Museo del Novecento. Anzi no

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novecentoFirenze ha finalmente un museo dedicato all’arte del Novecento. Così almeno si presenta con il suo nome il nuovo spazio espositivo aperto sotto le logge del convento delle Leopoldine in piazza Santa Maria Novella. In realtà si tratta della raccolta d’arte del Novecento di proprietà del Comune di Firenze, con aggiunte che non autorizzano in alcun modo a parlare di museo del Novecento, secolo che qui non è rappresentato a livello nazionale e tantomeno internazionale, ma non lo è compiutamente neppure a livello locale, come poi diremo. Siamo certo contenti di rivedere dopo tanti anni almeno parte della Raccolta Della Ragione e anche le altre opere di proprietà del Comune di Firenze che non erano mai apparse in pubblico, ma questo era un atto dovuto, che è andato a risarcire un vulnus protrattosi da troppo tempo.

>>> Ascolta l’intervista a Franca Falletti sul Museo del Novecento andata in onda su Controradio dopo l’uscita su La Città invisibile

Il museo già da molto prima della sua apertura al pubblico ha suscitato un vespaio di malumori e di inquietudini, forse non del tutto infondate. Se il buongiorno si vede dal mattino, che non sarebbe stato un buon giorno lo si è sospettato dal momento del cambio del progetto scientifico, affidato in un primo momento a Ettore Spalletti (Storico dell’arte di provata esperienza e correttezza professionale, che ha ricoperto ruoli di tutto rispetto nella Soprintendenza fiorentina e nell’Università, prima di Udine e poi di Pisa), che vi ha lavorato e lo ha completato prima dell’estate 2013. Il lavoro gli è stato regolarmente saldato, ma purtroppo non è servito a niente. Nell’autunno seguente l’incarico è stato infatti “sfilato”, senza motivazione dichiarata, sia a lui che all’architetto che seguiva il progetto allestitivo ed è stato messo sul binario di arrivo il progetto di Valentina Gensini. I responsabili tecnici dei lavori dovevano essere gli uffici interni del Comune, quegli stessi Uffici, per intendersi, a cui fu affidato a suo tempo il progetto per lo spazio prospiciente la facciata albertiana della basilica Santa Maria Novella e che fu risolto con la posa di panchine in acier-corten, materiale che spolvera ruggine e che d’estate si scalda come una gratella per fare bistecche, con l’aggiunta, fra un posto di seduta e l’altro, di costosissimi schermi al plasma, che naturalmente andarono scassati fin dalle prime notti.

Ma a Firenze il criterio della competenza ha poca storia, evidentemente prevalgono, nelle scelte, altri criteri e raramente la Fortuna predispone le cose in maniera tale che la persona più competente sia anche quella che in quel momento conviene gratificare. Si sa, quella dea lavora con gli occhi bendati. E’ stato così che non un architetto di fama internazionale, dopo Michelucci, ha potuto lasciare traccia di sé in questa città ed è stato così che il primo e per ora unico spazio pubblico interamente dedicato all’arte del Novecento è stato affidato, con metodi e motivazioni che vorremmo ci fossero chiariti, a professionisti la cui esperienza nel campo specifico non era quella richiesta da una città come Firenze e da uno spazio tanto prestigioso.

So, per averci dedicato una vita, quanto tempo e quanto lavoro occorre per capire come si allestisce uno spazio, come si accostano le opere, quali accorgimenti occorrono perché siano correttamente valorizzate e fruite dal pubblico, come è necessario conoscere i materiali per prevenire i danni e sfruttare al massimo le loro potenzialità. Ma so soprattutto che per fare un buon museo occorre conoscere a fondo il materiale che si espone ed avere chiaro il taglio che gli si vuole dare, l’immagine complessiva del lavoro e la coerenza del suo messaggio devono occupare la mente del progettista prima che entri una sola opera negli spazi, situazione che non si è verificata in questo caso, come hanno dimostrato i continui ripensamenti e l’affidarsi per decisioni che evidentemente non si riusciva a prendere in modo autonomo, ora a un artista ora a un gallerista, salvo poi cambiare idea per meri motivi di spazio.

