Megacittà e megaregioni: la questione politica. Per una critica del gigantismo/2

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Nella prima parte della nostra critica al gigantismo – carattere precipuo delle città neocapitaliste – abbiamo approfondito gli scenari alternativi al modello megalopolitano, elaborati dal fronte ecologista. Scenari traditi, se non ignorati, dalle pratiche e dalle teorie disciplinari.

L’ideologia megapolitana

L’ideologia megapolitana presuppone, lo si è visto, l’ipertrofia urbana e infrastrutturale, il consumo delle relazioni sociali ed ecologiche.

La metropoli non vi è intesa in senso etimologico quale “madre di città”, bensì come processo di gerarchizzazione degli spazi, alla scala nazionale e mondiale.

Megalopoli porta a compimento una nuova gerarchia fra città “in ascesa” e città “in declino”. È la geografia dell’1 e del 99%, del mondo diviso tra sommersi e salvati, tra città «attive» e «passive», come le qualifica il vocabolario di una disusata (oggi riaccreditata) letteratura urbanistica di stampo macchinico-funzionalista[1].

Megacity è frutto di un paradigma duale che estrae, dal vuoto indotto dei territori intermedi, l’entità metropolitana. Un’entità che – come notava Bookchin – non è «né campagna, né città». Il paradigma ha inoltre connotati totalizzanti. Esso cancella le differenze degli habitat, omogeneizza, unifica e uniforma le città, rendendole intercambiabili, ­e avviandoci, per di più, nella direzione peggiore per la sopravvivenza dell’essere umano sul pianeta.

Megalopoli è un magnete globale

Secondo il sociologo Jean Pierre Garnier[2], la metropolizzazione si fonda su molteplici fattori socioeconomici: transnazionalizzazione dei capitali e loro finanziarizzazione; tecnologizzazione dell’informazione; flessibilizzazione del lavoro.

Il neocapitalismo – senza frontiere, indipendente ma pesantemente favorito dalle politiche degli stati-nazione – ha necessità di concentrare i capitali nei centri di decisione e di concezione, nei cosiddetti “centri strategici”, nei centri di ricerca, di istruzione superiore, di innovazione.

La metropoli è lo strumento ideale per accumulare il massimo di funzioni e di gente competente. A dispetto del messaggio comune, il neocapitalismo richiede la concentrazione delle attività, pur facendo leva sull’iperconnessione tecnologica. Niente è infatti più potente come del face to face, dell’incontro di poteri e capitali negli stessi uffici o ristoranti.

Poiché il tempo è denaro, le decisioni non devono avere inciampi: come le azioni di borsa, esse devono compiersi nella frazione di secondo. Il lavoro precario, il nomadismo globale, la produzione flessibile costituiscono un ottimo fluidificante alla “fastness” decisionale.

Megalopoli e new economy

Foraggiate dalla new economy, le megalopoli connesse tra loro da trasporti iperveloci, polarizzano:

1) decisione e controllo: sedi amministrative, sedi di multinazionali, pianificazione dell’industria delocalizzata etc.;

2) finanza: organismi bancari nazionali e sovranazionali, borse etc.;

3) innovazione: istituti di ricerca industriale, biotecnica, poli universitari etc. Non a caso l’attrattività urbana si misura in brevetti: a fronte dei 13.000 brevetti industriali di Boston, la metropoli italiana per eccellenza – Milano – ferma a 2.000, ha ancora da lavorare.

Chi comanda Megalopoli?

Dal punto di vista politico, la metropoli è un dispositivo che rafforza il governo alla scala urbana e le politiche per (e delle) città: le cosiddette “agende urbane”[3] sono sillogi di azioni di governo in capo alle città europee. Le agende urbane spaziano: dai cambiamenti climatici all’accoglienza dei migranti; dalla povertà urbana all’economia circolare. Sul ruolo delle megacittà alla luce dell’indebolimento dei poteri statuali torneremo nel terzo capitolo della nostra critica.

Il governo della città si invera nella sfera economica e oblitera la felicità pubblica. Alle politiche sociali sostituisce l’attrazione degli investimenti.

In questa temperie, le multinazionali – attratte intramuros – entrano prepotentemente nella sfera decisionale dei territori megapolitani. Le corporation esercitano la loro influenza di natura economico-finanziaria su amministratori asserviti alle regole e ai giochi di mercato. Entrano nella governance con poteri maggiori degli interlocutori pubblici e, in tal modo, privatizzano il potere pubblico.

