No, le foibe non furono “pulizia etnica” contro gli italiani. Le prove nella Stiria slovena

Centocinquanta chilometri separano Basovizza, appena sopra Trieste, da Teharje, nel nordest della Slovenia. Due ore scarse di macchina che, se percorse, permettono di comprendere fino in fondo quanto sia inquinato il discorso pubblico italiano sulle foibe.

Il Confine orientale tra il 1943 e il 1945

La foiba di Basovizza, o meglio il pozzo minerario di Basovizza, è un monumento nazionale utilizzato prima dalla destra italiana, fascista e non, e poi anche dalle forze del centrosinistra, per ricordare il genocidio, la pulizia etnica subita dagli italiani durante la Seconda Guerra mondiale per mano degli jugoslavi guidati da Tito. Una narrazione – falsa, lo diciamo subito – utile a rafforzare l’identità nazionale del Belpaese contro le popolazioni slave, slovene e croate su tutte. Un racconto che tende a piallare qualsiasi dialettica ed equipara le vittime agli aggressori.

Gli storici, gli studiosi, quelli che pubblicano le loro ricerche dopo la constatazione dei fatti, la verifica delle fonti e la messa a disposizione della comunità scientifica delle evidenze raccolte, da sempre confutano questa tesi. Inutilmente.

Vince sempre la retorica della popolazione italiana – brava gente, inutile dirlo – massacrata dagli slavi assetati atavicamente di sangue. Lo scorso 10 febbraio, Giorno del ricordo, perfino il presidente della Repubblica Mattarella – che da parte sua ha dichiarato “Mai più pulizia etnica e odio razziale” – è stato chiamato in causa dal presidente sloveno Pahor nella crisi internazionale scoppiata con Slovenia e Croazia dopo le pessime dichiarazioni di Salvini e Tajani.

I cadaveri rinvenuti nella grotta di Huda nei pressi di Teharje

Senza approfondire in questa sede il contesto storico lungo un secolo in cui si inserisce il fenomeno degli infoibamenti, quello del Confine difficile, arriviamo quindi all’altro pozzo minerario, quello di Huda Jama (grotta maligna) nei pressi di Teharje, un villaggio della Stiria slovena di 250 abitanti tra Lubiana e Graz, in un territorio in cui mai hanno vissuto italiani, al di fuori addirittura dai confini della provincia, tra il 1941 e il 1943 italiana, di Lubiana. Un luogo in cui nelle settimane del 1945 in cui si compiva la tragedia delle foibe sul Carso e in Istria, lo stesso Esercito Popolare di Liberazione della Jugoslavia infoibava 1410 persone – la loro esumazione è stata completata proprio in questi giorni – tutte slave, quasi tutti uomini in età militare, nessun bambino. Possibile?

Sì, possibile. Perché gli uomini di Tito, nel finale di un conflitto suggellato dal Trattato di Jalta, che piaccia o meno, uccidevano i loro avversari politici e come spesso avviene in questi casi a rimetterci sono anche i civili. In quegli anni i nemici erano i nazisti e i fascisti, coloro che sostenevano Hitler e Mussolini che in un ventennio avevano portato il mondo intero oltre la soglia del baratro. La stessa Repubblica italiana, democratica, nasce proprio dalla Resistenza, anch’essa in armi, ai nazifascisti.

Loška Dolina, Slovenia meridionale, 31 luglio 1942. Soldati fascisti italiani fucilano cinque abitanti del villaggio di Dane

E contro questa evidenza finisce, ma non finirà, la retorica del genocidio e della pulizia etnica contro gli italiani. A Teharje sono stati trucidati i domobranci, cioè gli sloveni anticomunisti, e gli ustascia, i fascisti croati agli ordini di Ante Pavelić, capo dello Stato indipendente di Croazia, subordinato ai nazisti durante la guerra. L’azione militare titina era ideologica, politica, e uccideva quei tedeschi, italiani, sloveni, croati non per appartenenza nazionale, ma per liberare il paese e perché si opponevano al disegno di egemonia comunista.

Per arrivare a Teharje bastano due ore di macchina, per arrivare ad una corretta interpretazione dei fatti accaduti e delle loro motivazioni ci vorrà molto più tempo e le strumentalizzazioni si sprecheranno in chiave naturalmente elettorale, e si appoggeranno ancora una volta sulla pelle delle vittime dell’esodo, arruolati giocoforza dai fascisti come un’entità ideologica omogenea, mentre è storicamente necessario distinguere la vicenda dell’esodo da quella delle foibe. Ed è un peccato nell’epoca in cui è sempre più urgente una costruzione di un’Europa dei popoli fondata sulla convivenza, sulla pace, sulla capacità di prendersi carico responsabilmente delle tragedie del nostro passato.

Cristiano Lucchi

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Cristiano Lucchi, giornalista e mediattivista, ha fondato e diretto l’Altracittà – giornale della periferia. Ha pubblicato “Autopsia della politica italiana” (2011), “L’imbroglio energetico” (2012), “Il Laboratorio per la Democrazia. La politica dal basso” (2012). È un attivista di perUnaltracittà.

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