Airbnb e la città merce nel libro di Sarah Gainsforth

Ma dove viviamo? viene da chiedersi, parafrasando il compianto Edoardo Salzano, dopo aver letto l’interessante e stimolante libro di Sarah Gainsforth “Airbnb città merce – storie di resistenza alla gentrificazione digitale”.

Davvero siamo destinati a dover sopportare l’attuale devastazione delle città e la continua erosione del diritto all’abitare?
Dobbiamo continuare a subire la cattiva politica che arretra di fronte all’ingordigia dei grandi gruppi immobiliari e finanziari?
Questi, mentre spremono le città per estrarre profitti incalcolabili, ne distruggono la costitutiva dimensione di incontro solidale.
Le domande si accavallano, i pensieri si agitano, le storie raccontate da Sarah Gainsforth costringono a fermarsi e a fare il punto della situazione.

Airbnb si presenta come il più recente modello di mercificazione delle città che il capitalismo delle piattaforme sia riuscito a imporre. Una “success story” che in questo libro viene puntualmente ed efficacemente smontata a partire dai vari miti che la accompagnano: quello delle origini, del successo individuale dei suoi fondatori, del duro lavoro e del merito, del pioniere alla conquista dei nuovi mercati.

L’affermazione della multinazionale si inscrive in un panorama più ampio. È stata resa possibile dalla forte presenza di capitali di ventura della Silicon Valley, senza i quali i vari creativi non si sarebbero potuti esprimere. Non meno significativa la presenza di solide infrastrutture tecnologiche e urbane, finanziate con fondi pubblici e con il lavoro di milioni di lavoratori “invisibili alla retorica della creatività e dell’innovazione”. Airbnb è figlia della grande concentrazione di ricchezza della baia di San Francisco, la Bay Area, una delle più grandi economie mondiali, se fosse una nazione si piazzerebbe al 19° posto nella scala mondiale. La narrazione mitologica è servita a “spingere sotto il tappeto tutte le relazioni e i finanziamenti ricevuti” e a ribaltarne la “natura parassitaria e ambivalente” comune a tanta parte della cosiddetta sharing economy.

Come apprendiamo dal bel libro di Sarah Gainsforth l’idea iniziale di Airbnb, per affermarsi, ha avuto bisogno di ingenti investimenti da parte di capitali di ventura, dai 20.000 dollari della Y Combinator, ai 585 mila della Sequoia Capital, ai 7,2 milioni della Greylock Partners. Nel 2011 arrivano 112 milioni di dollari investiti da alcuni fondi, tra i quali il fondo Andreessen Horowitz (già azionista di Twitter, Facebook e Groupon). Il suo motto era “software is eating the world”. Nel 2011 il sistema poteva contare su 50.000 annunci suddivisi tra New York e San Francisco, nel 2018 erano 5 milioni in tutto il mondo, diventati 6 milioni nel 2019 in 191 paesi. L’Italia è il terzo mercato, dopo Stati Uniti e Francia. Nel 2017 la piattaforma sarebbe stata valutata 35 miliardi di dollari.

A fronte del rapido incremento degli annunci si attivano anche forme di resistenza e analisi del fenomeno. Il data activist Murray Cox apre un sito “Inside airbnb” che utilizza i dati ufficiali della piattaforma speculativa per poter quantificare e localizzare l’impatto di Airbnb nel proprio quartiere, nella propria città.

Il contesto di “recessione economica, di precarizzazione del lavoro, di contrazione dei salari, di aumento del costo della vita e di finanziarizzazione della casa su scala globale” ha favorito la diffusione del capitalismo delle piattaforme digitali. Queste, aderendo all’ideologia neoliberale e “startuppara” secondo cui ognuno è l’imprenditore di se stesso, hanno trovato il modo di “mercificare sempre nuove risorse, ampliando la sfera di ciò che è possibile mettere a profitto – la casa, il proprio tempo, le città”.

Il libro è molto di più di quello che annuncia il suo titolo.

Sarah Gainsforth ha il merito di inscrivere il fenomeno Airbnb in una più ampia critica del capitalismo finanziario e del capitalismo delle piattaforme digitali, le nuove forme che il sistema neoliberale si è dato per dare l’assalto al nostro pianeta, alle nostre città, ai nostri luoghi dell’abitare.

