Violenza di genere: 25 novembre sempre

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Ancora una volta, quest’anno, una data che non dovrebbe essere vuota ricorrenza, come la “Giornata mondiale per l’eliminazione della violenza sulle donne” del 25 novembre, si è puntualmente mostrata l’occasione perché istituzioni di vario livello facessero pinkwashing. Perché, se alle parole non seguono i fatti e, anzi, i fatti smentiscono le parole, di questo si tratta.
Quelle stesse istituzioni che per 24 ore si sono profuse in dichiarazioni contro la violenza sulle donne, sono responsabili della carenza di risorse disponibili per i Centri antiviolenza e le Case Rifugio, le strutture di accoglienza per le donne che decidono di fuggire da situazione di violenze e abusi. E neanche tanto per mancanza di fondi, ma per il loro mancato utilizzo.

Il report 2021 di ActionAid “Cronache di un’occasione mancata” registra una fotografia impietosa dell’utilizzo delle risorse del sistema antiviolenza nazionale. Un’accurata analisi dimostra che gli impegni presi sono in grandissima parte disattesi e i finanziamenti già stanziati richiedono anni per essere effettivamente disponibili, perché le pratiche si insabbiano negli uffici e nelle stanze che dovrebbero consentirne l’attuazione in tempi rapidi. 

Roma, 27 novembre 2021

I tempi, invece, sono essenziali, in un paese dove si registra un femminicidio ogni 72 ore, a cui si aggiungono 3 transcidi nel 2021. E, anche quando non si arrivi a tanto, i ritardi si riflettono tragicamente sulla vita stessa delle persone che hanno bisogno di essere ascoltate, aiutate e accolte.
Sulla carta, negli ultimi anni le istituzioni in Italia si sono occupate di prevenzione, protezione e contrasto alla violenza maschile: hanno approvato norme, elaborato documenti strategici, sfornato testi programmatici e hanno anche stanziato risorse. Ma, in concreto, quanti fondi arrivano a chi opera sul territorio?

Ecco in sintesi i dati più significativi, al 15 ottobre 2021.
Il Piano nazionale antiviolenza per il triennio 2021-2023, dopo un anno dalla scadenza del Piano 2017-2020, non è ancora stato reso operativo.
Nessuna risorsa è ancora stata trasferita dal Dipartimento Pari Opportunità alle Regioni per il 2021.
Per l’annualità 2020 ci sono voluti 7 mesi per il trasferimento dal Dipartimento Pari Opportunità alle Regioni che ad oggi hanno erogato solo il 2% dei fondi nazionali antiviolenza. Dopo tanto parlare di semplificazioni burocratiche, che guarda caso funzionano se si tratta di snellire l’iter per le Grandi Opere o per norme d’ordine pubblico cosiddette di emergenza.
La situazione complessiva è disastrosa anche se risaliamo all’utilizzo dei fondi negli anni precedenti, visto che ad oggi è stato erogato solo il 56% di quanto stanziato nel 2019, il 67% per il 2018; il 71% per il 2017 e il 74% di quanto stanziato negli anni 2015 e 2016.

Roma, 27 novembre 2021

Quanto ai fondi straordinari per rispondere ai bisogni delle donne durante l’emergenza sanitaria da covid, in troppi casi non sono ancora arrivati alle beneficiarie, a un un anno e mezzo dal loro stanziamento. E solo l’1% delle risorse destinate dal DL Cura Italia alle Case rifugio per far fronte alle spese straordinarie è stato effettivamente liquidato.
Ma non è finita. La prevenzione e il contrasto della violenza sulle donne sono assenti dalle pianificazioni strategiche adottate a livello nazionale con il Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) e la Strategia nazionale per la parità di genere 2021-2026. Come scrive ActionAid: “Si tratta di una decisione che confina i diritti delle donne, compreso quello di vivere una vita senza violenza, a politiche e azioni non integrate alle strategie e alle programmazioni economiche, sociali e culturali che regolano la vita del Paese”.

Sono dati che devono essere divulgati, e di cui va chiesto conto a chi fa parte di questa catena tossica, perché è di fatto corresponsabile, per inerzia o disinteresse, dei mancati aiuti. E’ evidente che le politiche antiviolenza maschile e di genere non sono state considerate dalle istituzioni italiane una priorità da affrontare con le tempistiche e le modalità che un fenomeno così grave richiede e che ha bisogno urgente di un drastico cambio di passo e di mentalità.