Le trasformazioni urbane non sono più condotte da personaggi alla Nottola, l’imprenditore edile descritto magistralmente nel film Le mani sulla città (1963) che poteva muoversi con agio nell’Italia provinciale del boom economico e demografico. Oggi, viceversa, sono le corporation multinazionali a determinare le politiche del territorio e della città: dall’impiego delle risorse ambientali e patrimoniali, alla gestione dei beni comuni. È la corporation: che indica il terreno su cui costruire lo stadio di calcio della squadra di una capitale europea; che detta le regole per la fornitura dell’acqua pubblica o dei trasporti collettivi; che decide la localizzazione della stazione ferroviaria per treni ad alta velocità.

Propaganda e retorica

La “teologia” della metropoli risponde perfettamente alla necessità di offrire nuova linfa all’immaginario della città in eterna crescita. Con artifici propagandistici promuove l’espansione dei grandi agglomerati.

La retorica megalopolitana si appropria di un gergo schizofrenico, al tempo stesso bellico e salvifico. Un lessico bipolare che mitiga le possibili conflittualità ma allo stesso tempo inacerbisce le monadi urbane. Dall’arroganza del mercato finanziario acquisisce termini come: brand, concorrenza, competizione, sfida, attrattività, governance. Dal gergo biomedico assume la visione consolatoria dei fenomeni riparativi delle cose di natura: tra gli innumerevoli lemmi impiegati, rigenerazione e resilienza sono i più pervasisi e rappresentativi.

Ma non è solo questione lessicale. Resilienza significa, il più delle volte, non affrontare i disagi dell’abitare urbano, bensì togliere forza e senso alle resistenze in atto e alle alternative di esistenza; inclusività e ospitalità non significa occuparsi di povertà, bensì attrarre forze sociali vincenti (in senso economico); rigenerazione non significa agire nell’accudimento migliorativo delle periferie, bensì liberare spazi centrali per gli appetiti corporativi globali.

Che la propaganda non si limiti al lessico ne sono prova molti dispositivi normativi e pianificatori varati negli scorsi anni. In Italia, due esempi valgono per l’intero: la nuova legge urbanistica della Regione Emilia-Romagna che scardina la pianificazione comunale per consegnarla in mano ai poteri extraterritoriali[4]; e la variante all’art. 13 del Regolamento urbanistico del Comune di Firenze che, forzando le regole, cancella l’obbligatorietà del restauro sui monumenti notificati per spianare la strada agli appetiti che gravano sui pochi chilometri quadrati della città storica, culla del Rinascimento[5].

Il caso francese

Per esemplificare la teologia e la prassi megapolitane, scegliamo il caso francese, dove la grandeur stabilisce una perfetta intesa con il verbo gigantista.

Un documento risalente al 2017, pubblicato sul sito ufficiale del Governo, illustra gli assi di interesse della politica metropolitana. «La metropoli ha come obiettivo la valorizzazione delle funzioni economiche metropolitane e delle sue reti di trasporto, e lo sviluppo delle risorse universitarie, della ricerca e dell’innovazione. Essa assicura inoltre la promozione internazionale del territorio»[6]. Dunque: economia, trasporti, ricerca e innovazione, promozione del territorio (meglio se turistica e mercificata).

Dal 2010 in Francia sono istituite le villes métropolitaines. Oltre a Parigi, si attribuiscono il titolo di metropoli: nel 2015, Lille, Rennes, Nantes, Bordeaux, Toulouse, Lyon, Grenoble, Strasbourg; nel 2017, Clermont-Ferrand, Dijon, Metz, Nancy, Orléans, Saint-Étienne, Toulon, Tours. Casi particolari rappresentano le métropoles di Brest, Montpellier, Nice, e la conurbazione Aix-Marseille.

La riforma si estende anche alle ripartizioni regionali.

Nel 2015 le regioni francesi passano da 22 a 13. «La finalità perseguita – scrive Guillaume Faburel nel suo recente Métropoles barbares – è di creare enti locali capaci di pesare nella concorrenza tra regioni europee». Per garantire il peso strategico transfrontaliero, viene loro attribuita una taglia demografica adatta a rivaleggiare con le regioni confinanti.

Al centro della narrazione ufficiale si pone il progetto “Grand Paris”: si prevedono 12 milioni di abitanti nel 2030, 15 milioni nel 2050. L’attrazione di nuova popolazione, di investitori e «materia grigia» (classe creativa, ricercatori, innovatori etc.) renderebbe Parigi capace di competere con New York, Londra o Tokyo.

Il cuore del progetto “Grand Paris” è la costruzione di un anello infrastrutturale: la supermetropolitana Grand Paris Express che accerchia la conurbazione. 200 km di percorso con 72 nuove stazioni metropolitane (gares RER), che si intendono quali nuclei di quartieri, dove si promettono “nuovi stili di vita”.