Airbnb si presenta, quindi, come un modello totalitario di interazione che non lascia spazio alla gratuità dell’incontro, alla condivisione e alla convivialità disinteressata. È una poderosa macchina bancomat che produce enormi profitti ai grandi investitori e ai multi host della piattaforma (figure spesso coincidenti) mentre, in cambio di una misera redistribuzione del reddito, modella le relazioni tra le persone e riorganizza i luoghi della città che viene ridotta a mero spazio di mercato: la città “è una creatura sociale, frutto di lavoro collettivo e storico” che non può essere espropriata ai suoi abitanti. Distruzione del mercato immobiliare degli affitti, aumento del prezzo delle locazioni, aumento del costo della vita, gentrificazione, espulsione dei residenti, sovraccarico del trasporto pubblico e dei servizi pubblici, sono alcuni degli effetti indotti dall’occupazione territoriale di Airbnb.

La città è portata al collasso.

Da sottolineare che questi effetti, tra l’altro, si ritorcono in maniera negativa anche sulle condizioni di vita e sul reddito di coloro che affittano in modo occasionale e che invece dovrebbero rendersi conto della minore convenienza del proprio investimento su Airbnb.
Ho smesso di fare Airbnb quando ho cominciato a sentirmi una fuorisede in casa mia […] la città è consumata, io mi sentivo consumata”. A parlare è un’affittuaria che ha deciso di ritirarsi perché si è resa consapevole che il gioco non vale la candela. Ai piccoli host l’avventura su Airbnb non è detto che sia così remunerativa, sia sul piano economico complessivo (aumentano i costi della città) che su quello personale della percezione del sé.

Il libro ha anche l’interessante merito di svelare come i propagandati rapporti di fiducia tra host e utenti siano in realtà mediati da algoritmi reputazionali che gestiscono il rating on line degli attori in campo, la loro affidabilità. Un vero e proprio panopticon digitale, comune alle piattaforme digitali, che nasconde, dietro la retorica dell’incontro, una rigida valutazione dei comportamenti e delle prestazioni. Viene in mente il distopico programma del regime cinese di attribuire ad ogni cittadino un punteggio sulla base del quale accedere a particolari servizi sociali e restare escluso da altri.

È il capitalismo, bellezza: disuguaglianza, sfruttamento e controllo sono il suo pane quotidiano.

Pressante la campagna di marketing della multinazionale: “ciò che era iniziato come una strategia di crescita della start up, reclutare utenti attivamente per innescare effetti di rete, era continuato con la creazione di un movimento di membri-consumatori per cambiare le leggi locali a favore di Airbnb”, per creare un senso di appartenenza e di coinvolgimento dei membri mediato dal marchio aziendale, una brand community mobilitata intorno alla politica commerciale della multinazionale. “Shared city” la chiamano, in realtà siamo di fronte alla sfrontatezza di una multinazionale, di una piattaforma digitale che pretende di modellare spazi e relazioni umane, di assumere funzioni politiche che non le competono: creazione di movimenti dal basso, coinvolgimento degli amministratori locali, creazione di partenariati pubblico privati.

In realtà la diffusione di Airbnb è complice della definitiva trasformazione della città, soprattutto d’arte, in città fabbrica del turismo, vera e propria company town dove la monocoltura turistica fa strame di luoghi e relazioni, arricchisce i pochi alle spalle di una multietnica working class sempre più precaria e sottopagata.

Chi vive a Firenze sa cosa vuol dire subire la minore disponibilità delle case in affitto, l’aumento dei canoni di locazione e dei valori immobiliari, la congestione del proprio ambiente di vita, causati dalla saturazione turistica dell’ambiente urbano. Fenomeni analoghi a quanto accade nelle altre città, da San Francisco a New York, a Toronto, Lisbona, Venezia, Roma, che il libro descrive con particolare attenzione. Espulsione dei residenti dal centro delle città, gentrificazione e “sostituzione di una popolazione residente con una temporanea”, trasformazione in ghost hotel (hotel fantasma) di interi palazzi affidati alle “cure” di Airbnb, sono il costante corollario della massiccia diffusione della piattaforma multinazionale.

Lo sfruttamento alimenta le resistenze e il libro ne testimonia, con ricchezza di particolari, la diffusione, dalle varie forme di media activism alla proliferazione di movimenti di base che in tutto il mondo si stanno battendo per la riappropriazione del proprio ambiente di vita, per affermare modelli di autorganizzazione socioeconomica ben diversi da quelli dominanti.

Non ci resta che ringraziare Sarah Gainsforth per questo suo poderoso lavoro, invitare a coglierne la ricchezza e a rimboccarci le maniche per riconsegnare la città a chi la vuole abitare e non a chi la vuole svendere.

*Antonio Fiorentino
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