Tav, sulle terre di scavo Mattarella boccia la sanatoria di Renzi & Galletti

Considerata l’assenza di questa rilevante notizia dalla stampa fiorentina, e quindi dal dibattito pubblico della città, pubblichiamo l’articolo di Carlo Tecce uscito sul Fatto Quotidiano sabato 8 aprile.


Così il Colle fermò la mega “sanatoria” di Renzi & Galletti

Con gli annunci è semplice: “Il testo unico sulle terre e rocce da scavo è una grossa novità per la nostra legislazione, un valore aggiunto per l’ambiente, l’economia circolare e la competitività del nostro sistema nazionale”, disse con soddisfazione Gian Luca Galletti, il ministro dell’Ambiente sopravvissuto alla caduta del governo renziano. Era il 14 luglio 2016, Matteo Renzi era al potere. Tante cose in un testo unico. Un prodigio. Galletti celebrava l’approvazione in Consiglio dei ministri di un decreto del presidente della Repubblica che, dopo anni di attese e di pasticci, di inchieste giudiziarie partite e di grandi opere incomplete, in teoria doveva consegnare all’Italia una buona legge per non inquinare con il materiale, proveniente da terre o da rocce, estratto durante i lavori stradali e ferroviari o utilizzato per la costruzione di un’abitazione o per la ricostruzione in zone colpite dal terremoto. Ma quel decreto – il numero 279, derivato dallo Sblocca Italia, esaminato in Parlamento e licenziato da Palazzo Chigi – non è mai entrato in Gazzetta Ufficiale. Ormai più che disperso, va considerato defunto. In sostanza: è scaduto. Perché il Quirinale l’ha bloccato per mesi e poi l’ha restituito al mittente senza firma, appena Renzi ha traslocato da Palazzo Chigi.

I tecnici del presidente Sergio Mattarella avranno riscontrato nel testo degli errori giuridici, chissà, ma qui non si tratta dei soliti rilievi su sviste formali, di una normale dialettica fra istituzioni. Consultando più fonti qualificate, il Fatto ha scoperto cos’è accaduto.

Il governo renziano, assistito dal ministero che dovrebbe tutelare l’ambiente, ha tentato di far passare nel decreto una gigantesca sanatoria per aiutare le imprese che non hanno smaltito correttamente il pietrisco prodotto nei cantieri, spesso contaminato da solventi chimici o addirittura da amianto. Questa sanatoria è infilata in fondo al testo, all’articolo 27, in particolare è disseminata nel comma 3: “I materiali già scavati, raccolti o depositati in cumuli e, eventualmente, anche utilizzati in tutto o in parte, per realizzare reinterri, riempimenti, rimodellazioni e rilevati o opere in terra, anche anteriormente, non sono considerati rifiuti (…) A tal fine il soggetto proponente deve presentare all’autorità competente un Piano di Utilizzo, ove già non presentato e approvato, corredato dalla richiesta documentazione, ovvero la sola documentazione relativa alla caratterizzazione ambientale, entro 120 giorni decorrenti dalla data di entrata in vigore del presente regolamento”. Il linguaggio poco trasparente e poco brillante che caratterizza la legislazione italiana non ha scoraggiato, però, gli utenti che hanno partecipato alla consultazione telematica del decreto e che, in maniera perentoria, hanno fatto notare a Galletti: “L’articolo 27 è una sanatoria”. Il ministero ha risposto e mica ha smentito l’infamante accusa: “Il comma 3 consente di regolarizzare sotto il profilo formale e amministrativo le attività realizzate ai sensi della normativa previgente a condizioni che si dimostri la preesistenza delle condizioni ambientali richieste per la gestione delle terre e rocce da scavo in qualità di sottoprodotti”.

Il provvedimento 279 serviva a disciplinare una materia complessa con norme sparse di qua e di là. Per rimediare parzialmente alla figuraccia, di recente l’Ambiente ha emanato un decreto ministeriale per istituire un elenco in cui si iscrivono le imprese che agiscono sui sottoprodotti, cioè su terre e rocce da scavo. Un palliativo. Per percepire la dimensione del problema non occorre andare a ritroso negli archivi, è sufficiente menzionare l’ultima inchiesta sull’argomento. Qualche settimana fa, la procura di Genova ha aperto un fascicolo sul presunto smaltimento illecito di materiale da scavo del Terzo Valico, l’alta velocità su rotaie in Liguria affidata a un consorzio con dentro Salini Impregilo. Il sospetto: migliaia di tonnellate di terre non sono finite nell’ex cava di Castellaro di Isoverde né nelle discariche in Germania, ma sono state vendute per fabbricare calcestruzzo, sedimenti e persino asfalto.

Perché l’ex premier Renzi ha insistito per un semestre con una norma che faceva gli interessi soltanto delle imprese? Il dilemma sul trattamento delle terre da scavo ha scatenato numerose inchieste giudiziarie e rallentato numerosi cantieri. Un anno fa, di questi tempi, per Palazzo Chigi le emergenze erano il Terzo Valico di Genova e il Tav di Firenze, la capitale dei renziani, dove le ruspe erano ferme. Quattro anni fa, la magistratura ha sequestrato il cantiere di Firenze anche per lo smaltimento abusivo dei rifiuti. E il tema tornerà d’attualità pure con il Tav in Val di Susa. Con la collaborazione del ministero dell’Ambiente e dopo un intervento diretto di Renzi, nonostante le perplessità degli esperti, Palazzo Chigi ha tentato per settimane di convincere Mattarella a firmare il decreto per non deludere le aziende coinvolte. A distanza di quasi un anno, ci sono due notizie. Una buona: la sanatoria è scongiurata, a Palazzo Chigi neanche ne parlano più. Una cattiva: una legge moderna e completa sulle terre da scavo non esiste ancora.

*Carlo Tecce per Il Fatto Quotidiano

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