L’auto-collocamento dei partiti dopo il de-collocamento degli elettori

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Destra e sinistra hanno perso di senso. Lo ripete il politologo Ilvo Diamanti attraverso le sua analisi semi-serie, lo sentiamo vociferare un po’ ovunque: dai bar che frequentiamo ai talk-show di turno. Le ragioni sarebbero molteplici. Qualcuno sottolinea come il movimento centripeto della grande ed eterogenea famiglia socialdemocratica, che ha abbracciato molte delle politiche delle forze liberali, abbia portato al grande consenso neo-liberista che viviamo nell’epoca di TINA (Non Ci Sono Alternative, secondo l’acronimo inglese), stemperando così le precedenti differenze. Altri evidenziano invece l’emergere oppure il ri-emergere di una serie di tematiche che hanno “sporcato” la tradizionale distinzione tra forze più vicine (in forme e gradi sempre variabili) al capitale oppure al lavoro: dal grande ambito ecologista ai nuovi “bisogni”, dall’immigrazione ai sentimenti neo-localistici. Altri ancora hanno invece puntato la propria attenzione verso la nascita ed affermazione di una serie di partiti che rifiutano di auto-collocarsi lungo la consueta asse sinistra-destra.

Senza alcun dubbio, il Movimento 5 Stelle rappresenta qui uno dei casi più interessanti nell’intero panorama europeo. Il partito di Grillo non è però il solo a mostrare un’innata idiosincrasia verso l’antico asse di riferimento. Forze che sono nate con una collocazione politica decisamente più chiara e tradizionale, da Podemos in Spagna fino a giungere al caso limite del Front National in Francia, cercano spesso uno smarcamento dalle ingombranti etichette di partiti, rispettivamente, di “sinistra” e di “destra”.

destra-e-sinistraIn altri termini, gli anni che stiamo vivendo sembrano testimoniare il successo (in termini di simpatie generiche così come di consenso elettorale) di tutte quelle forze che in misura diversa vengono fatte rientrare dagli studiosi di politica nella grande ed iper-generica famiglia del populismo.

Certamente, per quanto interessante, il fenomeno non deve essere ingigantito. Dopo tutto, all’ottavo anno di crisi economica nessuna di queste forze è riuscita ad affermarsi – almeno nei più popolosi paesi dell’Europa occidentale – come principale partito di governo. Ribaltando così un luogo comune e stante la difficile congiuntura economica, verrebbe quasi da concludere che i malmessi e traballanti partiti storici abbiamo tenuto abbastanza bene. Piuttosto, se un fallimento politico esiste questo sembra da ricercarsi in tutti quei progetti che sono partiti dalla banale constatazione che il movimento centripeto delle tradizionali famiglie politiche aprisse praterie a sinistra così come a destra. Oppure, che l’allontanamento da quanto ritenuto il corretto posizionamento potesse essere sterilizzato da un nuovo partito che riportasse già nel nome la sua “vera” natura. Questi sono i partiti dell’auto-collocamento sull’asse sinistra-destra dopo il de-collocamento degli elettori. L’Italia ci fornisce al riguardo un paio di esempi interessanti. Vediamoli rapidamente.

Il primo importante caso è stato quello de La Destra, partito fondato da Francesco Storace nel 2007 in aperto e noto contrasto alle posizioni dell’allora leader dileft Alleanza Nazionale, Gianfranco Fini, ritenute eccessivamente centriste. Poi nel novembre del 2013 è stata la volta del Nuovo Centro Destra, attuale partner di minoranza del governo Renzi. Infine, è storia di oggi, Sinistra Italiana. Cosa unisce queste tre forze politiche apparentemente molto eterogenee? Certamente il riportare all’interno del proprio nome il presunto collocamento assunto sull’asse destra-sinistra nell’evidente tentativo di fornire un appiglio ad elettori immaginati disorientati. Ma non solo questo, perché un altro elemento comune è il carattere fallimentare di questi progetti. Come si sa bene, vendere la pelle dell’orso prima di averlo ucciso è operazione rischiosa ed i sostenitori di Fassina e soci possono aver buon gioco a dichiarare che la nostra aspettativa non sarà confermata dai fatti. Per quanto questo possa accadere, lo riteniamo però altamente improbabile in quanto il loro progetto parte da un tremendo errore: ritenere statico il corpo elettorale. Questo, in realtà, muta continuamente al mutare sia dei rapporti di produzione sia in relazione ai partiti che strutturano la competizione politica, contribuendo almeno parzialmente a far avvertire quali siano le opzioni in gioco. Il movimento centripeto del Pd non crea praterie a sinistra perché questo spostamento ha anche prodotto una mutazione all’interno del corpo elettorale del partito guidato da Matteo Renzi. Non solo questo però, perché nel tentativo di fronteggiare l’avanzata dei nuovi competitori tutti i partiti storici hanno assunto venature (più o meno evidenti) populistiche. Sinistra Italiana otterrà molto probabilmente risultati deludenti perché fa appello ad un voto di opinione chiedendo agli elettori di auto-collocarsi dopo che l’ambiente nel quale vivono li ha portati a de-collocarsi, cioè a non riconoscersi più nelle grandi etichette di “sinistra” e “destra”. Un esempio personale forse potrà aiutare a chiarire il quadro. Qualche mese fa chiesi ad un amico yemenita se lui fosse sciita oppure sunnita. Il ragazzo mi guardò con aria smarrita, prima di ricordarmi che questa dicotomia era il modo in cui gli Occidentali provavano a leggere la politica del suo paese, ricavandone spesso poco visto che l’appartenenza e la lealtà in Yemen non sono tanto confessionali quanto piuttosto tribali. Morale della favola: Fassina e compagnia mi sembrano i classici Occidentali che provano ad attrarre simpatizzanti in Yemen dicendo che loro sono una forza sunnita, oppure sciita.

