L’amore ai tempi del Coronavirus

Per una critica del capitalismo digitale – V parte

«La macchina costringe noi contemporanei a funzionare come pezzi di macchina», diceva Gunter Anders (p. 79). Il lavoro cognitivo, da cui dipende la capacità di innovazione, viene sussunto al capitale, diviene capitale fisso, si fa esso stesso macchina. Il lavoro materiale residuo ha delle caratteristiche nuove. L’elemento residuale non è presente soltanto dove l’uso delle macchine nella catena produttiva è poco sviluppato. Lo è anche all’opposto, là dove per esempio la macchina ha capacità di riconoscimento inferiori a quelle umane; nella logistica dove droni e auto a guida automatica non sono per il momento ancora utilizzabili. La forza lavoro residua non è una forza semplicemente muscolare, quella è stata già sostituita dalle macchine, e non è nemmeno una forza che dà un apporto creativo o con contenuto di tipo conoscitivo che mette in mostra funzionalità percettive e di discernimento complesse che l’Intelligenza Artificiale non ha ancora messo a disposizione. Pensiamo ai lavoratori dei magazzini Amazon e ai rider. Anche il gesto umano è talvolta e momentaneamente superiore alla macchina. Siamo appendici di un processo produttivo, protesi intelligenti della macchina. I lavori semiqualificati sono cancellati dall’automazione, lasciando in vita soltanto quelli pagati molto bene e quelli pagati poco, con la risultante diseguaglianza sociale che aumenterà del 40% alla fine del processo. (Mason p. 53)

L’interesse per i traguardi che l’AI ci prefigura, non coincide con il benessere generalizzato. Da una parte questo progresso è usato in vista di una produzione interamente robotizzata, ma nello stesso tempo anche nella prospettiva di poter offrire delle comodità che intercettino la produzione di merci. Si parla spesso di economia circolare, in questo caso il capitale si è inventato un circolo profittevole, vantaggioso cioè per i propri profitti. Si producono oggetti per la domotica, merci per l’automazione della quotidianità, l’internet delle cose. Si produce per il mercato e per l’automazione della produzione. Una circolarità automatica che vorrebbe moltiplicare i profitti e rendere residuale l’apporto della forza lavoro senza nessuna possibilità di riconversione. Ma questi apparati raccolgono anche dati per profilare gli utenti in vista di un loro condizionamento o per proposte pubblicitarie mirate. Con questo non si deve dare adito a pensare che il capitale sia esso stesso una super intelligenza. Una volta accettato l’assunto che rimanda tutto alla legge del mercato, ecco che compare l’algoritmo degli algoritmi, quello della massimizzazione del profitto. Il capitalismo ha così anche delle manifestazioni cannibaliche. Eliminata la mano d’opera, la forza lavoro, non redistribuendo i proventi di queste innovazioni, con la conseguenza di sotto proletarizzare la classe operaia, mette in discussione anche la salvaguardia del bacino di consumatori esponendosi così a crisi da sovrapproduzione che da cicliche si stanno tendenzialmente stabilizzando in una crisi perenne via via che vengono erose le risorse così come i potenziali nuovi consumatori che la globalizzazione ha messo a disposizione. Il capitalismo delle piattaforme è un nuovo modo della produzione che si sviluppa a scapito di altri. «In un misto di capitale di ventura, sviluppo di software che attinge da ricerche sull’intelligenza artificiale, lavoro precario e deregolamentato, le piattaforme sono imprese con pochi dipendenti, ma che attivano ampi indotti di piccole imprese che sviluppano app» (B. Vecchi, p. 36). Si crea anche un legame tra capitalismo della sorveglianza e business della raccolta e trattamento dei dati: uno lavora anche in funzione dell’altro. Ecco le migliaia di telecamere delle smart city dei sindaci sceriffo. Anch’essi non dotati di una super intelligenza che favorirebbe volontariamente gli interessi del capitale, ma succubi di una ideologia “progressista” che il capitale fa in modo di riprodurre – spesso con operazioni di lobbying anche non esplicite – per favorire i propri interessi. Il ruolo della politica è ormai diventato quello di ben apparecchiare la tavola per l’ingordigia del capitale se non quello di rimuovere ogni tipo di ostacolo affinché il capitale stesso possa fare comodamente i propri interessi.

Cosa resta della Gig Economy al tempo della pandemia? I lavoretti, quelle attività part time per arrotondare lo stipendio, divenute invece primi impieghi per chi un lavoro vero non ce l’ha, adesso, al tempo della pandemia, tutti quelli che facevano le pulizie negli appartamenti di Airbnb, gli autisti di Uber, molti dei rider, il lavoretto non ce l’hanno più. Il lavoro non ce l’hanno più. Non hanno né salario, né altre forme di ammortizzatori. Al tempo delle pandemie, molti lavoratori al nero e molti dei lavoratori delle piattaforme di sharing, devono rimanere a casa come tutti, ma non come tutti gli altri potranno usufruire di una qualsiasi forma di aiuto. Il capitalismo pandemico uccide e affama.

