L’anno che verrà. Un Natale di Prequel – terza parte

Una risposta

  1. Avatar massimo de micco ha detto:

    ERRATA CORRIGE: frastornato dalle luci natalizie e dal pandoro ho inviato alla redazione le bozze invece della stesura definitiva. Vorrei che questo racconto e quelli che seguono si leggessero così. Giudicate voi se meglio o peggio

    “I SEGRETI DELLA CITTA’ BLU ” (Un Natale di Prequel, terza parte (le prime diue sono Il pesce in barile e La città Segreta)

    Prequel aveva appena acceso la tv quando la signora del piano di sotto, la vedova nera, battè due colpi sul soffitto.
    Lui trasalì, non perché si lasciasse intimidire da una vicina suscettibile, ma perché quel modo di protestare era tipico di suo marito.
    Sembrava che il morto avesse bussato.
    Ai primi due colpi ne seguirono altri, cadenzati in modo quasi regolare: due tre due quattro due…
    “Cinque?” Si chiese Prequel cercando di concentrarsi sulla serie numerica per scacciare la paura dei morti.
    Invece del cinque arrivò un tonfo e poi un suono stridulo di corda attorta e tesa..
    Prequel pensò che la vedova nera avesse fatto una stupidaggine e chiamò i soccorsi, poi scese le scale e cercò, inutilmente, di forzare la porta con una spallata.
    La donna si agitava ancora, buon segno.
    Mezz’ora e l’ambulanza non arrivava.
    Nemmeno la polizia, neppure i pompieri.
    Solo un vicino si era affacciato timidamente e quando aveva saputo quel che voleva sapere, cioè se era stato avvertito qualcun altro, richiuse la porta e ricominciò a cucinare.
    Alle sei già cucinava, un rancido petto di pollo che si sentiva sfrigolare nel tegamino.
    Prima che rimettesse la testa nel guscio, Prequel lo fermò tra la soglia e il pianerottolo e si fece prestare un attrezzo.
    Avrebbe preferito un piede di porco ma gli toccò usare una pala per spazzare la neve.
    “Che se ne fa al secondo piano di una pala da neve in una città in cui non nevica mai?” Avrebbe voluto chiedergli, ma quello aveva sbattuto la porta e probabilmente si era avventato sul pettino di pollo.
    Manovrando goffamente quell’arma impropria riuscì a forzare la porta ed entrò in casa della vedova.
    La trovò appesa al lampadario come aveva temuto, ma si teneva con le mani a due bracci di bronzo, il terzo ciondolava da un filo elettrico.
    Prequel si sincerò che non avesse nulla intorno al collo, poi mise una seggiola sotto di lei e la invitò a scendere.
    La vedova si rifiutava.
    Prequel pensò che potesse aver visto un topo.
    “Suvvia, non è il caso di rischiare l’osso del collo per un topolino!”
    Disse proprio “rischiare l’osso del collo” come in certe strampalate commedie americane degli anni Cinquanta.
    Lo disse con fare piacione come si conveniva al suo personaggio, ma la vedova on ne volle sapere.
    Prequel decise di non compromettersi ulteriormente e di attendere sul divano l’arrivo dei soccorsi e intanto rimuginava.
    Cosa poteva spingere una persona agile e sana a starsene appesa al lampadario?
    Mentre il cavo che la sorreggeva si torceva orribilmente, la vedova piroettava e strabuzzava gli occhi.
    In quella posizione respirava a fatica, ma bastava che si lasciasse cadere di pochi centimetri e in piedi sulla sedia avrebbe potuto riprendere fiato senza toccare il pavimento.
    Il parquet era lucido, più chiaro nel mezzo e diversamente scolorito sotto le finestre.
    Non c’erano animali, né vetri né altre minacce visibili.
    Nell’aria non ristagnavano neppure moccoli o suffumigi che facessero pensare a un rituale.
    Intanto i soccorsi tardavano.
    Il proprietario della pala si era affacciato timidamente, più per sincerarsi che il condominio non fosse stato visitato dai ladri che per soccorrere la signora.
    Prequel glielo rinfacciò e lo mandò via a male parole.
    “Si riprenda la pala e vada a casa a digerire il suo petto di pollo!”
    Abituato ad obbedire a chi ringhia, l’ometto fece quanto gli era stato detto.
    Durante la sua intrusione, Prequel aveva studiato le reazioni della vedova.
    Aveva cessato di scalciare e si era data un contegno perché era quasi nuda e la posa scosciata poteva eccitare quell’impiccione.
    Dunque manteneva l’autocontrollo e il rispetto di sé, non era svalvolata.
    Se avesse cercato protezione avrebbe potuto lanciarsi tra le sue braccia, gli sarebbe piaciuto!
    Invece se ne stava lì appesa per un braccio solo mentre muoveva l’altro come a chiamare qualcuno.
    Prequel la lasciò fare e intanto girellava nella casa per cercare una ragione di quel comportamento bizzarro.
    Pensò a un gioco erotico che potesse essere interrotto solo da una parola di passo. Ma chi avrebbe dovuto pronunciarla?
    Per quel poco che sapeva di queste cose, lei stessa quando si fosse stufata o quando si fosse sentita umiliata o in pericolo.
    D’altra parte oltre a loro non c’era nessuno.
    “Siamo sicuri?” si chiese Prequel e immediatamente scivolò in camera e in bagno a controllare.
    C’era una ventiquattrore molto pretenziosa ma nessuno che ci si intonasse.
    Prequel pensò ad una di quelle borse che si portano dai notai per fare una certa impressione.
    Rientrato in sala ebbe la sorpresa di trovare la vedova tra le braccia del sindaco.
    Conosceva il sindaco di persona perché quella volta che i cinghiali invasero i giardini pubblici, prima di dare il via alla mattanza volle conferire con lui.
    Meno lo vedeva, meglio stava e ora se lo ritrovava nel suo condominio che ronzava intorno alla sua vicina preferita.
    Con la sua buffa giacca attillata e la bocca atteggiata in uno sforzo superiore alle sue capacità il primo cittadino la sorreggeva mentre lei appoggiava le gambe intorpidite sulla sedia e a poi terra.
    “Che abbia lui la parola di passo?” Si chiese prequel guardandolo torvo.
    L’altro salutò Prequel con una smorfia, prese qualcosa dal balcone su cui si era rifugiato e sparì per le scale.
    Un accordo tra amanti spiegava forse anche il ritardo dei soccorsi: qualcuno li aveva avvisati che non era più necessario e quel qualcuno doveva essere autorevole. Chi più del sindaco?
    Prequel si trovò sminuito, da eroe salvatore a terzo incomodo e decise di battere in ritirata.
    La vedova però lo fermò sull’uscio:
    “Non voglio qui la sua borsa, la prenda lei”
    Era pesante, dentro c’erano le risposte che la città attendeva: dove sarebbestata edificata la moschea, dove avrebbero fatto il nuovo stadio, quali lavori sarebbero partiti davvero e quali no.
    Prequel poteva resistere alla tentazione di aprirla?

