalmente declinabili al femminile, spesso senza pari riconoscimenti). Una categoria particolare di lavoratori è rappresentata dai nomadi digitali che svolgono servizi a distanza per clienti di tutto il mondo (illustratori, personal coach, progettisti di barche, insegnanti di lingue o brokers). Il mercato della formazione, in particolare, ha assunto proporzioni notevoli, con corsi di ogni tipo, allievi e insegnanti intercambiabili, alcuni obbligatori, raramente qualificanti, in parte certificati, che contribuiscono all’inspessimento dell’apparato normativo e burocratico. Anche in queste categorie si registrano alti livelli di frustrazione, alienazione e disillusione. La finanza ha bisogno dell’economia reale e dei lavoratori per soddisfare la sete di profitto ma i lavoratori non traggono nessun profitto dagli investimenti finanziari. Gli è anzi sottratto valore, come forza lavoro e potere d’acquisto, cosa che non accadrebbe senza i margini di profitto riservati all’investitore e agli intermediari. L’agricoltura, l’edilizia, l’istruzione e la sanità, in particolare, sono beni di cui non si può fare a meno, ma sul mercato sono a rischio.

Si osservano fenomeni inquietanti, tutti dovuti alla mancanza di organizzazione della maggior parte delle persone che, facendo valere i valori naturali del radicamento, potrebbero migliorare le cose. I giovani manifestano il loro dissenso ma non tutti sembrano credere in un cambiamento verso un mondo di PACE, GIUSTIZIA, DIGNITÀ.

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Angelo Ferrari

Angelo Ferrari è architetto-urbanista, si occupa di spazi pubblici e progetti partecipati. Lavora da vent’anni in gruppo, su appalti pubblici italiani ed esteri. È attivista sociale in difesa dei diritti dei cittadini e dei beni comuni. Sostiene i movimenti ecologisti e partecipa alle azioni per l’autogestione locale a piccola scala.

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