Passaggio a Nord-Ovest: Le Piagge

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panchinaLa parola ‘periferie’ oggi pare inflazionata. Dai fatti di Tor Sapienza ne vogliono parlare tutti. Gli amministratori dichiarano di andare in periferia un giorno sì e l’altro pure, di conoscerne a fondo i problemi, di volersi fare promotori del bello e del nuovo per cambiarne il volto con scuole ecosostenibili e biodinamiche, parchi attrezzati e piste ciclabili lungofiume. Gli architetti del rammendo pensano e ripensano, magari propongono soluzioni a tavolino ma non si sono mai visti, né con troupe televisive né da soli. Forse progettano un auditorium di cristallo in mezzo al deserto, ma ci vuole tempo per quello.

Parlando di una delle periferie fiorentine, le Piagge, ecco il Viper, sorta di bunker di cemento incastonato tra i palazzi, ribalta per band emergenti di grande richiamo ma anche, e soprattutto, mera discoteca diventata un vero incubo per gli abitanti del quartiere, tartassati da musica ad altissimo volume fino alle 4 di mattina, distributore facile di alcool tra i ragazzi e pattumiera a cielo aperto la mattina dopo a causa dei cocci di bottiglie rotte. Ma non doveva trattarsi di avamposto (è una struttura di proprietà del Comune) a servizio della collettività dove tenere concerti sì ma anche fare, che so, musica gratis, corsi di lingue, laboratori di pittura a prezzi popolari, insomma, quasi una sentinella contro la dispersione scolastica degli adolescenti, per come il Comune ne aveva presentato il relativo progetto? E invece, negli anni, le cooperative sociali locali non sono entrate nemmeno negli appalti per le pulizie dell’enorme struttura, come hanno più volte chiesto e nemmeno la proposta di vendere i biglietti dei concerti a prezzi abbordabili per i ragazzi della zona, stimolata dalla attigua Comunità delle Piagge, che da tempo e assai concretamente, lavora sui temi del disagio adolescenziale, è stata accolta. Insomma, in termini di ritorni sociali ed economici, nulla di fatto per chi abita lì. In certi luoghi sembra che nulla abbia il diritto di cambiare davvero: succede alle Piagge, periferia nord-ovest di Firenze.

Il senso di squallore e impotenza ti assale già quando, venendo da San Donnino, percorri la Pistoiese costellata di palazzoni e abitazioni di edilizia residenziale pubblica che, nonostante i recenti restauri, continuano ad essere bruttine. Questa lunga arteria densamente abitata diventa, in alcuni tratti, una pista di Formula 1. Se vuoi attraversare in zona Piagge devi percorrere circa 800 metri per un attraversamento sicuro, cioè con semaforo, in barba ai soldi dei mondiali di ciclismo che erano stati promessi, rispondendo alle richieste di perUnaltracittà in Comune e in Quartiere 5, per la messa in sicurezza degli attraversamenti pedonali di Pistoiese e Baracca. Finalmente, dopo due investimenti (di cui uno mortale) in epoca recente, pare si siano ri-trovati e sarebbe ora sì, perché quelle strisce dove sono avvenuti (all’altezza di Eurospin e Trony) semplicemente, non si vedono, in quanto scarsamente segnalate. Ma torniamo indietro, stiamo alle Piagge, entriamoci dentro, passeggiamo lungo il verde maltenuto anche rispetto ad altre periferie (vedi comparazione foto Piagge e Isolotto in contiguo Quartiere 4) e chiediamoci perché. In fondo non siamo poi così lontani dal centro: in 40 minuti, col 35, siamo in Piazza Stazione e se per periferia s’intendono lontananza e marginalità, la prima non basta a definire questa zona come periferia di Firenze, per lo meno rispetto a certe zone di Roma, Milano o Napoli geograficamente davvero lontanissime dal centro.

