Il virus non è uguale per tutti

Al tempo di Covid-19 ci sono gruppi di popolazione più vulnerabili, invisibili.  Fra questi (oltre ai lavoratori costretti sui luoghi di lavoro senza misure di sicurezza, che meritano un articolo a sé), gli anziani ricoverati nelle Rsa, chi soffre di disturbi psichici, chi è senza permesso di soggiorno, le donne vittime di violenza domestica. Di questo e altro si sta occupando la rivista Monitor, da cui riprendiamo ampi stralci.

Il tempo dello stare non è per i ‘figli di un virus minore’ 

‘Spesso in questi giorni ho sentito dire che dobbiamo provare a goderci questo tempo dello stare, –scrive su Monitor la giornalista Marzia Coronati – mettendo in pausa per un poco il tempo del fare, ma questo evidentemente è solo un privilegio per qualcuno.’

Non è per chi si trova senza permesso di soggiorno

Qui parliamo dei sikh dell’Agro Pontino, come simbolo di tutte quelle centinaia di migliaia di persone che vivono e lavorano in Italia, a nero, senza il permesso di soggiorno, dalle badanti ai braccianti.

«Noi indiani ogni mattina ci alziamo prima di tutti. Dio ci chiede di pregare per tutti, anche per il padrone. Io lo faccio. Poi vengo a lavorare in bicicletta», ha raccontato al sociologo Omizzolo un bracciante indiano. La comunità sikh dell’Agro Pontino oggi conta circa trentamila persone, uomini e donne che dai primi anni del nuovo millennio si sono insediati in questi territori. Avevo letto di loro, del percorso di migrazione che dal Punjab li ha portati in questa terra di bonifica e delle inaccettabili condizioni di lavoro a cui sono sottoposti, nei numerosi studi condotti da Marco Omizzolo, sociologo e ricercatore di Sabaudia, che nel 2008 ha iniziato un percorso di indagine sulla comunità indiana dell’Agro Pontino. Omizzolo ha dato vita a un osservatorio permanente sulle condizioni di vita e lavoro dei braccianti, attività che gli è costata e gli continua a costare pesanti minacce e aggressioni, ma che ha prodotto risultati grandiosi, come gli scioperi del 2016 e del 2019 che hanno visto migliaia di persone scendere in strada e denunciare le condizioni. “Questi lavoratori rischiano di diventare un focolaio, se dovesse scoppiare l’epidemia tra di loro sarà molto difficile intercettarla per tempo, lo sapremmo troppo tardi”. Spesso senza documenti, in difficoltà con la lingua italiana, impiegati a nero, i braccianti hanno evidentemente una relazione complessa con il Sistema sanitario nazionale e probabilmente si rivolgerebbero solo in uno stato avanzato di malattia al pronto soccorso. «Queste persone vivono in una periferia perenne, soprattutto le donne. Negli anni sono mancati i servizi di mediazione, se ci fossimo organizzati per tempo probabilmente oggi, nel mezzo di questa emergenza, sarebbe più facile comunicare”, mi dice amareggiato il sociologo Marco Omizzolo, che aggiunge: “Se sul luogo di lavoro poco è cambiato, nelle pratiche quotidiane la comunità sta attrezzandosi, in questi giorni i templi sono stati chiusi e questo per i sikh costituisce un grande gesto, in generale le famiglie tendono a evitare momenti di aggregazione».

Il tempo dello stare non è per chi soffre di disturbi psichici

Restare a casa può essere devastante, anche per i familiari, di chi soffre di crisi di aggressività,  di depressione, di demenza etc etc.

Il peso dell’assistenza psichiatrica, nel tempo del COVID-19, ricade quasi interamente sulle spalle delle famiglie. “Aumentano i Trattamenti Sanitari Obbligatori. Immaginate, vi prego, in questo periodo di clausura forzata che determina, per tutti, un aggravio di sofferenza psichica, chi, già paziente psichiatrico in cura ai servizi territoriali, non può più accedere a centri diurni e attività ambulatoriali, ed è costretto a restare chiuso in casa per intere giornate con i suoi fantasmi, le sue paure, i suoi deliri, i suoi attacchi di panico, la sua depressione, tutti acuiti dall’isolamento, dalla riduzione di relazioni, dall’assenza di cure che non sia la mera somministrazione di psicofarmaci”.

