La piazza artigiana

Il gruppo “Artigiani di strada” nasce a seguito dell’introduzione del nuovo codice del commercio della regione Toscana e dalle successive e preoccupanti limitazioni imposte da molte amministrazioni locali.

Una vicenda che sta condannando ad una progressiva marginalità centinaia di esperienze di carattere creativo e intellettuale. Come coordinamento regionale intendiamo rappresentare e difendere quelle istanze rappresentate dalle piazze artigiane: saperi e storie locali, forme di sostenibilità e micro economie circolari che guardano in modo innovativo e dinamico al futuro.

Non siamo e non vogliamo essere il museo che racconta soltanto antichi mestieri ma un saper fare che è un bene collettivo, insieme di abilità, apprendistati, conoscenze delle materie antiche e nuove, idee che ripensano forme di sostenibilità e immaginano nuovi oggetti non schiacciati dall’omologazione delle merci a basso costo. In un contesto caratterizzato da forti dinamiche di cambiamento, noi animiamo le piccole filiere locali, diamo vita agli scarti e favoriamo l’economia circolare in forme sperimentali e innovative.

Siamo l’alternativa alla sovrabbondanza delle cose e alla logica dell’usa e getta, non ci misuriamo con il mercato globale ma reinventiamo i mercati locali in un rapporto intimo e dinamico con le realtà regionali. Coltiviamo un’organizzazione del lavoro individuale e/o familiare e ricaviamo sostentamento con la vendita diretta dei nostri manufatti nel luogo di produzione o in mercati specifici e/o tradizionali.

Ideazione, creazione e vendita diretta sono elementi inscindibili del nostro lavoro. E’ l’auto-lavoro che organizza liberamente i modi e i tempi per l’attività lavorativa, un lavoro in proprio che non è attività d’impresa.

La nostra produzione avviene nelle nostre abitazioni o in laboratori in zone non di pregio, per questo riteniamo necessario poter accedere liberamente (con la sola domanda di concessione di suolo pubblico) ai nostri mercati e alle nostre piazze tradizionali. Non possiamo essere considerati artigiani all’interno dei nostri laboratori e sottostare alle leggi sul commercio quando ci troviamo al di fuori, equiparando in questo modo chi compra e rivende beni con chi produce in proprio.

Non siamo imprenditori artigiani così come definito dalle leggi sull’artigianato, non facciamo cioè lavorazioni in serie, standardizzate, automatizzate. Il nostro lavoro non può essere considerato un’impresa tout court, con identici oneri burocratici e contributivi. Non contempliamo lo sfruttamento altrui e siamo l’alternativa concreta a quel modello di crescita forsennata stabilito dal sistema economico attuale, perché quel sistema opprime e limita fortemente l’attività e soprattutto la creatività. Il nostro lavoro non è improntato a produrre tanto nel minor tempo e costo possibile. Non usiamo capitale per produrre altro capitale, per questo, l’impresa anche quando artigiana è diversa dall’artigiano manuale. I nostri eventi raccontano le civiltà passate, le arti dei mestieri manuali che hanno attraversato la vita e la storia dell’uomo, oltre che essere precursori di tecniche di lavorazione per le nuove materie, che qualcuno potrà sviluppare anche in processi industriali.

Da alcune interlocuzioni con funzionari di categoria, è emerso quanto l’atteggiamento di estrema chiusura di alcuni comuni contrasti con il diritto costituzionale al lavoro sancito dall’art.4. In particolare, la giurisprudenza interpreta l’art.4 come:
Diritto alla libertà: ogni cittadino, deve essere libero di scegliere quale attività lavorativa scegliere.
Diritto civico: il diritto al lavoro attribuisce al cittadino la pretesa di condizioni che rendano effettivo il diritto al lavoro.

A questo occorre aggiungere l’art.35 c.1: la Repubblica assume come compito fondamentale il principio della tutela del lavoro in ogni sua forma e applicazione e l’art. 3 comma 2 (compito della repubblica è rimuovere gli ostacoli che limitano…). L’importanza sociale del lavoro prevale cioè su ogni forma di gettito.

La possibilità di prendere in esame, sugli esempi di Genova e Torino, un censimento e relativo progetto di promuovere e disciplinare questa forma di lavoro, sarebbe un buon primo passo per cominciare.

Per fare un esempio concreto, il Comune di Genova riconosce questo valore in attuazione dei principi di cui agli art. 9 e 33 della Carta Costituzionale e quindi:
promuove lo sviluppo della cultura e la libertà dell’arte, la coesione sociale, la riqualificazione urbana degli spazi assegnati agli Operatori del Proprio Ingegno, la promozione turistica della città, lo sviluppo di nuove professionalità.

*Artigiani di strada

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