Sono convinta che con questo Museo Novecento non si è fatto un buon servizio né agli artisti e alle loro opere, né alla città e nemmeno a chi lo ha realizzato , esponendolo sotto il profilo mediatico al disopra delle sue responsabilità reali. Le responsabilità reali sono, come è inevitabile, sulle spalle di chi ha indirizzato le cose a monte, cioè dell’allora Sindaco di Firenze Matteo Renzi, che ha agito con quel decisionismo individualista e sprezzante delle intelligenze altrui con cui seguita a guidare il Paese. Il progetto di Ettore Spalletti che arrivava fino agli anni Settanta (per il semplice motivo che le collezioni comunali arrivano a tale data) è stato quindi frettolosamente ampliato fino alla fine del secolo, con aggiunte mal meditate di proprietà privata, che hanno avuto come conseguenza quella di sacrificare spazi già di per sé poco ampi e di scontentare anche gli artisti, non solo quelli esclusi, ma anche quelli prescelti, che in molti casi si sono ritenuti poco o male rappresentati. Fra le reazioni più qualificate è uscita una lettera promossa da Lara-Vinca Masini con la collaborazione di Sandro Poli (pubblicata a stralci sulle pagine fiorentine di un quotidiano), in merito alla quale riportiamo alcuni commenti di Mirella Branca, che aiutano a comprendere, entrando più nel merito alcuni punti critici di questo Museo.

“Ecco, se dovessi dire che cosa mi manca in questo museo, è la percezione del clima nella cultura artistica fiorentina nei primi anni cinquanta, quando Berto Lardera realizzava la sua bella scultura astratta in ferro esposta al Museo nel loggiato del primo piano. Vorrei intendere meglio gli schieramenti delle correnti artistiche in quel periodo, anche attraverso il taglio critico delle gallerie. Oppure vedere messo più a fuoco nel concreto, ancora prima, l’apporto per esempio del dialogo tra scrittori e artisti all’interno delle riviste nel primo Novecento e nella fase tra le due guerre. Vorrei capire quale concomitanza di idee e quale combinazione di fatti hanno portato alla sfilata di moda di Giovan Battista Giorgini nel 1951 o quali apporti sono confluiti nel successo delle manifestazioni del Maggio Musicale. Non mi basta sapere che ci sono stati. Vorrei anche potere cogliere la questione dell’architettura e delle arti applicate, centrali nell’esperienza novecentesca di Firenze, nel vivo del loro formarsi. Mancando una messa a fuoco del rilievo avuto dalla Scuola di Architettura fiorentina già negli anni trenta, non posso capire davvero da dove è nata l’architettura radicale. La sensazione che ne traggo è che ci sia stato, nel predisporre l’esposizione di questa raccolta, un orientamento più forte verso i decenni più vicini a noi, finendo per creare qualche squilibrio sotto l’aspetto della giusta prospettiva storica”

Tuttavia il Museo ora c’è e dobbiamo trovare una strada per far sì che torni utile alle persone che ne varcheranno la soglia, anche perché l’apertura di un Museo deve essere considerata solo il primo (e nemmeno il più significativo) passo di un lungo percorso.

Perciò chiedo all’Amministrazione comunale che si attivi in maniera tale che questo luogo d’arte diventi spazio di aggregazione, di ricerca e di dialogo, come ogni museo dovrebbe essere, dove ci si interroghi sulla storia di questo stupefacente secolo che è stato il Novecento e sul ruolo che la modernità ha avuto e può avere per il futuro della nostra città. E chiedo ancor più che questo venga fatto vincendo i bassi interessi dei poterucoli cittadini e affidandosi a persone scelte in piena libertà e coscienza, fra le migliori sul campo internazionale, perché a Firenze è giunta l’ora di smettere di giocare al ribasso.

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Franca Falletti

Franca Falletti è nata e vissuta a Firenze. Laureata in Storia dell’Arte medioevale e moderna presso la facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Firenze con Roberto Salvini e Ugo Procacci e perfezionata nella stessa materia e presso la medesima facoltà, ha inizialmente svolto attività di libera professione collaborando con studiosi e Istituzioni nel campo della ricerca, della catalogazione e della didattica. Dal giugno 1980 funzionario direttivo della Soprintendenza per i beni artistici e storici delle province di Firenze, Pistoia e Prato, dal dicembre del 1981 è stata vicedirettrice della Galleria dell’Accademia e dal marzo 1992 Direttrice del medesimo museo fino al 28 febbraio 2013.

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