Lettera dal carcere

Lettera inviata al blog Delegati e lavoratori indipendenti Pisa

Abbiamo ricevuto una lettera dall’inferno penitenziario, a scriverci un detenuto “comune” di cui non riporteremo il nome. È una riflessione su quanto accade nelle carceri italiane, sulle pene non rieducative e su condizioni di vita disumane.

Caro blog, ho bisogno di sfogarmi e scrivere a qualcuno, non bastano le lettere alla famiglia perché in quelle non parlo dell’inferno carcerario, di come non viviamo e ogni giorno una parte di noi si deteriora e si annulla. Ai familiari si deve scrivere qualche menzogna, tacere sulle nostre condizioni di salute, sulla detenzione, sulle angherie subite, già è una sofferenza vedere moglie e figli ai colloqui, immaginiamoci se venissero a conoscenza di certi particolari.

Sono in carcere a …. da un anno e mezzo e dovrò restarci per almeno altri due, poi per buona condotta spero di accedere alle misure di custodia alternative, ottenere l’affidamento lavorativo visto che un mestiere lo possiedo.

 

In carcere per rapina, la seconda volta dopo una detenzione per reati di droga a 21 anni. Per anni, dopo la disintossicazione, ho filato dritto, tutto casa, stadio e lavoro, poi è arrivato il licenziamento per la chiusura della ditta edile dove ho lavorato per quasi 15 anni. Qualche lavoretto al nero ma poi la caduta dall’impalcatura, non infortunio sul lavoro perché in quel momento non ero coperto da contributi Inail e previdenziali, quel cantiere era fantasma e invisibile dovevo risultare anch’io. Lunga convalescenza, poi il lavoro che non si trova, la difficoltà a restare in piedi per più ore, dolori lancinanti e inizia la depressione. Non lo dico per giustificarmi, la coca per alleviare il dolore e non pensare, il ritorno nei vecchi giri e nell’arco di pochi mesi l’arresto e il carcere.

Fin qui una storia ordinaria comune a tante altre, l’universo carcerario , il sovraffollamento, la incomunicabilità con i compagni di cella per lo più stranieri, il desiderio di non aggregarmi a gruppi ma restare isolato , guardare oltre le sbarre sperando di chiudere con questo inferno.

In estate la cella è invivibile, la temperatura supera 40 gradi, il cortile di cemento un forno, la socialità non esiste, le attività lavorative e ricreative inadeguate. In carcere ho frequentato un corso di sartoria ma la burocrazia non permette di avviare una attività vera e propria, leggo un libro alla settimana e ogni giorno i 20 minuti di ginnastica per mantenere tonico il corpo. Ma nessuna fisioterapia, cure inadeguate per l’epatite, abuso di psicofarmaci. Il vitto fa schifo, siamo costretti al sopravvitto, ad acquistare generi alimentari, sigarette, sapone allo spaccio del carcere con i pochi soldi rimasti sul conto corrente, soldi regalati da un paio di amici e da qualche familiare che non ha voltato le spalle nella cattiva sorte. Quei generi non servono solo a me, li divido quando e come posso con compagni di cella che non hanno un euro a disposizione e devono accontentarsi del rancio e della sporcizia

Un detenuto costa 4 euro per colazione, pranzo e cena, almeno questa è la cifra spesa dallo Stato, pensate che a tali cifre il cibo possa essere dignitoso? Leggiamo sui giornali che i detenuti costano decine di euro al giorno, forse si riferiscono ai costi dei secondini non certo al cibo e ai servizi erogati e compatibili con la detenzione.

Molti detenuti non hanno i soldi per il sopravvitto, mangiano piatti spesso  sconsigliati per le loro condizioni di salute, sappiamo di non essere in un albergo ma da qui ad essere trattati senza umanità corre grande differenza.

Siamo decisamente troppi nelle celle e nei padiglioni, in estate l’aria si fa irrespirabile, gli odori sono nauseabondi e salti pranzi o cene perché i cattivi odori ti bloccano lo stomaco.

Siamo la discarica dell’umanità, il carcere non dovrebbe essere solo il luogo dove espiare pene ma anche il trampolino verso una esistenza diversa e senza reati, appunto dovrebbe in teoria ma nella pratica non accade.

Le gare per il vitto sono sempre al ribasso, troppi detenuti per reati che non dovrebbero prevedere il carcere ma percorsi alternativi, percorsi oggi sacrificati sull’altare della tolleranza zero.

Non è solo colpa del clima di caccia alle streghe alimentato dalla Lega, negli anni di centrosinistra si è fatto poco o nulla per migliorare le condizioni di vita in carcere e non solo per i detenuti ma anche per i secondini.

Questa è la realtà che viviamo ogni giorno, arrivano pochissimi giornali e ben pochi libri, le sale lettura sono insufficienti, se resti chiuso in pochi metri quadrati senza far nulla non riesci a pensare ad un domani.

Non so cosa farò una volta ” fuori”, a oltre 50 anni ci sarà qualcuno disposto a darmi fiducia? O avrò sempre la fedina penale sporca per la quale nessuno offrirà un lavoro e la possibilità di ricostruire una nuova esistenza.

Mi auguro vogliate pubblicare questa lettera, non è solo lo sfogo di un detenuto ma la denuncia di quanto accade, in silenzio e senza riflettori mediatici, dentro gli istituti di pena italiani. E la cosa, credo, riguardi tutti, chi sta dentro e chi invece è fuori dal carcere, riguarda le nostre famiglie e anche le future generazioni. Ma qualcuno sarà disposto ad ascoltarci?

segue firma e istituto di pena
27 agosto 2019 da: https://delegati-lavoratori-indipendenti-pisa.blogspot.com

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Una risposta

  1. Roberto Renzoni ha detto:

    La mia solidarietà più completa con il detenuto. Egli non è che il risultato estremo di un sistema che ci vede tutti come lui: carcerati, che nulla hanno e nulla possono sperare di avere con l’ordine attuale. E’ esso che va mutato dal profondo.

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