auto-rottameQui, con qualche accorgimento, le Piagge, ma anche Brozzi e Quaracchi, sarebbero semplicemente inglobate nella città ed è un peccato perché invece queste zone, che si portano dietro anche una storia suburbana interessante (con Peretola sono definiti “centri storici minori” e una volta erano persino Comuni), le stiamo perdendo. Gli abitanti sono esasperati perché non cambia nulla. Il trasporto pubblico locale è molto carente, non si infila nei vecchi quartieri pieni di terratetti e piccole palazzine di nuova generazione densamente popolate. I nuovi insediamenti, specialmente dalla parte di Quaracchi, sono raggiungibili solo in macchina perché la Pistoiese, unica arteria dove passano gli autobus, peraltro sempre pienissimi e poco frequenti, è parecchio lontana, fino a tre quattro chilometri. Vana la richiesta degli abitanti di essere collegati alla Pistoiese da più agili “bussini”: semplicemente nessuno negli anni, ha pensato di ridisegnare la rete del trasporto pubblico di questa zona per adattarla ad esigenze urbane modificate. Le Piagge, la Pistoiese e strade limitrofe potrebbero contare, in verità, sul treno perché la ferrovia le attraversa tutte longitudinalmente ed è anche vicina ma, come si sa, nessuna politica seria ha aumentato le fermate (anche utilizzando vecchie stazioni), ed i treni per Empoli-Pisa sfrecciano, per lo più senza fermarsi. Paradossalmente, meglio abitare a Signa che alle Piagge, da lì si può fare il pendolare in treno, da qui risulta faticosissimo. E con la tramvia non cambierà proprio nulla per i residenti visto che la Linea 2 servirà solo Novoli, peraltro già ben servita da numerose linee di autobus. E’ questa mancanza di attenzione, in fondo, che fa la periferia, non la distanza materiale dal centro. E il “non-curarsi di” si vede da tante altre cose.

A che vale riempire di fioriere la rotonda di San Donnino per accogliere piacevolmente chi arriva da Nord-Ovest se poi, lungo tutta la Pistoiese (trovando continuità anche nelle più centrali e contigue Via Baracca e Via Pratese), prolificano brutture di ogni tipo? Partendo dalle Piagge si trovano solo supermercati e discount di frontiera, cartelloni ammiccanti a sexy-spettacoli, bar-tabacchi con slot-machine, sale scommesse e sale VLT. Anche i giornalai si sono convertiti, trasformandosi in venditori autorizzati di gioco d’azzardo e la distribuzione dei giornali finisce col diventare completamente residuale rispetto al resto, senz’altro più redditizio. Se nel 2011 una mappatura dei Cantieri Solidali delle Piagge contava circa 160 slot-machine lungo la Pistoiese-Baracca, ora saranno sicuramente raddoppiate e per una sala che non apre perché il Questore non autorizza, altre si allargano come quella dirimpetto al Tenax, promettendo futuri scintillanti ad avventori giovani e fragili. E tutto questo a fronte di una Legge Regionale che dall’ottobre 2013 dichiara guerra alla ludopatia. Ma dove? Non certo qui a Nord-Ovest dove, si sa, la presenza massiccia di cinesi assicura il guadagno a questo tipo di attività e quindi, di fatto, meglio qui che altrove.

Ma torniamo alla geografia del paesaggio e allunghiamo lo sguardo fino alla ferrovia. Qualche parco c’è ma gli arredi sono scarsissimi e gli impianti di illuminazione sempre poco funzionanti, come quelli delle rare piste ciclabili. E dire che, secondo il piano De Carlo sponsorizzato dal Comune ormai dieci anni fa, l’ampia zona verde tra la strada e la ferrovia risultava di un certo interesse in termini di biodiversità e si era ipotizzata persino un’area protetta con percorsi educativi lungo l’Arno. E invece? L’unico intervento massiccio lungo Via Piemonte (di RFI) è servito ad ammazzare gli orti sociali che sorgevano lungo la ferrovia ed ad innalzare terrapieni con finta edera rampicante. Permane la discarica abusiva di Via Lazio ed i giardini pubblici tra via Liguria e Via Marche sono tremendamente vicini a cimiteri di carcasse di auto abbandonate che il Comune non si degna di togliere. Se poi risaliamo verso la Pistoiese da Via dell’Osteria e Via del Pesciolino, scheletri di palazzi mai finiti e cadenti, ruderi industriali su cui manca qualsiasi disegno di recupero (vedi ex-gover), canali maleodoranti come la Goricina che ospita persino disgraziati senza tetto che rischiano di tracimare con la prima piena, e ancora, pseudo-parchi con panchine solitarie che guardano nel nulla e fontane inaugurate con grande enfasi ma mai “annaffiate”, nemmeno per lo sguardo, e ora ridotte a meri pezzi di pietra grigi e inanimati.