Questo significa che non esisteranno mai più forze di sinistra in Europa? Certo che torneranno ad esserci, ma un’etichetta non basta per ricrearle. Se il termine “sinistra” ha un suo valore, questo non è certamente nelle battaglie per i matrimoni omosessuali oppure per il verde in qualche piazza delle periferie degradate. Vive e prospera nel confronto tra il capitale ed il lavoro, prendendo decisamente ed inequivocabilmente le parti di quest’ultimo. Sinistra Italiana non è il portato della politicizzazione di questo confronto. Tanto meno assume una posizione non ambigua tra le due forze, cosa che significa – data la presenza di precisi e determinati rapporti sociali di produzione – essere inequivocabilmente a favore del primo. Per di più agisce in un ambiente politico ostile. Insomma, non sembrano esserci proprio tante ragioni per credere che Sinistra Italiana non finirà come i suoi illustri – si fa per dire – predecessori La Destra e NCD.

*Gianni Del Panta è un attivista, studioso di Scienze politiche 

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Gianni Del Panta

Gianni Dal Panta, studioso e attivista politico, è autore di "L'Egitto tra rivoluzione e controrivoluzione. Da piazza Tahrir al colpo di stato di una borghesia in armi" (Il Mulino, 2019).

2 commenti su “L’auto-collocamento dei partiti dopo il de-collocamento degli elettori”

  1. Sergio Simonazzi

    D’accordo sulle conclusioni. Sull’analisi, condivisibile, aggiungerei che partiti e partitini della “sinistra” stanno perdendo consensi per carenze culturali abissali. Quando si prenderà atto di un ridimensionamento doveroso della sacralità del lavoro alienato (molti lavori non servono assolutamente a nulla…) ? Di una “obbligatoria” diminuzione dell’orario di lavoro in presenza di tecnologie sempre più sofisticate (basta leggersi le analisi attualissime di Andrè Gorz)?Dell’impossibilità di questo modello di sviluppo che non rispetta i tempi di rigenerazione della materia (occorrerebbe essere anti capitalisti innanzitutto per conoscenza scientifica…)? Ma quando mai si è sentito
    parlare da parte dei responsabili della sinistra tradizionale di concetto di limite, di problematiche ecologiche non generiche, di critica alla crescita (ovviamente mi riferisco a quella estrattivo-produttiva…), di reddito di cittadinanza e di molto altro purtroppo? Ben vengano, per ora, i Di Maio , i Di Battista, i Morra….

    1. Gianni Del Panta

      Caro Sergio,
      Per prima cosa grazie del commento. Lo ripetiamo da molto eppure non possiamo far altro che continuare a dirlo: una crescita infinita in un mondo finito è logicamente impossibile. Come ben dici te, questo dovrebbe portare – assumendo che il fine ultimo di questo sistema è la costante accumulazione di capitale, ovvero nel linguaggio comune la generica “crescita” – a posizioni anti-capitaliste. Posizioni, e qui nuovamente il tuo parere mi sembra corretto, mai sostenute (neanche a parole) da quella che te chiami la “sinistra tradizionale”. Il mio giudizio sul Movimento 5 Stelle è invece un pochino più sfumato del tuo. Provando a sintetizzare in pochissime battute, direi che questa forza politica mi sembra al tempo stesso spia del malessere sociale e parziale argine alla trasformazione di questo in movimento politico organizzato anti-sistema. Ma sull’argomento spero di aver tempo per tornare con un articolo specifico nelle prossime settimane. A presto e grazie ancora, Gianni

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