Contro la frammentazione. Movimenti sociali e spazio della politica

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Il libro di Salvo Torre, uscito agli inizi di quest’anno, prosegue il dibattito su quella disciplina ormai chiamata “ecologia politica”, ma da un punto di vista originale. Torre non parla immediatamente di ambiente, ma dei conflitti sociali e dell’opposizione al regime politico capitalista. Per dirla alla vecchia maniera: Torre ci parla di lotta di classe, ma nota immediatamente i punti nodali della nuova contrapposizione, sempre meno lotte per il salario e per le condizioni di lavoro, ma occhio centrato sui processi di accumulazione, dove il capitale agisce sulla spoliazione e appropriazione di beni comuni e ambientali. Su questo terreno si sono infatti formate aree di resistenza e opposizione con attori sociali variegati che fanno emerge il secondo nodo di interesse, quello della ricomposizione della classe o del soggetto antagonista. Se sul piano del conflitto lavoro/capitale si sono ristretti gli spazi di opposizione al modello di produzione capitalista, sul piano dei conflitti ambientali e di salvaguardia della natura si apre invece uno scontro che, pur essendo in questo momento frazionato, non potrà non estendersi a fronte di una condizione ambientale la cui gravità è ormai innegabile. I conflitti sociali prendono cioè sempre più la veste di conflitti e azioni di tipo ecologico. Da questo aspetto deriva la fortuna attuale degli studi di ecologia politica con riferimenti bibliografici che abbiamo anche raccolto in un e-book (scaricabile da qui) di cui questo articolo non ne è altro che una sorta di appendice. L’autore sottolinea anche gli elementi e gli aspetti di una convergenza tra temi “ambientali” e quelli relativi al conflitto lavoro/capitale, individuandoli nel rallentamento dei processi di accumulazione che costringe il capitale a accelerare l’estrazione delle risorse, con conseguente loro erosione, che alimenta l’aumento dei conflitti sociali, facendo poi notare che i problemi ambientali colpiscono prima di tutti i poveri. “Arruola” poi anche il movimento anti patriarcale e quello delle donne, leggendo poi in positivo tutte le nuove forme dell’articolazione sociale che possono e tendono a produrre comunità ecologiche. La ricomposizione diviene allora allargamento della base conflittuale, plasmando a modo suo l’idea che Edward Thompson (citato da Salvo Torre) applica al concetto di classe, per il quale la classe costruisce se stessa.

L’autore non si dilunga nell’analisi e nell’elencazione esatta delle problematiche ambientali ma prende atto di uno stato di fatto che poi è quello che oggi non è più possibile adottare forme della produzione della ricchezza di tipo capitalista a meno di non provocare disastri ambientali non più riparabili. C’è poi un’ altra posizione che Torre fa emergere quando, in certo qual modo, dice che il conflitto c’è, ma anche che questa contrapposizione si sviluppa mostrando una capacità di aggregazione tale da poter essere il termine di raccolta di ogni altra istanza di conflitto. Il luogo e il appunto di una nuova capacità di aggregazione, di fare soggetto.

Torre non parla semplicemente di difesa dell’ambiente, ma di un’opposizione ai processi di accumulazione che il capitale fa per estrarre profitto anche sul terreno dei beni comuni che provoca la reazione di coloro che difendono biomi, culture, aree paesaggistiche o urbane. Disvela così anche i condizionamenti con i quali la modernità ha costruito quel soggetto egemone (soggetto metafisico) così definito: «maschio, bianco, europeo, eterosessuale, monoteista» (p.13). La modernità è infatti quel contenitore, quell’ambiente-mondo prodotto indiretto dell’avvento del sistema di produzione capitalista e suo macro oggetto di riferimento per la messa in atto e la creazione di dispositivi disciplinari prima e assoggettanti poi. Elemento reso evidente dal compito di governamentalità come unica funzione ormai delegata allo Stato e dal debutto coloniale che ha segnato e accompagnato l’avvento della modernità. Lo stato non svolge più le funzioni a lui delegate ma diventa una semplice sovrastruttura che garantisce il funzionamento delle libertà del mercato; che elimina cioè semplicemente i suoi ostacoli. Coloniale è infatti quell’atteggiamento che nega l’appartenenza alla specie di tutte le popolazioni indigene e che vede nei territori da loro occupati solo e soltanto delle risorse estrattive. Coloniale diviene poi il nome del dispositivo che il capitalismo usa anche nei confronti delle popolazioni subalterne interne e esterne ai confini, quando, appropriandosene, non riconosce loro il diritto d’uso di quei beni inalienabili che non erano di nessuno perché erano di tutti. Si potrebbe dire che il capitale inaugura la modernità negando la dimensione umana ai popoli del nuovo mondo rispetto ai quali – e ai territori dei quali – applica una visione e dei comportamenti che riutilizzerà – in tempi più recenti – nei confronti anche delle popolazioni interne, ma ormai relegate nelle periferie, come se l’atteggiamento delle origini non fosse altro che una sperimentazione ben riuscita, che permette la costruzione di un pharmacon-veleno da somministrare ad ogni subalterno. Poi, se lo stato è ormai ridotto a svolgere la semplice funzione di garante delle libertà di mercato nei suoi aspetti globali, ecco che i confini non possono che diventare altro che muri che dividono i ricchi dai poveri accelerando la tendenza alla costituzione delle cosiddette gated community.