Ma chi li mantiene questi giardini? Naturalmente il Comune, ma, evidentemente, assegnandoli a “creativi del settore”, visti i tagli d’erba piuttosto casuali e senz’altro poco controllati. Non sarebbe stato meglio affidarli, con modica spesa, a gente del posto, a cooperative locali, a piccole autogestioni come da anni chiede la Comunità delle Piagge con i suoi inserimenti lavorativi che fanno solo del bene alla collettività? Ormai è provato: chi cura qualcosa che sente come suo, come può essere un’aiuola o un piccolo giardino rionale che ospita i pomeriggi di bambini e anziani della zona, lo fa meglio. Ma a Firenze questo è sempre stato impossibile perché gli appalti per il sociale e il verde li vincono sempre gli stessi.

Fin qui sono i luoghi ma, volendo parlare di chi li abita, dobbiamo pensare ad una umanità complessa, diversificata nelle etnie, stratificata nei bisogni e nelle vecchie e nuove povertà. Qui la disoccupazione giovanile raggiunge dati disarmanti: un ragazzo su quattro è nullafacente e vive spesso in una casa popolare, con scarsi servizi, nessun luogo aggregativo, non una piazza, non una biblioteca. Fortissime la dispersione scolastica e la microdelinquenza. L’amministrazione delle case è affidata alle autogestioni, spesso litigiose e inconcludenti e la politica di Casa S.p.A. è orientata al profitto e calata dall’alto, insensibile ai bisogni, blindata in regole che rendono impossibile tutto, persino le cose più semplici e migliorative, come la mobilità da un alloggio all’altro in caso di necessità comprovata. Alla fine, c’è anche chi si fa giustizia da solo, come è avvenuto recentemente da parte di una famiglia, senz’altro bisognosa, che ha occupato la casa di un’altra famiglia, altrettanto bisognosa, recatasi all’estero per far operare un figlio affetto da grave patologia. Ma chi entra in questi conflitti? Bisognerebbe lo facesse chi governa, con osservatori sul territorio, sportelli aperti per dirimere le liti ed accogliere reclami, rilevazioni statistiche, elaborazioni e adozione di strumenti efficaci, che facciano incontrare domanda e offerta. Alle Piagge il social housing e il cohousing sono espressioni sconosciute: nessun esperimento di questo genere, nessun fondo da stanziare, nessun accorgimento da parte di chi dovrebbe assicurare un alloggio a tutti. E non diamo la colpa agli immigrati e ai rom, per favore, ma alla latitanza della politica intesa anche come cura della polis tutta.

Sì, gli stranieri ci sono ma non passano avanti agli italiani nelle graduatorie per le case popolari perché i criteri stabiliti dalle norme locali favoriscono gli autoctoni o chi risiede in Italia da molto tempo. In più, i giovani immigrati si accontentano di vivere con altri e con la precarietà diffusa e alimentata dall’attuale crisi, non si sognano neppure lontanamente di acquistare o affittare un alloggio in proprio. Sì, anche i rom ci sono ma spariscono in assembramenti temporanei passando, soprattutto dalla chiusura del Campo dell’Olmatello, da uno sgombero all’altro senza rubare la casa a nessuno.

Questa la cornice da banlieue, questi gli appigli per un conflitto urbano latente, questo il microcosmo che rispecchia le contraddizioni globali della paura del diverso, dell’individualismo necessario a difendere il proprio cortile, sia pure precario, sia pure squallido, anche quando non è vero che l’altro lo sta inficiando. Il vero degrado sta nel brutto autorizzato, nelle domande senza risposta, nell’abbandono dei luoghi che diventano non-luoghi, nel senso di impotenza, nella rabbia che cova.

Adriana Alberici fa parte dei Cantieri Solidali, il laboratorio politico della Comunità delle Piagge

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Adriana Alberici

Adriana Alberici è stata Consigliera di perUnaltracittà al Quartiere 5 tra il 2009 e il 2014. È attivista di Cantieri solidali, il laboratorio politico della Comunità delle Piagge. Alle comunali del 2014 si è presentata nella lista Firenze a sinistra per Tommaso Grassi con cui continua a collaborare sui temi del territorio.

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