    (Continua…)

    LA VALIGIA DI CAPODANNO – Un Natale di Prequel, quarta parte.

    Una valigia chiusa è una lettera non aperta.
    Se il postino per sbaglio vi recapita una busta indirizzata a una persona con cui avete un conto aperto, voi che fate?
    Prequel sapeva aprire e richiudere una busta ma con le valigie non aveva mai provato.
    Non ne aveva, viaggiava come ormai facevano quasi tutti, col trolley.
    Il trolley è facile, anche quelli con la combinazione presentano poche difficoltà e inoltre la superficie impermeabile e l’assenza di materia organica e di metalli lucenti fanno sì che le impronte si notino poco e si puliscano bene.
    Invece la valigetta che aveva per le mani era in cuoio vero, con una serratura in ottone vecchia maniera che aveva una toppa in cui una chiave non troppo piccola doveva infilarsi e scattare per poterla aprire.
    La pesò per saggiare il contenuto.
    Il peso si distribuiva in modo uniforme.
    La scosse.
    Nessun suono, evidentemente era piena e il contenuto non lasciava spazi vuoti.
    La prima cosa a cui pensò erano degli incartamenti.
    Era la valigia del sindaco, quindi pratiche, contratti, qualche circolare.
    Il peso però non era tale da far supporre così tanta carta.
    Neppure un computer di grosse dimensioni.
    Mentre tirava a indovinare scrollandola e premendo, Prequel indossava dei guanti di lattice per non macchiarla e non lasciare impronte.

