Sorteggio elettorale, può servire a destituire il potere costituito?

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Pubblichiamo questo contributo che ricostruisce gli antecedenti del sistema del sorteggio per le cariche pubbliche, un tema molto controverso ma tornato oggi di attualità dopo la banalizzazione estiva dei Cinque Stelle. Diverse sono le posizioni in merito e ci auguriamo che questo articolo apra su un tema su cui molti di noi hanno idee diverse. Tra i compiti della rivista c’è infatti quello di  stimolare il pensiero critico e di far crescere il senso di classe. Qui il sorteggio è visto come uno ipotetico strumento interno di democrazia, prendendo atto anche che esso mostra la sua efficacia se si sorteggia tra insiemi già costituiti e il più possibile omogenei. Ne risulterebbe perciò un’utilità principalmente come strumento amministrativo e non come mezzo per accedere al potere o per destituirlo.


Negli ultimi trent’anni, complice il condizionamento dei poteri finanziari ed economici, è entrata in pesante crisi la natura rappresentativa e partecipativa dei sistemi democratici. In Occidente l’astensionismo sta diventando la principale corrente politica. La democrazia è dappertutto fragile e fa registrare calo della militanza politica e volubilità dell’elettorato. Tra gli strumenti che si possono mettere in campo, per avere una democrazia più partecipata e trasparente, vi è l’antica procedura del sorteggio.

Nella storia della democrazia, il sorteggio è stato spesso un potente strumento al servizio dell’uguaglianza dei cittadini, per evitare i conflitti e condividere il potere. Nell’età d’oro della democrazia ateniese, durante l’età di Pericle dal 460 al 429 A.C., ha avuto un rilievo centrale nella designazione delle cariche politiche.

Ad Atene, il sorteggio era applicato in tutti e tre i poteri, legislativo, esecutivo e giudiziario e consentiva di eleggere la maggior parte delle magistrature (su 700, circa 600 erano formate con tale procedura). La principale forma di utilizzo era la designazione di esecutori riuniti in collegi, che applicavano la legge votata da tutto il popolo. Se la posizione da ricoprire non richiedeva competenza, si tirava a sorte tra tutti i cittadini; se invece erano richieste capacità specifiche, si limitava la procedura a individui qualificati.

Nella Repubblica romana il sorteggio fu applicato in funzione di coesione sociale, come procedura neutrale, atta a regolare l’ordine di voto per le centurie. Tuttavia le centurie delle classi superiori erano molto più numerose e votavano prima di quelle delle classi inferiori, limitando quindi il ruolo politico di quest’ultime. Nella Repubblica veneziana il sorteggio (detto brevia) fece parte integrante dal 1268 al 1797, della procedura legislativa molto complessa per la designazione del Doge. Si trattava di una procedura che inglobava sorteggio ed elezione, legata alla prevenzione/risoluzione dei conflitti, con ridotta dimensione democratica, poiché interna all’aristocrazia nobiliare.

L'Assedio di Firenze (1530), fine della Repubblica, Giorgio VasariA Firenze il sorteggio, fu usato principalmente durante i periodi repubblicani (dal 1328 al 1434; dal 1494 al 1512; dal 1527 al 1530) con l’obiettivo primario di preselezionare dei candidati, ruotare le cariche e ridurre i conflitti elettorali. Una parte degli oneri governativi e amministrativi vennero, infatti, assegnati mediante l’estrazione casuale, prevedendo la rotazione dei mandati per i candidati.

Nei decenni precedenti la Rivoluzione francese e americana, gli studiosi non dubitavano del carattere più democratico del sorteggio rispetto a quello più aristocratico dell’elezione. Scrisse Montesquieu nel libro “Lo spirito delle leggi” (1748) “Il suffragio per sorte è della natura della democrazia, il suffragio per scelta è quello dell’aristocrazia”. Aggiungendo che “Il sorteggio è un modo di eleggere che non scontenta nessuno e lascia a ciascun cittadino una ragionevole speranza di servire la patria”.

