Il piacere che manca

Secondo l’autore, nelle società contemporanee manca il piacere. D’altra parte è anche perfettamente cosciente del fatto che ci troviamo completamente immersi nella società dell’edonismo, ma quello che ci manca è un piacere che non è il languido scioglimento di una tensione nervosa (Freud), né il soddisfacimento di qualche voglia o aspirazione (non approfondisco, ma faccio presente che Godani dedica a questa lettura freudiana ampie pagine del suo testo, riportando anche la posizione di Deleuze che, riprendendo l’ipotesi freudiana, parla di piacere come “scarica” della tensione prodotta dal desiderio). Viviamo «una vita assoggettata a una macchina di desiderio divenuta sistema produttivo generalizzato». Questo anche perché «la formazione sociale capitalistica, specie nella sua versione neoliberale, implica la messa al lavoro degli affetti e dei desideri» (p. 8). C’è infatti una complicanza: in epoca post-fordista, si è instaurata una differenza tra il tempo di lavoro realmente remunerato e le altre attività umane che vengono però sussunte al capitale nella forma del “capitale umano” mettendo in campo dispositivi differenziali alcuni dei quali operano sulla vita in quanto tale e altri che agiscono sulle forme di vita. «Non si tratta di mettere al lavoro un tempo limitato e un settore definito dell’esistenza degli individui, ma di governare la molteplicità dei loro modi di essere» (p. 19). Godani illustra bene questo aspetto e ne trae anche una conseguenza: quella del valore realmente rivoluzionario che assume l’ipotesi di un’istanza che metta al centro del conflitto il concetto di “rifiuto del lavoro” in una società dove il lavoro è diventato fondamentalmente pervasivo.

Ci si mette poi anche il cristianesimo che ci dice che si è qui per soffrire. Che non bisogna cercare il piacere in questa vita che va vissuta in funzione dell’altra, la quale dispenserà il piacere sublime di godere dell’amore incondizionato del Padre. E la borghesia appena arrivata al potere, si accoda, dice Lafargue citato da Godani, facendo notare che Cristo nel suo discorso della montagna aveva invece predicato l’ozio quando esortava a contemplare “la crescita dei gigli del campo che non lavorano né filano”. L’ozio richiama oggi il lavoro. Vive di questa polarità, la subisce sino a doversi ritirare di fronte all’assurgere del lavoro ad essere il comportamento più virtuoso. Con la morale riformata che, accolto questo assunto, predica: non si lavora solo per vivere, ma si vive per il lavoro (Weber). L’accumulo capitalista, la ricchezza, non sono malviste anche nella prospettiva finalizzata all’altro mondo, quello che è disdicevole – per quella forma di pensiero – è godere della ricchezza. Ed ecco che un grigiore pesante si stende sull’Europa in attesa del fantasmagorico tripudio della produzione delle merci che se ne frega della morale cristiana, ma che dirotta il piacere sul consumo e sulla inesauribilità del desiderio delle merci. Viviamo una vita pervasa dal desiderio. Quello che ci manca è il piacere che si impara a tempo perso, nell’amore, nella lettura, nella rivolta. Il piacere che ci manca è la perdizione, non trovare, perdersi, smarrire le coordinate, non dover arrivare, qualcosa di simile al gioco, al fare senza scopo. Percorrere gli holzwege in maniera spensierata.