    Scassinarla non sarebbe stato impossibile ma poi non si richiudeva bene.
    Gli venne l’idea di procedere come procedeva con certe derrate sospette nel suo laboratorio: pompare aria e vedere cosa succede.
    Prese l’occorrente al termine di una giornata lavorativa accorciata dal Capodanno imminente, se lo portò a casa e cominciò a lavorarci.
    Proprio mentre stava per aprirla, suonò la vedova del piano di sotto.
    Col batticuore nascose l’attrezzatura e andò ad aprire.
    La vedova apparve in una vestaglia lucida.
    “E’ di seta?” Chiese Prequel “Sa che la seta viene assimilata naturalmente dall’organismo umano? Se ci stampi sopra un microcircuito e la inserisci nel cervello, ci puoi controllare il comportamento di un animale. Puoi farlo agitare, acquietarlo, svegliarlo di colpo..”.
    Aveva bisogno di tenere la testa occupata, gli occhi bassi la lingua sciolta.
    La vedova rispose con uno sbuffo, poi si sedette come se fosse a casa sua, allungò la mano verso la valigetta e chiese:
    “Ancora non l’hai aperta?”
    Quel tu non se lo aspettava. Non poteva più mentire.
    “Ci stavo provando…”
    Il doppio senso accrebbe l’intimità
    “Aspetta…ci siamo!”
    Si pensa sempre che un grande evento corrisponda a un suono di pari portata.
    L’universo è cominciato con l Big Bang e finirà con il giudizio universale che dovrebbe essere annunciato da “quattro agnoloni co le trombe mbocca e cor voscione…”
    Invece la vita umana ha una colonna sonora che si ode appena, soprattutto sul finale: una vena che si tappa, una vertebra che scricchiola, una lastra di ghiaccio ch si incrina…
    La valigia fece click e il coperchio non saltò via, si sollevò quanto bastava a passarci una mano.
    Ed è quello che Prequel fece mentre lei lo guardava sopra una spalla.
    Tastò senza neppure aiutarsi con la vista.
    C’era una cartellina quasi incollata al coperchio, la estrasse.
    La aprì con mani febbrili.
    Conteneva due fogli: un breve dattiloscritto e una ricevuta.
    Il dattiloscritto erano le previsioni pr il 2020 del Mago Homunculus, al secolo Lazzaro Cazzari.
    Prequel le passò alla vedova perché le leggesse a voce alta mentre lui proseguiva l’esplorazione della valigetta.
    Lei eseguì il compito con poca partecipazione.
    Leggeva con voce spenta che era un anno nefasto per la città che era stata fondata l’otto maggio. Un buon anno invece per il sindaco ch era nato a dicembre…
    L’altro foglio era la ricevuta era del Mago Homunculus, ma si firmava da signorino, LC. Incassava una cifra esorbitante da chi gli aveva commissionato le predizioni, l’Ufficio del Sindaco.
    Dalla valigetta che prequel continuava a frugare intanto era saltata fuori una scatola.
    Non era un cofanetto prezioso, ma una semplice confezione di polistirolo, di quelle in cui si tengono le cuffie e i cellulari.
    Conteneva un paio di occhiali a specchio con la montatura pacchiana.
    “E’ un regalo di Eton John?” Chiese Prequel.
    “Non perdere tempo, mettiteli e accendili!” Ordinò la vedova.
    Prequel eseguì e mentre li inforcava gli parve di vedere che lei scioglieva la vestaglia.
    Trovò un un tasto sulla stanghetta sinistra (il sindaco era mancino).
    Lo premette e si vide catapultato in un circo equestre, con la sabbia sotto di sé e per soffitto un tendone a righe.
    Stordito si mise a sedere.
    “E’ un visore 5g, come quello che portava Muti … Hai visto il documentario di Muti sul mauoleo di Augusto? Lui entrava, inforcava gli occhiali e vedeva gli antichi romani, i papi, Toscanini…