Subito dopo le rivoluzioni francese e americana basate su un’aristocrazia elettiva “il governo rappresentativo”, il sorteggio fu abbandonato perché ritenuto incapace di selezionare i «migliori». Esso sopravvisse soltanto in ambito giudiziario nella composizione delle giurie criminali in particolare in Francia, Inghilterra e Stati Uniti. Si riteneva, infatti, che l’intercambiabilità dei giurati, depositari di un “senso comune illuminato”, potesse garantire un giudizio equo e imparziale. Tale utilizzo giudiziario costituì una delle fonti d’ispirazione per la riscoperta del sorteggio in politica che si è concretata soprattutto sul finire degli anni ’80. Quando giurie di cittadini sorteggiate sono state utilizzate in Germania, Regno Unito, Danimarca, Stati Uniti, con l’intento di rafforzare il processo di deliberazione democratica.

Nell’ultimo decennio due interessanti progetti d’innovazione democratica, legati al sorteggio e volti a proporre modifiche alla Costituzione, hanno avuto luogo in Islanda e Irlanda.

In precedenza altre esperienze significative su temi importanti, come ad esempio la riforma della legge elettorale, si erano svolte in Canada (nel 2004 in British Columbia e in Ontario) e in Australia e Belgio.

Un aspetto importante da sottolineare è che tali sperimentazioni contemporanee hanno fatto ricorso alla selezione casuale con l’obiettivo di ottenere un campione rappresentativo della società. Rispetto all’utilizzo antico, la selezione casuale è pensata infatti come una modalità privilegiata di democrazia partecipativa, in virtù della natura sociologicamente rappresentativa del suo campione. Soprattutto con l’obiettivo di incarnare un’opinione pubblica ragionevole, slegata da quella che mobilitano le avanguardie, ovvero costruita dal “sapere” degli esperti e dei sondaggi.

Oltre a queste esperienze di sorteggio teso a rafforzare la deliberazione democratica, ha avuto luogo poi una proliferazione di proposte miranti a reintrodurlo nell’arena politica.

Diversi studiosi e organizzazioni hanno avanzato l’idea di scegliere mediante sorteggio nel Parlamento una prima Camera ovvero all’interno di un sistema bicamerale, la seconda Camera. Altre organizzazioni (la Society for Democratic Inclusion Random Selection e il Center for Democracy Democracy) hanno invece proposto l’uso del sorteggio in combinazione con le elezioni, in processi deliberativi ovvero per formare liste di candidati.

Le radici del sorteggio, come si è evidenziato in questa breve panoramica, sono profondamente radicate nelle tradizioni politiche della nostra eredità democratica.

Il sorteggio ha diversi meriti, tra i quali mitigare il rischio di corruzione o di frenesia elettorale, sfuggire a influenze, designare un “eletto” senza partigianerie. Non va trascurato inoltre che i cittadini scelti a sorte, non dovendo essere eletti o rieletti, possiedono una libertà, arruolabile al perseguimento del bene comune. A differenza dell’elezione che favorisce sempre i cittadini meglio dotati, socialmente e culturalmente, il sorteggio, persegue anche l’uguale probabilità di accesso agli incarichi pubblici. Pone inoltre i cittadini al centro della deliberazione democratica, consentendo di sperimentare nuove forme di loro coinvolgimento, atte a rigenerare la politica. Coloro che ne avversano l’utilizzo in politica temono che la procedura conduca a risultati sproporzionati, pericolosi, destabilizzanti. Lamentano in particolare che le persone selezionate non avrebbero le competenze richieste per le funzioni da svolgere.

