Verde e città, se la globalizzazione dice la sua

Alberature, via all’omologazione. Sembrerebbe questa, una delle conseguenze della grande campagna di abbattimenti e reimpianti che l’amministrazione fiorentina sta conducendo nel nome della sicurezza. Una linea che parrebbe in consonanza con una scuola di pensiero anglosassone che vedrebbe il sostegno di molti docenti universitari e che sembrerebbe essere sposata dall’amministrazione.

Semplificando, si tratta di una linea teorica che guarda al Nord Europa e in particolare al mondo anglosassone, e si basa su due assunti: da un lato, il rinnovamento delle specie, dall’altro, abbassamento del cosiddetto ciclo di rinnovo, che passa da 60-80 anni a una media di 20-40.

A parlarne è l’agronomo Lorenzo Orioli, che fa parte del CCTA e che spiega: .”La scelta delle piante esotiche o autoctone, mediterranee o di tradizione paesaggistica toscana, e la riduzione del ciclo a vent’anni con un tasso di rinnovamento elevato, ha lo scopo di “modellizzare”, in giro per il mondo, un tipo di gestione del verde. Per intendersi, è come le grandi catene internazionali: il fast food si trova da tutte le parti del globo. Allo stesso modo, siamo di fronte a una modellizzazione della gestione urbana: a Firenze come a New York, come a Boston, in cui lo scopo è economicistico: risparmiare il più possibile in termini di manutenzione”.

Si risparmia sui costi di gestione, insomma: peri giapponesi contro pini, piante più piccole, maneggevoli, con ciclo vitale più breve. Meno costi, poi si ricomincia tutto da capo. A New York, Boston o Firenze. A chi giova, verrebbe da chiedersi, anche perché il taglio dei costi, se è vero che nell’immediato si vede, è da dimostrare sia duraturo. Del resto, come osserva Mario Bencivenni, esperto di giardini storici, è pur vero che il rimpianto degli alberi costa meno della loro manutenzione. E di fronte a un’esternalizzazione ormai completa del verde cittadino (ricordiamo che negli anni ’90 fu iniziato lo smantellamento dell’ufficio del verde dall’amministrazione fiorentina), il problema della manutenzione pesa. Tant’è vero, dice ancora il professore, che dei nuovi reimpianti, quando avvengono, il 50% circa non “dura”, nel senso che si dissecca. Con la necessità di tornare a reimpiantare in un circolo vizioso in cui lievitano i costi … e le commesse.

Il dubbio che si profila, è che tutto il meccanismo venga incontro a interessi legati più alle ditte cui è affidata la cura del verde e ai soggetti produttori, piuttosto che alla città. Del resto, anche quando le specie reimpiantate sono quelle originarie, è ovvio che le sostituzioni con esemplari giovani tolgono di fatto tutti i benefici che una pianta in età matura è in grado di fornire. D’altro canto, la mutazione del paesaggio urbano, se passasse definitivamente la linea del “pero cinese”o dell’albero sempre giovane, diventerebbe una realtà, al di là dei vari giudizi sul merito. . “Il vero problema – conclude Orioli – è l’applicazione di un modello, che magari va bene per tipologie urbanistiche e ambientali completamente diverse, fuori contesto. Senza rimarcare che con gli alberi non vale il principio che uno vale uno”.

Non solo. Anche per quanto riguarda la spiccata preferenza di “alberature giovani”, fossero anche pini o tigli o altro cui siamo tradizionalmente abituati, sembra andare incontro a una logica di “altezza” che potrebbe essere suggerita all’impianto nelle città di nuove tecnologie, che sarebbero ostacolate dall’altezza, appunto, di chiome “vetuste”. E in questo senso, come non pensare alla tecnologia “5G”, che, secondo alcune fonti tecniche, troverebbe un ostacolo naturale nell’altezza degli alberi. Un argomento che, nell’imminente rivoluzione (già cominciata) della smart city potrebbe essere di qualche influenza.

Il problema ha anche un’altra faccia, che è quella annunciata poco sopra. Infatti, nella scelta delle nuove alberature, alcune specie (i pini, per fare un esempio evidente, ma anche lecci, tigli, cipressi, ecc) sembrano cadere sotto il giudizio della pericolosità: ovvero, sembrano essere “obsolete”, non più adatte alle esigenze urbane della città moderna, in quanto troppo espansive, costose da mantenere, e anche ostacolo per la nuova città connessa.

Se il problema dei costi, come visto, è relativo, non c’è dubbio che riempire le nostre città di “pero cinese” comporta anche un cambio dell’immagine stessa di Firenze, omologata alle altre città mondiali, in primis quelle del Nuovo Mondo.

In fin dei conti, sarebbe l’ultima, evidente riprova che, come spiega Bencivenni, la cura del verde cittadino per rimanere peculiare e identitaria di una città, abbisogna di una sensibilità da “giardiniere”, al di là delle competenze botaniche, agronome, vivaistiche. O perlomeno, era così che la pensavano i grandi amministratori di Firenze, a partire dall’età leopoldina, al Poggi (che pensò le grandi alberature cittadine affidandone la realizzazione e la gestione ad Attilio Pucci, uno dei più autorevoli tecnici giardinieri di allora), alla stessa amministrazione repubblicana che non per nulla aveva come fiore all’occhiello una meravigliosa macchina del verde con nomi di giardinieri illustri in tutta Europa.

La conseguenza, alla fine, è che in nome di una sicurezza tutta da dimostrare (come è da più parti assicurato, l’albero, come tutti gli esseri viventi, non può mai comportare il famoso “rischio zero”) si vada a costruire un verde urbano “globale” dove sarà indifferente camminare a New York, Londra, Milano o Firenze. Con buona pace dei “cipressetti alti e schietti” di carducciana memoria.

*Stefania Valbonesi

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