Il rapporto tra logos inteso anche come comunicazione relazionale, come conversazione, e “verità” è lo stesso che per Detienne intercorreva tra l’uso della parola che ne poteva fare il sofista e l’aletheia (verità). «Del resto che cos’è la parola per il sofista? Certo per lui il discorso è uno strumento, ma in nessun caso uno strumento di conoscenza del reale. Il logos, pur essendo una realtà in sé, non è mai un significante che tende verso un significato. […] La potenza del logos è sconfinata: reca il piacere, allontana gli affanni, affascina persuade, trasforma per incanto. Dunque, su questo piano, il logos non aspira mai a dire l’Aletheia [verità] […] Sofistica e retorica delimitano un piano di pensiero estraneo all’Aletheia» (Detienne 92 93). L’uso comune del linguaggio ha più scopi compreso quelli che si ponevano i sofisti, la macchina invece è macchina della verità, fautrice di una verità unica uscita dalla ramificazione complessa di bivi nei quali la scelta è obbligatoriamente possibile soltanto tra true (vero) e false (falso).

La macchina costringe noi contemporanei a funzionare come pezzi di macchina. Come in una sperimentazione di lungo periodo, le piattaforme di condivisione sociale, surrogano la socialità reale. Non nuovi strumenti per facilitare la comunicazione, ma l’imposizione di una variazione evoluzionistica che premia l’uso della vista a quello degli altri sensi. La storia è storia antica, già l’invenzione della scrittura aveva lavorato in questa direzione. Questa volta però lo spiegamento di forze è imponente e pervasivo. Al tempo della pandemia diviene evidente la sottrazione di corporeità che la paura del contagio produce. Tutta roba già sperimentata in rete. Manca il faccia a faccia, l’udito, il tatto, l’odore, la spinta, l’abbraccio. La mano nella mano; il gioco, quello dei corpi. L’attrazione e la repulsione. La soggettivazione è subordinata alla profilazione. Regna la confusione anche sul piano degli affetti, Il film “Lei” (Her) ne è un esempio non così di fantasia. L’internet delle cose, la rete tendono a confinarti in casa. La smart city è soltanto un assembramento di loculi, cubicoli centri-fugati in periferie dormitorio. La persona, io, l’altro non esperimentano la felicità. Si può dire, si può battere sulla tastiera la frase: sono la persona più felice del mondo, «in effetti l’essere o la persona che, in questo momento è la più felice del mondo non sono io, ma è la mia guancia che in questo momento è sul tuo braccio: Infatti, è la mia guancia che pensa questo, non io; io bara, io si appropria di una sensazione acuta, precisa, che generalizzo, mentre in realtà è di quell’essere, cosa, persona che è la mia guancia, che può essere la mia mano. E questo è un altro altro, io è un insieme di altri io» (Cixous p. 46).

Nel corpo biologico la visione stessa si può fare tattile, meglio: aptica. Il sistema prossemico e quello aptico sono dei sistemi di contatto; il primo concerne la percezione e l’uso dello spazio e della distanza nei confronti degli altri, il secondo fa riferimento all’insieme di azioni di contatto corporeo con l’altro. Percezione aptica, di prossimità, ravvicinata; tutti i sensi, in prossimità, toccano, tastano il vicino. «Aptico è una parola migliore di tattile, poiché non oppone due organi di senso, ma lascia supporre che l’occhio stesso possa avere una funzione che non sia visiva» (Deleuze e Guattari p. 582). Occorre anche recuperare il valore dell’ambiguità. Le relazioni tra corpi biologici «in cui gli scambi linguistici sono imprecisi e ambigui (e quindi infinitamente interpretabili), in cui l’azione produttiva impegna energie fisiche, e i corpi si sfiorano e toccano in un flusso di congiunzioni» (Bifo), la relazione, appunto, nel dipanare e sciogliere le ambiguità, costringe a un confronto serrato e continuo. L’atto dello sciogliere le ambiguità consolida i legami, lavora in termini connettivi, congiuntivi. Il corpo in silicio è nemico delle ambiguità, ne è vulnerabile. L’ambiguità non deve entrare nel sistema, ne va della comunicazione. L’ambiguità interrompe il flusso produttivo della macchina. La parola si deve spogliare degli aloni di senso, i contorni devono essere netti; la poesia si incastra nell’ingranaggio, in qualche modo lo sabota.