Alcuni studiosi contemporanei (Oliver Dowlen e Gil Delannoi) hanno rilevato che il sorteggio trae legittimità dalla sua imparzialità, ma anche da un momento di rottura (bile break, interruzione cieca). Questo momento di rottura costituisce un effetto essenziale, che nelle fasi di progettazione e attivazione della procedura, deve essere tenuto al riparo da qualsiasi manipolazione. Occorre inoltre considerare che nelle elezioni il nostro voto riflette delle ragioni uniche, che noi stessi possiamo considerare come buone o cattive. Nel sorteggio invece si cerca di eliminare qualsiasi calcolo buono o cattivo che possa entrare nel processo decisionale. I calcoli umani sono esclusi nel loro insieme senza che sia possibile separarli individualmente.

Di conseguenza per i sentimenti, le emozioni, i pregiudizi, il giudizio morale, l’inclinazione religiosa non vi è alcuno spazio di determinazione nel risultato finale. Dowlen e Delannoi hanno giustamente osservato che il sorteggio dovrebbe essere implementato quando “l’interruzione cieca” aggiunge qualcosa di positivo alla procedura e al suo scopo. Quando appare chiaro cioè che nessun sistema basato sulla razionalità sarebbe più efficace o più appropriato. Un esempio di applicazione appropriata può trarsi da un intervento normativo ancora in itinere.

Il governo Conte con una proposta di legge che dovrebbe essere approvata entro quest’anno vuole limitare le aperture domenicali di tutte le attività commerciali. Sul tappeto vi è la decisione di far restare aperto solo il 25% degli esercizi, mentre il restante 75% dovrebbe chiudere a turno. Ma come stabilire quali esercizi devono restare chiusi, soprattutto poiché le domeniche non sono tutte uguali e producono per gli esercenti degli incassi economici diseguali? Tenere aperti prima della settimana pasquale, non è la stessa cosa che farlo subito dopo Pasqua…. Credo che in quest’ambito ci sarebbe grande spazio applicativo dell’estrazione casuale e del suo effetto neutro ed egualitario. Evidenzio in conclusione alcune notazioni che mi sembra utile tener a mente nella valutazione del meccanismo del sorteggio.

Il sorteggio è uno strumento utile e necessario, ma da solo non mi sembra sufficiente per arginare le derive oligarchiche e clientelari dei sistemi democratici. L’implementazione del suo potenziale dipende molto dalla situazione istituzionale, dal disegno d’insieme e dal modo con il quale la procedura è progettata e praticata. Il sorteggio può ben accompagnarsi con la moderna esigenza di estendere la libertà di espressione, l’eguale accesso al potere, unitamente alla limitazione dei suoi abusi. Non è un toccasana, ma un meccanismo per prendere decisioni che in Italia è sottoutilizzato, nonostante i possibili effetti positivi sul funzionamento del sistema democratico.

Ugo Pietro Paolo Petroni

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Ugo Pietro Paolo Petroni

Ugo Pietro Paolo Petroni, pubblicista, laureato in giurisprudenza è specializzato in Diritto Sindacale, del Lavoro e della Previdenza Sociale. Ha lavorato ai Ministeri di Grazia e Giustizia e del Lavoro e oggi è in servizio presso la Regione Toscana.

1 commento su “Sorteggio elettorale, può servire a destituire il potere costituito?”

  1. Stefano Arturo Priolo

    Ho qualche esperienza di partecipazione diretta alla vita istituzionale e sociale dell’amata Italia e trovo che l’intelligente e pertinente “provocazione” del dr. U.P.P.P. dovrebbe far riflettere chi guida il sistema democratico, un sistema che in altri tempi è stato abbastanza partecipato ed affidato alla elevata, sicuramente maggioritaria partecipazione, dei cittadini. Se ci fosse un po più di amore sincero verso la “democrazia – governo di popolo”, in un tempo che, invece, è chiaramente caratterizzato da crescente frammentazione del consenso e da “derive oligarchiche e clientelari”, il sorteggio, senza diventare il toccasana di tutti i mali, potrebbe veramente essere l’ausilio giusto capace di dare maggiore senso e valore al sistema democratico, in evidente ma non dichiarata difficoltà.

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