L’anno che verrà. Un Natale di Prequel – terza parte

Prequel aveva appena acceso la tv quando la signora del piano di sotto, la vedova nera, batté due colpi sul soffitto.
Lui trasalì, non perché si lasciasse intimidire da una vicina suscettibile, ma perché quel modo di protestare era tipico di suo marito.
Sembrava che il morto avesse bussato.
Ai primi due colpi ne seguirono altri, cadenzati in modo quasi regolare: due tre due quattro due…
“Cinque?” Si chiese Prequel cercando di concentrarsi sulla serie numerica per scacciare la paura dei morti.
Invece del cinque arrivò un tonfo e poi un suono stridulo di corda attorta e tesa..
Prequel pensò che la vedova nera avesse fatto una stupidaggine e chiamò i soccorsi, poi scese le scale e cercò, inutilmente, di forzare la porta con una spallata.
La donna si agitava ancora, buon segno.
Mezz’ora e l’ambulanza non arrivava.
Nemmeno la polizia, neppure i pompieri.
Solo un vicino si era affacciato timidamente e quando aveva saputo quel che voleva sapere, cioè se era stato avvertito qualcun altro, richiuse la porta e ricominciò a cucinare.
Alle sei già cucinava, un rancido petto di pollo che si sentiva sfrigolare nel tegamino.
Prima che rimettesse la testa nel guscio, Prequel lo fermò tra la soglia e il pianerottolo e si fece prestare un attrezzo.
Avrebbe preferito un piede di porco ma gli toccò usare una pala per spazzare la neve.
“Che se ne fa al secondo piano di una pala da neve in una città in cui non nevica mai?” Avrebbe voluto chiedergli, ma quello aveva sbattuto la porta e probabilmente si era avventato sul pettino di pollo.
Manovrando goffamente quell’arma impropria riuscì a forzare la porta ed entrò in casa della vedova.
La trovò appesa al lampadario come aveva temuto, ma si teneva con le mani a due bracci di bronzo, il terzo ciondolava da un filo elettrico.
Prequel si sincerò che non avesse nulla intorno al collo, poi mise una seggiola sotto di lei e la invitò a scendere.
La vedova si rifiutava.
Prequel pensò che potesse aver visto un topo.
“Suvvia, non è il caso di rischiare l’osso del collo per un topolino!”
Disse proprio “rischiare l’osso del collo” come in certe strampalate commedie americane degli anni Cinquanta.
Lo disse con fare piacione come si conveniva al suo personaggio, ma la vedova on ne volle sapere.
Prequel decise di non compromettersi ulteriormente e di attendere sul divano l’arrivo dei soccorsi e intanto rimuginava.
Cosa poteva spingere una persona agile e sana a starsene appesa al lampadario?
Mentre il cavo che la sorreggeva si torceva orribilmente, la vedova piroettava e strabuzzava gli occhi.
In quella posizione respirava a fatica, ma bastava che si lasciasse cadere di pochi centimetri e in piedi sulla sedia avrebbe potuto riprendere fiato senza toccare il pavimento.
Il parquet era lucido, più chiaro nel mezzo e diversamente scolorito sotto le finestre.
Non c’erano animali, né vetri né altre minacce visibili.
Nell’aria non ristagnavano neppure moccoli o suffumigi che facessero pensare a un rituale.
Intanto i soccorsi tardavano.
Il proprietario della pala si era affacciato timidamente, più per sincerarsi che il condominio non fosse stato visitato dai ladri che per soccorrere la signora.
Prequel glielo rinfacciò e lo mandò via a male parole.
“Si riprenda la pala e vada a casa a digerire il suo petto di pollo!”
Abituato ad obbedire a chi ringhia, l’ometto fece quanto gli era stato detto.
Durante la sua intrusione, Prequel aveva studiato le reazioni della vedova.
Aveva cessato di scalciare e si era data un contegno perché era quasi nuda e la posa scosciata poteva eccitare quell’impiccione.
Dunque manteneva l’autocontrollo e il rispetto di sé, non era svalvolata.
Se avesse cercato protezione avrebbe potuto lanciarsi tra le sue braccia, gli sarebbe piaciuto!
Invece se ne stava lì appesa per un braccio solo mentre muoveva l’altro come a chiamare qualcuno.
Prequel la lasciò fare e intanto girellava nella casa per cercare una ragione di quel comportamento bizzarro.
Pensò a un gioco erotico che potesse essere interrotto solo da una parola di passo. Ma chi avrebbe dovuto pronunciarla?
Per quel poco che sapeva di queste cose, lei stessa quando si fosse stufata o quando si fosse sentita umiliata o in pericolo.
D’altra parte oltre a loro non c’era nessuno.
“Siamo sicuri?” si chiese Prequel e immediatamente scivolò in camera e in bagno a controllare.
C’era una ventiquattrore molto pretenziosa ma nessuno che ci si intonasse.
Prequel pensò ad una di quelle borse che si portano dai notai per fare una certa impressione.
Rientrato in sala ebbe la sorpresa di trovare la vedova tra le braccia del sindaco.
Conosceva il sindaco di persona perché quella volta che i cinghiali invasero i giardini pubblici, prima di dare il via alla mattanza volle conferire con lui.
Meno lo vedeva, meglio stava e ora se lo ritrovava nel suo condominio che ronzava intorno alla sua vicina preferita.
Con la sua buffa giacca attillata e la bocca atteggiata in uno sforzo superiore alle sue capacità il primo cittadino la sorreggeva mentre lei appoggiava le gambe intorpidite sulla sedia e a poi terra.
“Che abbia lui la parola di passo?” Si chiese Prequel guardandolo torvo.
L’altro salutò Prequel con una smorfia, prese qualcosa dal balcone su cui si era rifugiato e sparì per le scale.
Un accordo tra amanti spiegava forse anche il ritardo dei soccorsi: qualcuno li aveva avvisati che non era più necessario e quel qualcuno doveva essere autorevole. Chi più del sindaco?
Prequel si trovò sminuito, da eroe salvatore a terzo incomodo e decise di battere in ritirata.
La vedova però lo fermò sull’uscio:
“Non voglio qui la sua borsa, la prenda lei”
Era pesante, dentro c’erano le risposte che la città attendeva: dove sarebbe stata edificata la moschea, dove avrebbero fatto il nuovo stadio, quali lavori sarebbero partiti davvero e quali no.
Prequel poteva resistere alla tentazione di aprirla?

(Continua...)

*Massimo De Micco