Abitare (ne)i territori: espulsione e riappropriazione nei quartieri di Roma

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Il tema della casa compare solo a tratti nel dibattito pubblico. Spesso sentiamo parlare di “casa” sia come l’oggetto dell’emergenza abitativa di una parte della popolazione particolarmente disagiata –es. migranti e rifugiati politici – sia come motivo di molti conflitti che si sviluppano negli spazi urbani. Media e istituzioni approcciano la questione essenzialmente come un problema di sicurezza e di decoro: il fatto che siano presenti in città delle persone visibilmente povere è considerato un fatto che mette a repentaglio “l’appetibilità” della città.

Questa narrazione diffusa non coglie il nocciolo duro della questione: se un numero sempre maggiore di persone non ha accesso alla casa non è qualcosa di inaspettato e ineluttabile, è piuttosto una causa di scelte politiche precise, un dato strutturale legato al modo in cui si pensano, si progettano e si praticano le città. L’urbano visto e realizzato prevalentemente come “vetrina” da osservare e come una serie di monumenti da valorizzare lascia largamente disattese le esigenze e le aspettative di una parte dei suoi abitanti –ovvero della parte più precaria dei suoi abitanti. Anche in tempi di austerity e mancanza di fondi, le risorse stanziate per il turismo sono di gran lunga superiori a quelle destinate ad interventi sociali, strutturali e di lungo termine. E dato che le politiche abitative hanno rivestito un ruolo sempre più marginale nel bilancio dei comuni e delle regioni (Puccini 2016), le esigenze dei “precari dell’abitare” hanno smesso di avere voce in capitolo nella costruzione delle città. Ecco che le riflessioni sul turismo si intrecciano con quelle sull’abitare.  

Nella gestione dei territori delle più grandi città europee e italiane, dagli anni ’90 in poi, la politica ha privilegiato, più o meno consapevolmente, un modello neo-liberista della gestione dello spazio. La città si è via via affermata come il bacino di utenza di un turismo diffuso, nonché un luogo tagliato su misura di una fascia di popolazione medio-alta. I governi, a diverse scale, hanno smesso di essere attori pubblici promotori di processi trasformativi e hanno iniziato ad agire come arbitri tra vari interessi privati. si sono affermati come meri arbitri fra i diversi interessi degli attori privati. Una visione politica a lungo termine è andata scomparendo e l’intervento pubblico è coinciso sempre di più con l’applicazione di misure frammentarie tese a permettere al mercato di svilupparsi senza interferenze.

Nonostante questa tendenza diffusa ed egemonica, questo modello di sviluppo urbano ha incontrato, ed incontra, numerose resistenze. Infatti, tanto più che la politica “top-down” contribuisce alla creazione di quartieri ostili ad alcune fasce della popolazione, tanto più molte organizzazioni sociali e politiche dal basso rivendicano uno spazio urbano diverso, più inclusivo ed egualitario. Grazie alle loro azioni, accanto e dentro la città contemporanea ne sorgono molte altre, costruite da coloro che da quella ufficiale sono esclusi. Per capire meglio questi meccanismi potremmo partire dall’analisi di una città paradigmatica: Roma.

Roma rappresenta da un lato un esempio specifico del modo in cui dinamiche abitative e urbane si intrecciano, e dall’altro è anche una lente di ingrandimento che ci permette di indagare fenomeni più generali. Vale oggi come anni fa la descrizione della capitale italiana come la città di “case senza gente e di gente senza casa”. Infatti il difficile accesso alla casa per una fetta ampia di popolazione è cosa antica per Roma, con la sua lunga storia di baracche, di insediamenti urbani spontanei costruiti come risposta “fai da te” al bisogno di case, strade e piazze.

Questa realtà appare ancora più amara se si guarda all’enorme patrimonio di edifici pubblici abbandonati, senza una funzione per la città. Nonostante esistano leggi in materia di auto recupero di immobili a fini abitativi (legge regionale n. 55 del 1998, delibera regionale n.110 del 2016), pochi sono i progetti realizzati o in procinto di realizzazione. Ciò è bizzarro, perché la messa a disposizione di questi immobili rappresenterebbe una soluzione sostenibile, a costi bassi e senza consumo di suolo alla fuoriuscita dalla città di molte famiglie. Infatti oggi, a causa dei costi altissimi degli affitti in zone centrali e ben servite, molte famiglie contribuiscono a creare il tessuto urbano (per esempio lavorandoci) ma non possono beneficiarne. I numeri sono tutt’altro che irrisori, basta pensare alle procedure di sfratto emesse per il 2016: se la media nazionale è di una famiglia sfrattata ogni 419 famiglie residenti, per quanto riguarda Roma la media si abbassa a 1 su 279 (Dati Ministero degli Interni, Ufficio centrale di Statistica 2017).