Secondo la propaganda ufficiale, nuovi stili di vita si dispiegheranno nei cosiddetti clusters (centri di insegnamento superiore, ricerca, innovazione etc.), a loro volta concentrati nei “poli di competitività” che ospitano le imprese e i loro quadri, dove si producono idee, modelli, schemi, piani industriali (per la produzione delocalizzata nei paesi poveri).

La gerarchizzazione metropolitana ripete il vecchio schema dell’espulsione delle classi popolari. Al centro: l’élite globale. In periferia: l’habitat per classi medie, le gares RER, i centri commerciali, e, in più, i poli di eccellenza, di competitività, di loisir, di assistenza e logistica, «quartiers accueillants des activités stratégiques permettant le développement du capitalisme et des rapports sociaux de domination» (Garnier). Ai margini remoti, le classi subalterne.

 Macroregioni e indebolimento democratico

Megalopoli realizza un esasperato accentramento dei poteri territoriali. Quanto abbiamo visto accadere in Francia si avvera in Italia in nome dell’attrazione di poteri e flussi nelle città dal destino metropolitano, il cui sviluppo edilizio e infrastrutturale pare comandato da forze ultraterrene.

Negli anni a cavallo tra primo e secondo decennio Duemila, nella Penisola si assiste alla messa in pratica di strategie di indebolimento della democrazia locale: molteplici provvedimenti hanno tracciato la strada verso l’allargamento delle maglie territoriali ottenuto accorpando le ripartizioni territoriali (strategia già attuata dal governo fascista tra 1927 e 1934).

L’accorpamento dei comuni è regolamentato dal DL 267/2000, Ordinamento degli enti locali, art. 15: agendo prioritariamente sulle piccole municipalità, le più deboli, quelle delle aree interne – come è stato fatto notare da Rossano Pazzagli –, la misura depotenzia «la struttura di base dello Stato, l’ossatura viva della democrazia»[7], indebolisce le autonomie locali.

L’avvio delle città metropolitane di Bari, Bologna, Cagliari, Catania, Firenze, Genova, Messina, Milano, Napoli, Palermo, Reggio Calabria, Roma, Torino, Venezia è normato – «in attesa» della mai attuata riforma renziana del titolo V della Costituzione – dal DL 7 aprile 2014, n. 56, Disposizioni sulle città metropolitane, sulle province, sulle unioni e fusioni di comuni, detto Legge Delrio. Anche qui il dato politico subisce un contraccolpo. L’elezione indiretta del primo cittadino metropolitano, prevista nella nuova gerarchia territoriale, mina alla base il sistema democratico. Vaste aree geografiche sono oggi governate da consigli presieduti dal sindaco del Comune capoluogo.

L’avviato annullamento delle province è un processo rimasto incompiuto. Esso ha determinato un diffuso caos amministrativo: lo hanno dimostrato i mancati soccorsi nel terremoto dell’Italia centrale dell’inverno 2017[8]; lo dimostra lo stato delle strade e dell’edilizia scolastica peninsulari. Ha disposto inoltre un pericoloso disequilibrio sul territorio nazionale tra aree metropolitane e aree prive di un ente locale intermedio tra Regione e Comune.

Per concludere il quadro, ricordiamo infine la proposta di nuove, più grandi regioni. Idea più volte affiorata nel dibattito politico, che prevede la fusione di regioni secondo un iter non previsto dalla legislazione italiana. E perciò al centro di una proposta di legge costituzionale, naturalmente targata PD[9]. Il DdL prevedeva il passaggio da 20 a 12 regioni.

Le macroregioni rientrano nell’ambito concettuale del cosiddetto “regionalismo differenziato”[10], introdotto nel terzo comma dell’art. 116 della Costituzione dalla riformulazione avvenuta a cavallo del Millennio. Nel 2015 è avanzato da Enrico Rossi, presidente della Regione Toscana, il disegno di una “nuova regione che dal Tirreno arrivi fino all’Adriatico”. La macroregione avrebbe unito Toscana, Umbria e Marche, territori dove le “piccole e medie imprese […] affondano le loro radici nella scuola offerta dalla mezzadria[11] (il corsivo è nostro). L’appello all’identità storico-antropologica, utilizzato a sostegno di una proposta interna a uno scenario economico che, come riconosce lo stesso Rossi, «ha spostato la competizione in una dimensione globale»[12], appare a dir poco contraddittorio. Certo debole.