Il lavoro è l’assioma, il tramite attraverso il quale si squalifica il tempo perso, il tempo non produttivo, il piacere puro, l’ozio. «Nelle Questioni conviviali, Plutarco racconta di aver assistito a Cheronea a una festa chiamata “espulsione della bulimia”. (…) Si caccia di casa a colpi di verga di agnocasto uno dei servi, gridando: “Fuori la bulimia, dentro la ricchezza e salute”. Boulimos, in greco, significa “fame da bue”», in questo brano di Agamben stranamente non citato da Godani, (Nudità, Nottetempo, Roma 2009) possiamo vedere che nella festa della “espulsione della bulimia” si scaccia “la fame da lupi”, non per godersi una sazietà ritrovata, ma per imbastire un banchetto che celebri il cibarsi finalmente scollegato dalla fame, dal bisogno cioè di nutrirsi. Attraverso questo esempio possiamo vedere come il soddisfacimento di un bisogno o di un desiderio, non operino in funzione di quella “felicità che manca” cara all’autore. Epicuro dice infatti che il piacere puro si distingue decisamente dal piacere inteso come soddisfazione di un desiderio. Ma la felicità, il piacere che manca, è per gli uomini cosa diversa che per gli dei i quali sono, per loro natura liberi da ogni incombenza. Gli umani – prosegue Epicuro – devono invece provvedere alle cose domestiche e esercitare le altre nostre facoltà. La beatitudine umana dovrà invece caratterizzarsi per un’oziosità che conviva, sussumendole, con le attività della quotidianità. «La beatitudine dell’aponia e dell’atarassia non coincide con il non far niente, bensì- potremmo dire in prima approssimazione – con una certa qualità dell’agire» (p. 79). L’ozio, aggiungo io, è allora un’inoperosità attiva che coincide con una neghittosità indolente, che non è non fare, ma è semplicemente non fare quello che si dovrebbe fare.

Di nuovo emerge il rapporto non ricomposto tra desiderio e piacere. Godani osserva il corpo convulso per l’azione della macchina desiderante, un corpo sfinito dalle sollecitazioni incalzanti dei flussi e dei tagli degli organi del suo corpo, della macchina desiderante. Qui, di nuovo, Godani sceglie di pensare il piacere, quello che oggi manca, a prescindere dal desiderio. L’incalzare del desiderio si appropria non soltanto ideologicamente della sfera del godimento, ma anche di tutto il corpo, in qualche modo ci condiziona totalmente. Urge allora una via di uscita. E, forse, un modo per sfuggire alle richieste incalzanti del capitalismo, sarà quello di scegliere una vita improduttiva: «Ecco allora che se le macchine desideranti costituiscono il processo vitale come un processo di produzione, il corpo senza organi si presenta come il loro primo e più temibile antagonista, come un’istanza che mira a una vita senza processo, a una vita letteralmente improduttiva» (Il corsivo è dell’autore p. 53). Qui si entra in una velata polemica che mobilita inizialmente due grandi vecchi della filosofia (Foucault e Deleuze) ripresa poi da Franco Berardi che “legge” Godani. La potete trovare a questo link.

Molte considerazioni sono nemiche del piacere. Una per tutte la condizione umana che ha come destino un triste epilogo. Ma questa è soltanto una chiave di lettura. Godani non poteva non citare questa frase di Epicuro: “quando ci siamo noi non c’è la morte”. Una vita sprecata è allora una vita non vissuta, una vita nella quale incalza e si ripete il dis-piacere. Si apre così un gioco tra piacere e dolore che attraversa la storia del pensiero. Cicerone, Leopardi, Verri nei quali si fa strada l’idea che il piacere concesso agli uomini sia soltanto quello della cessazione del dolore, con l’aggravante che sarebbe proprio quest’ultimo a dominare la scena della vita. Godani, riprende invece di nuovo Epicuro che sostiene il contrario: non è il piacere il versante negativo del dolore, è il contrario. È la sensazione del piacere, in quanto attributo costitutivo del corpo vivente, che per quanto possa essere offuscata dal dolore, non può mai essere cancellata del tutto» (p. 63). Ovviamente Godani dedica all’epicureismo il giusto spazio che però io concentro nella visione per la quale o il piacere sarebbe consustanziale alla vita stessa o la vita si ridurrebbe a strumento di una ricerca perennemente insoddisfatta. Oltre a questa considerazione emergono però alcune caratteristiche relative alla dimensione del piacere. Il fatto che ci sia un suo legame con il superfluo, in quella dimensione esistenziale che avvicina il saggio epicureo alle divinità attraverso il carattere ozioso della sua vita.