Questi dati non indicano solo quanto l’accesso alla casa sia sempre meno scontato per un numero sempre maggiore di abitanti di Roma. I dati indicano anche che i territori sono diventati luoghi di espulsione e non di inclusione dei suoi cittadini. Molte aree del centro storico, un tempo a caratterizzazione popolare, oggi hanno mutato forma. Come ci dice Giovanni Semi in uno suo recente libro nel quale analizza le dinamiche contemporanee di gentrificazione, i quartieri delle metropoli europee sono diventati delle piccole Disneyland (2015), ovvero dei luoghi scintillanti e artificiali, tutti uguali fra di loro per andare in contro alle aspettative dei turisti e a quelle dei giovani della movida locale. Questo processo ha portato con sé la riqualificazione di molte aree prima considerate degradate facendo sì che diventassero appetibili per fasce di popolazione medio-alta. Conseguentemente all’innalzamento dei costi degli affitti, le categorie sociali meno abbienti sono state, in maniera più o meno coercitiva, relegate in zone sempre più periferiche. Ma se l’allontanamento della popolazione più povera dalla città consolidata è un’esigenza di mercato, sarebbe sbagliato non riconoscervi una responsabilità politica ben precisa.

Non è un caso che i recenti strumenti di governo del territorio abbiano non solo scoraggiato, ma anche proibito ad alcune categorie di persone di far parte del panorama urbano. Basta pensare a provvedimenti come il “daspo urbano”, attraverso cui sindaci e prefetti si sono arrogati il potere di fare una cernita fra chi ha diritto di stare nella città e chi invece ne deve essere escluso. Oppure è sufficiente analizzare la retorica del decoro che ha caratterizzato il linguaggio mediatico e politico negli ultimi anni colonizzando qualsiasi riflessione sullo spazio urbano. Questa gestione e narrazione della città non ha lo scopo di contrastare la povertà, come invece viene affermato dai suoi sostenitori, ma ha piuttosto lo scopo di criminalizzare i soggetti poveri e relegarli in spazi invisibili alla popolazione che è invece assunta come la classe urbana che ha diritto all’urbano. Assumendo questo diritto si è anche pensato che fosse dovere del pubblico amministrare quartieri pronti all’uso, eleganti, puliti, decorosi. Poco importa il prezzo pagato dagli esclusi. Fra le tante zone di Roma, due quartieri possono essere portati a titolo di esempio per spiegare meglio come tutto questo accade: il Rione Monti e il quartiere Ostiense.

Il Rione Monti si sviluppa a fine Cinquecento come una zona a forte connotazione popolare (abitato principalmente da operai e artigiani). A causa delle condizioni igieniche precarie delle case, Monti è stato a lungo un territorio marginale di Roma pur essendo situato al suo cuore. Ma proprio la sua posizione centralissima – fra via Cavour e il Colosseo – ha poi determinato il suo processo di valorizzazione, richiamando l’attenzione di fasce della popolazione medio-alte che hanno visto nelle strade strette e negli scorci caratteristici di quest’area un panorama appetibile. Quello che fino agli anni sessanta era considerato fatiscente diventa nel corso degli anni novanta “trendy”, interessante e particolare. Contestualmente, le strade e le piazze di Monti vengono targettizzate come luoghi della movida, attrattivi per il turismo esterno, ma anche per i giovani romani.

Questo potenziale improvvisamente riscoperto ha condotto alla riqualificazione dei palazzi di Monti e alla fuoriuscita dei vecchi inquilini. Allo stesso tempo, le sue strade sono state riempite dai tavolini dei tanti bar e ristoranti, determinando di fatto la privatizzazione dello spazio pubblico di questo quartiere. Questo non ha solo sottratto spazio vitale agli abitanti (Cellamare 2008: 36), ma ha anche affermato lo spazio urbano come qualcosa di accessibile solo sotto l’imperativo del consumo.