    Prequel non lo aveva visto e non aveva la concentrazione per cimemtarsi con la storia della musica, ora che i pagliacci stavano entrando nll’arena.
    “Come mi vedi?”
    Prequel spense il visore pr accertarsi come era nella realtà, poi lo riaccese e descrisse quello che vedeva.
    “Io ti vedo bionda, con addosso un tutu, un body d’argento e un pennacchio sulla testa…da trapezista!”
    “Ecco come mi vede il sindaco quando facciamo i nostri giochi!” Disse la vedova. “Mi ero sempre chiesta chi ero per lui…”
    Prequel si era affacciato alla finestra con il visore acceso.
    “Toglilo, è pericoloso!”
    “No, voglio vedere l’effetto che fa la città vista dal sindaco, prima di restituirglielo. Acqua in bocca”
    “Ormai siamo complici” disse la vedova rivestendosi.
    Prequel scese in strada e sostò davanti al primo palazzo storico che incontrò.
    Era la Corte dei Miracoli, oggi adibita a ostello per i senza fissa dimora.
    Chi non aveva casa ci poteva stare per due settimane gratis, poi pagava un euro al giorno.
    “Un euro al giorno! Ventuno al mese, chiesti a chi non ha niente” pensò Prequel, mentre riandava con la memoria agli scantinati puzzolenti, le scale scheggiate e le porte che parevano orinatoi.
    Il visore ne dava un’immagine completamente diversa.
    Nella realtà aumentata, la facciata appariva restaurata, gli stucchi che la animavano riportati agli antichi splendori e tutte le suppellettili di ottone tirate a lucido, dai battenti ai corrimano.
    Di ottone era pure la targa che individuava il nuovo proprietario: una catena di alberghi di lusso.
    Dal cancello dove solitamente sbucavano i pulmini delle cooperative fece il suo ingresso una limousine da una dozzina di posti. Un inserviente aprì le portiere e liberò i tappetini dalle bottiglie che vi si erano accumulate.
    Accanto c’era una cappella, che Prequel ricordava fredda e spoglia.
    Ci serviva la messa da bambino.
    La porta era socchiusa, Prequel vi scivolò dentro e trovò l’altare coperto di finissima tappezzeria nuova di pacca.
    L’affresco scolorito che raffigurava uno sconosciuto missionario gesuita circondato da nativi di qualche continente condannato a diventare colonia, era stato sostituito dal ritratto a olio di un francescano famoso.
    Le acquasantiere dopo anni e anni di aridità erano state riempite fino all’orlo e la cassetta delle elemosine era stata sostituita da un POS.
    Un cartello recitava che il pagamento del biglietto base era sufficiente per accedere al culto, ma se si veniva colti ad ammirare l’edificio scattava una maggiorazione.
    “Poco male” pensò Prequel, ma andando avanti con il visore sul naso vide che anche l’edificio di proprietà del comune in cui lavorava era stato imbellettato e messo in vendita.
    Il retro del palazzo era stato ingabbiato da una orrenda scala antincendio e frammentato in cento balconcini su cui non potevi nemmeno fumare una sigaretta.
    il dispositivo che Prequel indossava era munito di speaker che sciorinavano i pregi dell’investimento. ,
    Sul visore appariva anche l’entità dell’affare, una cifra spropositata se commisurata allo stipendio di Prequel, ma una vera e propria rapina se paragonata al valore dell’immobile.
    Cercò un cartello che informasse i cittadini su dove erano stati spostati gli uffici, ma non lo trovò.
    Probabilmente nella realtà aumentata il sindaco li aveva soppressi e lui aveva perso il posto.