 Il corpo in carbonio deve lasciare spazio a quello in silicio. La vita, il biocorpo, è connessa al decadimento, alla decomposizione, alla fermentazione batterica, alla putredine. Il corpo in carbonio, si dibatte, pulsa, ha delle pulsioni, delle affezioni, dei conati. La vita carbonica include la morte. Il corpo mortale alimenta la vita. La contaminazione è perenne. La cultura occidentale mal digerisce questa caducità. Va dall’incorporeo dell’anima, ochema, pleuma e phantasia, all’immateriale della mente. La mente opposta al corpo dava all’occidentale la possibilità di mettere in secondo piano le istanze del corpo, le relazioni corporee. La mente può partorire il cervello elettronico. L’avvento del silicio apre la strada all’incorruttibile. La morte, la fragilità della vita devono passare in secondo piano, osservare dietro le quinte; non ci si deve fare attenzione. La macchina occidentale non deve avere componenti carboniche, è da subito ferro e acciaio, tollera soltanto la non biodegradabilità della plastica. La biodegradabilità dell’umano è ora un difetto. Il miasma fetido dei corpi in putrefazione è l’immagine intollerabile per eccellenza. La contaminazione, ogni contaminazione è una minaccia. L’umanità si tira fuori dalla natura. La usa ai suoi scopi. Ne abusa. Nel tempo del silicio, al tempo della pandemia, i corpi scollegati cadono però nella depressione. Timore se non angoscia, angoscia se non terrore. Il futuro vuole sconfiggere il passato; il tempo si contrae in un presente perenne che metabolizza, digerisce il futuro. L’esistenza, nel mondo del silicio, non è più mortale. Si sfugge la caducità. Ci consolidiamo con upgrade continui, la mente stessa sarà pronta per essere caricata sul cloud. Il mind uploading ha sostituito la fantasticheria della crioconservazione dei nostri corpi. Un’idea in realtà obsoleta perché ancora attaccata al corpo.

I tempi della pandemia, sono i tempi dell’igienizzazione, i tempi dei tutorial sul lavaggio delle mani, che è sempre un prendere le distanze. È l’epifania del corpo infetto, che l’occidente aveva rimosso e che, come con tutte le rimozioni, bisogna farci prima o poi i conti. Il rimosso non è mai stato per sempre. Il covare del rimosso era una forma di esistenza. Il massimo del perturbante è provocato dall’altro, ma non nel senso di un possibile terrore dell’altro, ma quando l’altro, pur essendo diverso, ti somiglia. Un corpo umano morto, la macchina di sembianze umane, l’animato senza anima (Odradek), ma, più di tutti, lo zombie, il morto vivente. Il vivente in putrefazione. Sconfiggere il perturbamento è una forma di igienizzazione, di purificazione. Il puritanesimo della modernità trova il suo apice nella macchina. La mancanza di elasticità mentale puritana, l’incapacità di cogliere le sfumature e di decifrare l’ambiguità, è un tratto emergente della mente digitale. In “Purity” di Jonatham Franzen, i nativi digitali sfuggono le ambiguità e sono come se avessero una sensibilità binaria. L’impuro, l’incompatibile sono rifuggiti per consegnarsi a una semplificazione moralista. La Purezza permea il sistema. La macchina è tirata a lucido. Il contatto dei corpi è bandito. L’AIDS aveva svolto la sua parte, era entrato nel nostro immaginario fobico come contaminazione. La pandemia del 2020 segna uno stato di eccezione che rimanda ad un isolamento totale e totalizzante. La società della sorveglianza è la società del decoro. È la società smart, comoda e digitalizzata, guidata e governata da un sapere intrusivo che lavora sulla sublimazione dei corpi. Drogati, si gioca alle bambole, chiusi in bunker di fortuna dentro un pianeta ostile come nel romanzo Le tre stimmate di Palmer Eldritch di Phil K. Dick.

Continua…

*Gilberto Pierazzuoli

Qui la I
Qui la II
Qui la III
Qui la IV

Günther Anders, Noi figli di Eichmann, La Giuntina, Firenze 1995

Benedetto Vecchi, Il capitalismo delle piattaforme, Manifestolibri, Roma 2017

Hélène Cixous e Jacques Derrida, La lingua che verrà, Meltemi, Roma 2008

Gilles Deleuze e Felix Guattari, Mille piani. Capitalismo e schizofrenia, Castelvecchi, Roma, 2010

Francesco Berardi (Bifo), Reset, https://not.neroeditions.com/reset/

Paul Mason, Postcapitalismo, Una guida al nostro futuro, il Saggiatore, Milano 2016

Marcel Detienne, I maestri di verità nella Grecia arcaica, Laterza, Bari 1977

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Gilberto Pierazzuoli

Attivista negli anni 70 . Trasforma l'hobby dell'enogastronomia in una professione aprendo forse il primo wine-bar d'Italia che poi si evolve in ristorante. Smette nel 2012, attualmente insegnante precario di lettere e storia in un istituto tecnico. Attivista di perUnaltracittà.

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