“Siamo preoccupati!” Coronavirus, l’appello dei volontari in carcere

Siamo volontari penitenziari di lunga data. Sappiamo perciò come vanno le cose in carcere in tempi normali: una condizione dei detenuti “disumana e degradante”. Ora, in tempi di emergenza, sappiamo cosa dovrebbe succedere e non succede!

Siamo rimasti basiti dai primi provvedimenti indecenti (nei modi e nei contenuti) che il ministro e il capo del DAP hanno preso nei confronti delle persone detenute. Aver troncato le relazioni affettive e di supporto con volontari e con i familiari, senza contestualmente accompagnare questa misura con adeguati provvedimenti compensativi, è stato veramente crudele, e non poteva che produrre la ribellione spontanea che abbiamo visto, e che ha prodotto la morte di molti detenuti. Di queste morti non si è saputa con certezza l’origine, mentre non ci risulta che qualche magistrato abbia preso provvedimenti per accertarne le cause. Quello che abbiamo visto sono stati la repressione ed i maltrattamenti che sono seguiti alle rivolte.

Ci è stato detto e ripetuto dell’opportunità della quarantena sociale che ci è sembrata una misura di prevenzione del contagio anche ragionevole. Non poteva non valere anche per i detenuti. Ciò che sicuramente, non solo non è ragionevole, ma ha contribuito al pericolo di una diffusione colposa del virus nelle celle, è il fatto che tutto il personale, fin dal primo momento e fino a poco fa, è entrato in carcere ogni giorno ed in contatto coi detenuti senza alcuna protezione.

Il ministro di giustizia e il capo del Dap, così solerti a vietare l’ingresso in carcere ai volontari e soprattutto ai familiari, sono responsabili di questi ritardi, che hanno messo il personale penitenziario nelle condizioni di poter far da vettore della diffusione del virus all’interno degli istituti.

Ma c’è di più e dell’altro in materia d’irresponsabilità da parte del ministro e del capo del DAP. Fin dal momento dell’entrata in vigore del primo dpcm, è stato imposto a tutto il corpo sociale il distanziamento fra una persona e l’altra di un metro. Questo dispositivo, insieme a quello di non uscire di casa, è stato ed è perseguito utilizzando i corpi di polizia, l’esercito e persino i droni declinando la trasgressione come reato. In carcere questi dispositivi sono validi, o siamo nel territorio di nessuno? Come si fa a garantire un metro di distanza in celle super affollate? L’accatastamento dei corpi in tempi di pandemia da coronavirus è un reato, di cui sono responsabili ministro della giustizia e capo del DAP.

Chi ci fa sicuri che non siano molti di più di quanto è stato detto i detenuti infettati e pure i poliziotti penitenziari? o qualcuno vuole farci credere che nelle città di Bergamo o di Brescia il carcere è un’isola felice?

Si deve ricordare che stiamo parlando più di centomila persone che affollano le carceri italiane, tra personale di custodia, personale amministrativo e sanitario, oltre ai più di sessantamila detenuti. Il destino di queste persone è tutto da ricondurre alla responsabilità del ministro di giustizia, che ha il dovere civile, morale e giuridico di tutelare la salute e di impedire la propagazione dell’epidemia; propagazione che, vogliamo ricordarlo, costituisce un reato quando non siano state prese misure adeguate per arginarlo.

Nella nostra qualità di cittadini volontari vogliamo unirci a quanti si sono già espressi, come, ad esempio, i garanti dei diritti dei detenuti di tutti i comuni e di tutte le regioni, che hanno chiesto misure urgenti, al fine di evitare catastrofi come quella di una pandemia nelle carceri del nostro paese. Deflazionare il carcere, ridurre di almeno un terzo la popolazione detenuta qui ed ora! A situazioni estreme, estremi rimedi: un indulto che mandi a casa tutti quelli con residuo pena inferiore a tre anni, in modo da consentire a quelli che restano il metro di distanza che può salvar loro la vita. Gli arresti domiciliari previsti dal primo DPCM (per gli ultrasessantenni con altre patologie) non sono sufficienti allo scopo di deflazionare il carcere di almeno un terzo della sua popolazione attuale. Intanto, per poterne beneficiare, bisognerebbe che tutti avessero un domicilio – basterebbe considerare che un terzo della popolazione è composto da persone migranti, tra le quali solo una piccola parte ha un domicilio considerato “regolare” dal Tribunale di sorveglianza.

Vero è che l’indulto richiede una maggioranza oggi improbabile in parlamento, ma è anche vero che, data l’emergenza, il Presidente della Repubblica ha altri strumenti che potrebbero rispondere alla bisogna. A Lui ci rivolgiamo perché faccia uso dei poteri che la Costituzione gli affida, tra i quali quello di inviare messaggi motivati e urgenti alle Camere.

Un appello particolare lo rivolgiamo a favore delle mamme con bambini in tenera età e addirittura alla donna incinta, all’ottavo mese, presenti nel carcere di Sollicciano.

Salvatore Tassinari, Pantagruel; Beppe Battaglia, gruppo carcere Il Muretto/Comunità delle Piagge; Alessandro Santoro, prete delle Piagge

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