Lacan segue Freud, ma introduce una forma di godimento che è slegata dal desiderio: la jouissance. E, in un confronto con il diritto che trova la sua essenza nel «ripartire, distribuire, retribuire ciò in cui consiste il godimento» (Lacan seminario XX, citato da Godani) avendo perciò a che fare con un’economia degli utili, la jouissance avrebbe invece a che fare con ciò che non serve a niente. Esisterebbe dunque una forma di piacere non dipendente dal desiderio.

Il piacere ha senza dubbio una qualche relazione con l’altro e Godani non si esenta dall’indagare sia i piaceri della carne che i rapporti di amicizia, ma quello che a me interessa particolarmente è il rapporto con l’altro connesso con il ridere. «Bisogna ridere e filosofare insieme…» diceva Epicuro. E riso e amicizia vanno a braccetto perché ridere assieme è anche il segno di un’amicizia che va al di là di ogni concorrenza. La solitudine porta immancabilmente al desiderio di riconoscimento che si proietta perciò in una società concorrenziale. La mancanza di felicità, il piacere che manca davvero, è il frutto del lavoro costante di concetti quali l’utilità, la fatica produttiva, il dover fare. La polarità tempo perso vs lavoro si riproduce in quella riso vs serio. E certo i doveri, la fatica produttiva, l’utilità, è indubbio che siano cose serie. Del comico e del riso se ne sono occupati in tanti, ragionando fondamentalmente sulla non corrispondenza tra l’immagine di qualcuno e la sua realtà oggettiva. Ma la risata epicurea è invece la semplice espressione del piacere di vivere, dice Godani, e questa è una differenza fondamentale che si articola su una serie di altre considerazioni.

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La discrepanza tra l’essere e la maschera che provocherebbe il riso è cosa ben diversa dal riso della commedia. In essa si ride non per la discrepanza di cui sopra ma proprio perché il personaggio aderisce completamente alla sua maschera. È una rappresentazione che non deve essere né beffarda né sarcastica. È l’iterazione di questa situazione che provoca il riso. Una ripetizione senza via di uscita. E il personaggio aderisce e ci sguazza in questa maschera e in questo carattere, non ci devono essere nessun tipo di dubbi, altrimenti, suggerisce Godani si tratterebbe di un teatro della nevrosi. Il teatro comico, invece, vede un personaggio profondamente legato ad un carattere, che gode di questa sua aderenza. Ma spesso la fiducia e il piacere che il personaggio prova a partire dalla propria condizione sarebbe mal posto. Il riso scaturisce proprio perché il piacere mostrato dal personaggio nel rappresentare il carattere scelto, fa riferimento ad un carattere del quale è impossibile provare piacere. Occorre allora capire quale carattere è adatto o inadatto al fatto che la vita possa produrre un piacere ad esso adeguato. Qui si opera all’interno di una separazione fondamentale: adeguato sarà quel carattere che non sia il prodotto (culturale) di un desiderio o di un’ambizione. Di nuovo si fanno più grandi le distanze tra desiderio e piacere. Bello l’esempio che Godani illustra e suggerisce di mettere in scena: la commedia del lavoro. Niente a che fare con l’emersione dell’alienazione. È la rappresentazione di quando gli operai affamati – in un brano di Lafargue – vanno a chiedere lavoro non ostentando la propria fame ma il desiderio del lavoro in quanto tale. Su questo fronte si costruisce anche lo spartiacque che separa coloro che ridono da quelli che non lo fanno. Quest’ultimi si comportano così perché ormai vittime di quella «etica del lavoro che ha avvelenato generazioni di comunisti […], un’etica che dirige gli investimenti del desiderio verso il lavoro. Ma il piacere del lavoro resta un oggetto da commedia» (il corsivo è dell’autore, p. 134).

Paolo Godani, Sul piacere che manca – Etica del desiderio e spirito del capitalismo, Derive Approdi, Roma 2019, pp. 160, € 13.00.

*Gilberto Pierazzuoli

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