L’ultimo capitolo della ideologia metropolitana è oggi rappresentato dalla «città-Stato». Ma di questo parleremo nella terza parte della Critica. A breve, su “La Città invisibile”.

*Ilaria Agostini

Note al testo

[1] Nella lettaratura megalopolitana è in uso il riferimento alla “teoria della città centrale” del geografo tedesco Walter Christaller (1933), che fonda l’analisi e la pianificazione territoriale su modelli gerarchici di derivazione geometrico-quantitativa.

[2] Tra le molteplici pubblicazioni del sociologo-urbanista, si veda Jean-Pierre Garnier, La Métropolisation stade suprême de l’urbanisation capitaliste, “Avatarium”, n. 14, 2013, pp. 11-12, <http://www.avataria.org/avatarium2014/journal-avatarium14.pdf>.

[3] Si rimanda, per le numerose indicazioni alle fonti, a: Commissione europea, L’agenda urbana dell’UE: coinvolgere le città nella concezione delle politiche dell’UE, comunicato stampa, Bruxelles 30 maggio 2016.

[4] Cfr. il libro che ho curato: Consumo di luogo. Neoliberismo nel disegno di legge urbanistica dell’Emilia-Romagna, Pendragon, Bologna, 2017, <https://www.perunaltracitta.org/wp-content/uploads/2017/11/libro_consumo_di_luogo.pdf>.

[5] Cfr. Il diritto alla città storica, a cura di Maria Pia Guermandi e Umberto D’Angelo, Associazione Bianchi Bandinelli, Roma, 2019, <http://www.bianchibandinelli.it/2019/01/15/il-diritto-alla-citta-storica-ebook-con-gli-atti-del-convegno/>.

[6] https://www.gouvernement.fr/action/les-metropoles, cit. in Guillaume Faburel, Les métropoles barbares. Démondialiser la ville, désurbaniser la terre, Le passager clandestin, Paris, 2018, p. 13.

[7] Sulla situazione toscana, cfr. Rossano Pazzagli, Toscana: la fusione dei Comuni è antidemocratica e antistorica, “La Città invisibile”, 29 ottobre 2015, <https://www.perunaltracitta.org/2015/10/29/toscana-la-fusione-dei-comuni-e-antidemocratica-e-antistorica/>. Si veda anche la posizione territorialista: <http://www.societadeiterritorialisti.it/2013/04/24/ripartire-dal-territorio-appello-per-la-salvaguardia-dellautonomia-e-del-ruolo-dei-piccoli-comuni-italiani-2/>.

[8] Emidio di Treviri, Sul fronte del sisma. Un’inchiesta militante sul post-terremoto dell’Appennino centrare (2016-2017), DeriveApprodi, Roma, 2018.

[9] Presentata in varie legislature. Cfr. l’attuale proposta di legge costizionale AC 110, presentata dal deputato Roberto Morassut, già assessore all’urbanistica nella giunta Veltroni: <http://documenti.camera.it/leg18/pdl/pdf/leg.18.pdl.camera.110.18PDL0001920.pdf>.

[10] Cfr. il documento, a legislatura uscente: Il regionalismo differenziato e gli accordi preliminari con le regioni Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto, XVIII Legislatura, maggio 2018, <https://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/BGT/01067303.pdf>.

[11] Toscana, Umbria e Marche: tre regioni simili, con necessità comuni, comunicato stampa, 21 novembre 2015, <http://www.regioni.it/dalleregioni/2015/11/21/toscana-toscana-umbria-e-marche-tre-regioni-simili-con-necessita-comuni-432559/>.

[12] Rossi: la mia Italia di mezzo. Fatta di storia e di economia, comunicato stampa, 20 novembre 2015, <http://www.toscana-notizie.it/-/rossi-la-mia-italia-di-mezzo-fatta-di-storia-e-di-economia>.

 

Il presente articolo – il secondo del trittico – è la trascrizione del contributo all’incontro Per una critica dell’urbanistica, organizzato dal Gruppo Quinto Alto presso il Gabinetto Vieusseux, Firenze 4 febbraio 2019. All’incontro hanno preso parte, oltre all’autrice del testo, Enzo Scandurra e Ubaldo Fadini.

Potete trovare su La Città invisibile la prima e la terza parte della nostra critica del gigantismo. 

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Ilaria Agostini

Ilaria Agostini, urbanista, insegna all'Università di Bologna. Fa parte del Gruppo urbanistica perUnaltracittà. Ha curato i libri collettivi Urbanistica resistente nella Firenze neoliberista: perUnaltracittà 2004-2014 e Firenze fabbrica del turismo.

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