Dinamiche simili sono facilmente distinguibili nell’area di Ostiense, zona nevralgica di Roma per la connessione fra le sue zone centrali e quelle periferiche. Infatti Ostiense, situato nell’immediato sud del centro storico, è uno degli snodi fondamentali dei vari sistemi di trasporto pubblico di Roma. Come testimoniano il Porto Fluviale, il Gasometro e i Mercati Centrali, Ostiense nacque come quartiere industriale, agli inizi del 900. Oggi che la produzione industriale di questa zona si è praticamente arrestata, nuove dinamiche investono l’area. Dinamiche che possono essere spiegate tramite il processo di predazione degli spazi descritto da Harvey (1978). Con il processo di progressiva de-industrializzazione degli anni ’90, il quartiere si è ritrovato pieno di enormi spazi improvvisamente vuoti che, anziché essere indirizzati verso servizi ai cittadini, spazi verdi e di socialità, sono stati recuperati dal processo di produzione capitalistica come spazi di consumo. Eataly, McDonald, pizzerie, locali street food, catene di gelaterie, ristoranti costosi e “radical chic” sono diventati parte integrante e preponderante di questo quartiere.

Nonostante quest’atteggiamento predatorio del mercato, gli spazi liberati che non sono ancora stati privatizzati e destinati al consumo sono oggi oggetto di molte battaglie dal basso. Per esempio l’enorme area dismessa dei mercati generali è da anni rivendicata da molte associazioni e comitati di cittadini come un terreno che dovrebbe essere messo a disposizione dei suoi abitanti e non, come progettato nel piano regolatore, venduto per la realizzazione di un centro commerciale, uffici e luoghi di consumo. Questo dimostra che Ostiense non si caratterizza solo come luogo simbolo di un modello di sviluppo urbano neo-liberale e improntato al profitto: Ostiense è anche roccaforte di esperienze che rivendicano e allo stesso tempo mettono in pratica modi diversi di agire e esperire l’urbano. Fra i molti luoghi resistenti a questo modello, una menzione speciale va senza dubbio all’ex-caserma di Via del Porto Fluviale, occupata nel 2003 dall’organizzazione di movimento Coordinamento Cittadino di Lotta per la Casa e abitata da decine e decine di nuclei famigliari in precarietà abitativa. Ma cosa rappresenta esattamente questo spazio in un quartiere così centrale di Roma?

Prima di tutto Porto Fluviale rappresenta la concreta (e unica) possibilità di vivere in un contesto urbano consolidato per persone che sarebbero altrimenti espulse fuori dal raccordo anulare, in quartieri periferici dove i canoni di affitto continuano ad essere più bassi rispetto a quelli più centrali. In questo senso Porto Fluviale permette la realizzazione del diritto alla città negato a chi non ha la possibilità economica di “comprarlo”. In secondo luogo, quest’occupazione nel corso del tempo si è costituita come uno spazio di socialità restituito a un quartiere in cui gli spazi di aggregazione sono pressoché assenti. Infatti, oltre ad essere una casa, Porto è diventato un luogo attraversato da molti abitanti locali grazie alle serie di attività che sono qui organizzate, come per esempio corsi di lingua, i laboratori di teatro, gli work-shop di cucito creativo e di riciclo. Da anni gli attivisti di Coordinamento hanno aperto anche Il Fronte del Porto, una caffetteria auto gestita teatro di conferenze, dibattiti, proiezioni di film e cene sociali. In questo senso, quest’occupazione si è affermata nel corso degli anni come un presidio politico in cui ricostruire socialità e condivisione in un tessuto urbano frammentato e minacciato dalle dinamiche pervasive di individualismo e consumo.

L’esperienza di Porto Fluviale è importante ed emblematica. Porto testimonia come le varie forme di resistenza che popolano le aree centrali delle città storiche abbiano senza dubbio un importante funzione di resilienza, ovvero siano capaci di ricostruire dal basso spazi che rispondono alle esigenze delle popolazioni sempre più disattese dalle istituzioni. Ma allo stesso tempo gli spazi occupati, riappropriati e liberati non ricostruiscono solo quello che prima c’era e oggi si è perso. Questi spazi sfidano un paradigma, “praticano l’obiettivo” mappando città diverse. Se la “città vetrina” allontana la povertà, gli spazi occupati diventano spazi di socialità e condivisione in cui la collettività fatta dai precari rivendica il proprio diritto all’esperienza urbana.