    Tornò a casa con il visore calato sul naso come un paio di occhiali da sarto.
    Ogni tanto il dispositivo riceveva segnalazioni in merito a edifici da svendere e servizi da chiudere, ma Prequel non ci badava più.
    Gli premeva soltanto rimettere quegli occhiali al loro posto nella valigetta, chiuderla a prova di sindaco e riconsegnargliela con il più angelico dei sorrisi.
    Pensava di poterlo fare perché si era fatto del 5g un’idea molto limitata.
    Immaginava il visore e tutti gli altri congegni interconnessi come un giocattolone per adulti, senza altre conseguenze che quella di stimolare fantasie di dominio erotiche e finanziarie.
    Immaginava che questo fosse l’uso a cui era destinato l visore: non solo trastullare il sindaco ma anche permettergli di ricevere emiri e finanzieri con tutti gli onori e, passeggiando per la città, mostrar loro la merce senza bisogno di additarla o di declamarne il valore a voce alta.
    Ma c’era di più e Prequel se ne accorse quando gli spararono addosso.
    Si trovò in mezzo a una pioggia di razzi non più grandi di un petardo, che ogni volta che lo mancavano finivano in scoppi rossi e verdi, tutto sommato normale a Capodanno.
    Alzando gli occhi riuscì a vedere un oggetto che lo seguiva sospeso in cielo.
    Non proprio in cielo, a dire il vero, tra i tetti.
    Probabilmente un drone.
    Un altro drone in forma animale lo seguiva più da vicino.
    Se Prequel avesse avuto il tempo di osservare bene la scena avrebbe capito che era realmente un insetto, un cervo volante equipaggiato con telecamere e teleguidato con due schede elettroniche che gli erano state applicate sulla corazza.
    Dove andava Prequel, l’insetto lo seguiva e dove andava l’insetto arrivava il drone.
    A Prequel faceva una strana impressione essere il protagonista di un film di fantascienza in quelle strade in cui di solito si andava a fare shopping o a comprare il trolley prima di una vacanza, ma se si fosse soffermato un solo istante a riflettere sulla sua situazione il drone lo avrebbe centrato.
    La sua fortuna quella volta fu un portone che si aprì alle sue spalle e un cane che uscì trascinando il padrone in là con gli anni.
    Prequel ci si infilò prima dell’insetto e lo lasciò fuori.
    Sentendolo che ronzava nell’androne si chiese cosa lo attirasse ora che era fuori dal suo campo visivo.
    Forse un congegno che er stato montato negli occhiali?
    Poteva essere come il braccialetto elettronico dei detenuti, quando ci si allontana emette un segnale.
    Nella realtà.
    Nella fantascienza fa saltare in aria il trasgressore.
    Ma ormai la fantascienza era la norma in quella città e la realtà solo una rievocazione nostalgica, com il palio degli asini e il lancio del formaggio.
    Prequel se li tolse e per precauzione li chiuse nell’ascensore.
    Poté allontanarsi indisturbato e non si meravigliò, il giorno dopo, di leggere sul giornale che un condominio aveva preso fuoco a causa di un guasto all’ascensore.
    Sulla stessa pagina, quella delle armi di disrazione di massa,c’era il commento del sindaco:
    “D’ora in poi episodi del genere si potranno prevenire grazie a un nuovo sistema di sorveglianza che connetterà telecamere, droni e allarmi senza bisogno dell’intervento umano. Basterà fumare una sigaretta dentro a un portone e ci ritroveremo addosso tutti i sistemi di sicurezza!”.
    Mentre era seduto al bar con il giornale sul tavolo, prequel aveva l’impressione che tutte le telecamere inquadrassero lui.
    In più sentiva un ronzio che non lo faceva stare tranquillo.
    Il barista imprecò perché il frigorifero faceva di nuovo quello strano rumore.
    Prequel si sentì sollevato e abbozzò un sorriso.
    Il barista lo squadrò come a dire “Che cazzo ridi” e dette una manata al monitor che si era impallato e rimandava soltanto l’immagine di Prequel..

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