Le migrazioni, la difesa del diritto di asilo per motivi umanitari, i temi dell’accoglienza che sono in questo momento all’ordine del giorno, espandono le basi dei soggetti antagonisti che sono iscritti di fatto nel campo socio-ecologico perché portano alla luce i risultati dell’aggressione ambientale operata sui paesi di origine. «La riduzione diretta al principio del diritto alla vita riporta i migranti ai termini primari del conflitto tra capitale e lavoro, ne evidenzia in pieno la dimensione ecologica e chiarisce quanto il progetto coloniale sia ancora presente nella cultura occidentale» (p. 72)

Da questo spostamento dell’asse di attenzione – del punto e luogo di presa d’atto del conflitto tra capitale e suoi oppositori e cioè dal confronto tra lavoratori salariati e capitale – verso l’espressione attuale della conflittualità sociale «emerge uno schema politico che consente di collocare nello stesso spazio le rivendicazioni dei migranti, delle donne, dell’ambiente, non solo dal lato della prospettiva del potere, ma anche da quello della proposta politica innovativa , della società futura» (pp. 38-39). Torre riconosce infatti alle lotte femministe l’acquisizione del fatto che la totalizzazione del tempo di lavoro capitalistico deve comprendere il lavoro femminile, domestico e extradomestico. Secondo l’autore i movimenti possiederebbero una forte capacità costituente riuscendo, in alcuni casi, a modificare stabilmente gli spazi di vita nei quali si sono espressi, aprendo così alla visione di quell’altro mondo sempre evocato quando si prende atto che un altro mondo è possibile. Ma questa visione (sempre per Torre) non riesce per ora a basarsi su una proposta definita – i contorni e le articolazioni della visione sono sfocati – cosicché la paura di essere di fronte a una utopia frena la spinta al cambiamento che i movimenti possiedono. Ma l’urgenza sempre più pressante per la preservazione della biosfera che è inconciliabile con l’attuale modo di produzione, potrà forse consentire di mettere in piedi un’altra sensibilità che potrà sfociare in un’altra etica politica per la quale quella visione sentita come utopica, non sarà più tale.

Ovviamente anche Salvo Torre non pensa che il progresso sia un vettore lineare che dispensa migliorie esistenziali per ogni unità di tempo trascorso, fa infatti notare che anche per quelli che potevano avere un’idea di questo tipo, è possibile oggi osservare degli arretramenti in diversi campi, prima di tutto il prezzo delle materie prime alimentari che è stato al centro delle rivolte nord africane del 2010. E, là dove fenomeni positivi si sono manifestati, il merito non sarebbe da assegnare al progresso, dice infatti: «L’uscita dalla fame di intere aree della popolazione del pianeta non è il frutto dello sviluppo economico capitalistico, ma del conflitto tra capitale e lavoro, della necessità di mantenere in vita il sistema politico prodotto dalla tarda modernità» (p.61).

Salvo Torre, Contro la frammentazione, Movimenti sociali e spazio della politica, ombre corte, Verona 2018, pp. 94, € 9.00.

*Gilberto Pierazzuoli

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Gilberto Pierazzuoli

Gilberto Pierazzuoli

Attivista negli anni 70 . Trasforma l'hobby dell'enogastronomia in una professione aprendo forse il primo wine-bar d'Italia che poi si evolve in ristorante. Smette nel 2012, attualmente insegnante precario di lettere e storia in un istituto professionale. Attivista di perUnaltracittà.

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