Questo ci permette di capire la portata più ampia dei modelli di gestione di stampo neo-liberale e neo-capitalista con cui sono amministrate le città. Infatti non sarebbe esatto dire che le politiche di gestione del territorio mettono semplicemente al bando il soggetto povero. Tutto sommato “il povero”, come oggettualizzato e disumanizzato, è ancora accettabile: magari è relegato, criminalizzato, ma è accettato come uno scarto, come qualcosa che non è stato normalizzato. In un certo senso, l’accattone, il mendicante, il senza tetto, l’individuo con il cappello in mano che chiede l’elemosina è funzionale ad un modello di sviluppo urbano che definisce bene chi ha vinto e chi è vinto. Quello che non è tollerabile per questo tipo di città è che i poveri si costituiscano come soggetti di lotta che rivendicano un diritto. Non a caso le sanzioni amministrative e i vari tipi di daspo urbano con cui le amministrazioni governano i territori non allontanano solo i poveri ma colpiscono i loro tentativi di organizzazione, di sfuggire alla carità. Il lascia passare di tutto questo è la retorica della sicurezza e del decoro, l’appetibilità turistica. Infatti in nome di una città pulita e decorosa si condanna un conflitto sociale, si mette a tacere il dissenso e il tentativo di cambiare le condizioni di accesso agli spazi e alle esperienze.

Nonostante l’esistenza di queste scintille di resistenza, la città contemporanea, escludente e inaccessibile, continua ad essere la realtà con cui abbiamo a che fare girono per giorno. Ecco perché non basta più solo capire questi meccanismi e condannarli. Bisogna piuttosto chiederci: Come si può costruire una città diversa su ampia scala? Come si possono collegare le varie forme di resistenza urbana che già esistono in un’alternativa concreta in grado di cambiare le sorti delle nostre città? Come si passa da lotte singole ad un’unica rivendicazione? Si tratta di riconoscere il conflitto chiave al cuore della vita urbana, ovvero quello che c’è fra una visione dello spazio urbano come spazio di decoro e ordine pubblico funzionale al turismo nell’epoca del capitalismo spinto e la visione della città come spazio di relazioni, di interconnessione, di rivendicazioni politiche e sociali. Si tratta, dunque, di riconoscere l’incompatibilità di questi due modelli e di inserirci in quegli spazi dove questo conflitto è evidente. In altre parole si tratta di capire, come cittadini, ricercatori e attivisti, alla realizzazione di quale visione vogliamo contribuire.

Bibliografia:

Cellamare, C. (2014) Roma città autoprodotta. Ricerca urbana e linguaggi artistici. Manifestolibri, Roma.

Cellamare, C. (2008) Fare città. Pratiche urbane e storie di luoghi. Elèuthera, Milano.

Harvey, D. (1978) The Urban process under Capitalism. International Journal of Urban and Regional Research, 2, 1-3, 101-131.

Ministero degli Interni –Ufficio Centrale di Statistica (2017) Gli sfratti in Italia. Andamento delle procedure di rilascio di immobili ad uso abitativo. http://www.uil.it/documents/Pubblicazione_sfratti_2016.pdf

Puccini, E. (2016) Verso una politica della casa. Dall’emergenza abitativa romana a un nuovo modello nazionale. Roma, Ediesse.

Semi, G. (2015) Gentrification. Tutte le città come Dysneyland? Il Mulino, Bologna.

*Carlotta Caciagli

Il presente testo è la trascrizione del contributo dell’autrice all’incontro “Turismo di massa e città, da Roma a Venezia, Barcellona e Berlino. Cosa si muove intorno a noi”, con Fiammeta Benati, Giacomo Salerno, Ornella De Zordo, il gruppo urbanistica perUnaltracittà e ​Clash City Workers​. L’incontro, tenutosi a Firenze il 19 Dicembre 2017, è il quinto appuntamento del ciclo “La fabbrica del turismo nelle città d’arte: il caso Firenze” organizzato dal laboratorio politico perUnaltracittà e CCW.

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Carlotta Caciagli

Nata a Empoli (Firenze) dottoranda in Scienze Politiche presso la Scuola Normale Superiore (XXIX ciclo). Ha studiato Filosofia all'Università di Pisa dove si laurea la tesi:"Criticare il dominio. Un itinerario tra il pensiero di Bourdieu, Butler e Benjamin ". Il lavoro è stato il risultato della sua collaborazione con il gruppo di ricerca interdisciplinare "Sophiapol" presso l'Università Paris X, dove ho trascorso 6 mesi nel 2012. Prima di iniziare il dottorato, ha fatto uno stage presso la delegazione della Regione Toscana a Bruxelles. Ha lavorato anche nella redazione locale di una rivista nazionale scrivendo sulla politica locale.

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