Basta leggere i dati: sono oltre 15mila – secondo l’Istat – le donne che nel 2020 hanno iniziato il percorso di uscita dalla violenza presso i Centri. E, nel 2020 – sempre secondo Istat – i femminicidi sono stati 106 (quasi 9 al mese) su 116 rilevati in totale, dove – sarà bene ripeterlo – la maggior parte delle donne (77,6%) è stata uccisa da un partner o da un parente (dato stabile nel tempo): percentuale che nei mesi di marzo e aprile 2020 ha raggiunto rispettivamente il 90,9% e l’85,7%. Il 2021 ha visto un aumento di questo fenomeno dell’8%. Nel 2021 sono più di 90 i femminicidi e 3 i transcidi.

Inoltre, il Dipartimento Pari Opportunità continua a delegare alle Regioni l’onere di implementare quanto previsto dal Piano antiviolenza, lasciando alle amministrazioni regionali la possibilità di scegliere come utilizzare le risorse e quali attività finanziare. Con il rischio di veder aumentare i divari esistenti tra regioni, e di non assicurare la stessa disponibilità di servizi in tutte le parti del Paese. Come infatti avviene.

Abbiamo anche sentito elogiare il reddito di libertà per le donne che fuoriescono dalla violenza, che è una misura ridicola: 400 euro al mese per 12 mesi sono cifre che non possono garantire autonomia e che oltretutto discriminano, perché inaccessibili per le donne migranti irregolari in Italia. Inoltre, i fondi stanziati sono insufficienti perché su oltre 20.000 donne accolte nei Centri Antiviolenza potrebbero beneficiarne solo 625.

Parlando di cifre, nel 2020 il Dipartimento Pari Opportunità ha erogato circa 61,6 mln per prevenire e contrastare la violenza. Ancora una volta, tali risorse sono state prevalentemente destinate a interventi di protezione (58,5 mln di euro, pari al 95%) e in misura residuale (970 mila euro, pari al 5%) ad azioni di prevenzione. Il totale sbilanciamento dei fondi a favore dell’asse Protezione dimostra che in Italia c’è ancora un approccio emergenziale e manca di una visione politica che voglia incidere organicamente sulla prevenzione, di cui a parole tutti riconoscono l’importanza.

Come ha sottolineato Di.R.E., non solo i fondi del piano triennale anti-violenza arrivano con inaccettabile ritardo, ma per il loro utilizzo non sono state interpellate le realtà che lavorano concretamente su questo fronte. Mentre sappiamo che a farsi carico delle azioni di prevenzione, soprattutto primaria e secondaria, sono stati soprattutto i centri antiviolenza che, nel corso degli anni, se ne sono occupati spesso a titolo gratuito e che si trovano a combattere quotidianamente con un numero sempre più alto di persone che hanno bisogno di luoghi sicuri e protetti.

Da questo quadro (e da molto altro) dobbiamo dedurre che l’Italia non è stato finora un Paese per donne. Persino 7 ministre di questo Governo se ne sono accorte, se hanno presentato il 3 dicembre in Consiglio dei Ministri un Disegno di Legge per rivedere alcuni parametri del Sistema Antiviolenza, un iter i cui esiti sono tutti da verificare. Fanno dunque benissimo le ragazze, giovani e meno giovani, insieme a persone LGBTQIAP*+, a denunciare discriminazione e violenza – come in 100.000 hanno fatto a Roma il 27 novembre – e a incalzare con ogni mezzo necessario istituzioni locali e nazionali finché dalle piazze le loro voci vengano sentite nelle stanze del potere di uno Stato ancora misogino e omofobo.

Come diceva un cartello che sfilava il 27 novembre per le strade di Roma: “Sex is cool but have you ever fucked the Patriarchy?”. Appunto.

Ornella De Zordo

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Ornella De Zordo

Ornella De Zordo, già docente di letteratura inglese all'Università di Firenze, e attiva per anni nei movimenti, è stata eletta due volte in Consiglio comunale - dal 2004 al 2014 - per la lista di cittadinanza 'perUnaltracittà', portando dentro il palazzo le istanze delle realtà insorgenti e delle vertenze antiliberiste attive sul territorio. Finito il secondo mandato di consigliera di opposizione ai sindaci Domenici e Renzi, prosegue con l'attività di perUnaltracittà trasformato in Laboratorio politico, della cui rivista on line La Città invisibile è direttrice editoriale.

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