“Sto vivendo con mio figlio ed è devastante! Per lui, per me. La casa non è neppure una prigione, ma un campo di battaglia e siamo allo stremo delle forze. Distrutta la quotidianità, ferma la riabilitazione, ferme le terapie, interrotta l’assistenza di base, l’assistenza alla persona e l’assistenza educativa. Abbandonati a noi stessi. La clausura forzata unita alla mancanza di supporto sfociano in una frustrazione incontenibile che diventa pericolosa per chi non è in grado di gestirla o esprimerla. È devastante”.  Si legge in Figli di un virus minore

I Centri di salute mentale sono contingentati

Restano aperti i Centri di salute mentale, è vero, – ma la maggior parte svolge un’azione estremamente contingentata, per lo più limitata alle situazioni in cui è inevitabile la somministrazione in loco dei farmaci o si rende improcrastinabile una prima accoglienza, tra l’altro resa ancora più complessa dalla assoluta carenza di adeguati mezzi di protezione individuale, con i pochi a disposizione tenuti spesso “in riserva” per le esigenze di eventuali trattamenti sanitari obbligatori (una carenza che limita ulteriormente gli interventi domiciliari, ridotti, nei fatti, ai casi indifferibili). Per ora si segnala una grande collaborazione e responsabilità da parte degli utenti, che in alcuni casi stanno aiutando loro un sistema che sembra allo sbando, ma certo, procrastinandosi la situazione emergenziale, aumenteranno le difficoltà quotidiane. Come è necessaria la responsabilità di tutti per combattere il Covid19, così, è necessario e improcrastinabile l’impegno di tutti, istituzioni e singoli cittadini, perché, oggi più di ieri, chi è più fragile non venga lasciato solo, isolato, abbandonato, scrive Antonio Esposito

E la situazione non migliora se spostiamo lo sguardo sui servizi residenziali.

Crescono le emergenze sanitarie nelle Rsa

E’ un’emergenza dentro l’emergenza, che si fa nel silenzio delle relazioni interrotte. Sembra che stia passando la convinzione che, volente o nolente, gli anziani debbano sacrificarsi su questi nuovi altari della politica, della sanità, della produzione, della società globalizzata ai meri fini del profitto. Già, perché sono tanti gli anziani che in tutta Italia si stanno contagiando e stanno morendo nelle Rsa, invisibili nel glaciale conteggio statistico che rende le morti numeri, cancellando volti e storie. E, con loro, corrono grandi rischi anche gli operatori che continuano il lavoro di assistenza, si contagiano, si ammalano, a volte muoiono, ma pure loro sembrano figli di un virus minore. 

Il profumo di Basaglia: Gorizia fa eccezione

Qui i precedenti investimenti in salute mentale, una lungimirante governance del comparto e la storica interconnessione tra pubblico e privato hanno determinato una positiva riorganizzazione dei servizi.

«L’obiettivo è di presidiare il territorio e intercettare in tempo ogni segno di possibile crisi, di allentare la solitudine, di sostenere le persone nella gestione della vita quotidiana affinché vivano al meglio questo periodo di profonda crisi – ci spiega Donatella Lah operatrice di una cooperativa sociale – Si è dato vita a una campagna telefonica di sostegno e aiutiamo gli infermieri a rispondere quando le persone chiamano perché hanno bisogno di scambiare quattro chiacchiere, per attenuare la solitudine o per trovare un aiuto nella gestione dell’ansia. Gli operatori del privato sociale collaborano con gli infermieri anche per portare alle persone la terapia che non può più essere somministrata in Csm (Centri salute mentale), per fare la spesa a chi ha difficoltà a farlo in autonomia. Aiutano nelle incombenze burocratiche (pagamento bollette, affitti, ecc.), si recano a casa per vedere come stanno ed eventualmente per fare insieme a loro una piccola passeggiata intorno all’isolato o per aiutarli con le attività domestiche o per portare i pasti. Questo intervento è su tutte le persone in carico al centro di salute mentale». 

 Violenza sulle donne e coronavirus, l’allarme di Be-Free: -40% delle chiamate, ma noi ci siamo

 “Abbiamo avuto un calo delle nuove chiamate del 30-40%, nelle case rifugio le donne sono in allarme. La nostra preoccupazione è che la violenza sulle donne aumenti perché non hanno più la possibilità di scappare dalle case. Per questo voglio dire loro che possono contare sulle operatrici antiviolenza di BeFree, noi ci siamo. Abbiamo l’obbligo e la motivazione di andare ad intervenire laddove c’è bisogno”. A parlare all’agenzia Dire è Oria Gargano, presidente di BeFree, la cooperativa sociale che gestisce centri antiviolenza e case rifugio tra Lazio, Abruzzo e Molise, che, anche in emergenza, continuano a svolgere il proprio servizio di aiuto alle donne che subiscono violenza con un’assistenza telefonica attiva h24 (i numeri sono sempre gli stessi disponibili al link: http://www.befreecooperativa.org/centri-antiviolenza/ .

*Gian Luca Garetti (disegno di Cristina Moccia)

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Gian Luca Garetti

Gian Luca Garetti

Gian Luca Garetti, è nato a Firenze, medico di medicina generale e psicoterapeuta, vive a Strada in Chianti. Si è occupato di salute mentale a livello istituzionale, ora promuove corsi di educazione interiore ispirati alla meditazione. Si occupa attivamente di ambiente, è vicepresidente nazionale di Medicina Democratica e membro di ISDE (International Society of Doctors for the Environment).

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