Occupare un bene pubblico non è reato

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“Probabilmente l’oscuramento delle menti operata dal pensiero unico dominante del neoliberismo economico impedisce di giudicare come positivi i provvedimenti amministrativi che perseguono finalità non economiche, ma di crescita culturale e personale dei cittadini”, così scrive Paolo Maddalena, ex vice presidente della Corte Costituzionale e fine giurista al fianco della battaglia per il riconoscimento giuridico e politico dei beni comuni, in nome di un uso civico collettivo di quest’ultimi.

ex asilo Filangieri napoliL’amministrazione comunale di Napoli, su proposta degli Assessori alla Cultura Nino Daniele, al Patrimonio Alessandro Fucito e alle Politiche urbane, beni comuni e democrazia partecipativa Carmine Piscopo, ha approvato la delibera che riconosce e inserisce gli spazi dell’ex Asilo Filangieri, da oggi denominato L’Asilo, nei luoghi della cultura destinati alla fruizione collettiva e all’iniziativa civica. Nato due anni e mezzo fa da un’occupazione del collettivo di artisti “La Balena”, ora è diventato “luogo di cultura” con tanto di riconoscimento ufficiale da parte di chi amministra il Comune.

Non solo: l’atto originario costituente dell’occupazione è riconosciuto nella delibera come impulso positivo e propositivo per questa scelta politica virtuosa della Giunta De Magistris. La Giunta infatti ha confermato il contenuto della delibera n. 400 del 25 maggio 2012, che individuava l’immobile quale spazio destinato alle espressioni culturali, affermando l’obiettivo della cultura quale “bene comune” da realizzarsi in maniera condivisa e partecipata. L’ente Comune ha preso atto del sistema di autoregolazione che “gli abitanti dell’Asilo” hanno originato in questi anni, dentro un quadro di garanzie di inclusività e di sviluppo civico previste dall’Amministrazione comunale. Da questa vicenda possiamo facilmente dedurre che un sindaco, in nome dei valori della carta costituzionale, può dare in assegnazione diretta degli spazi pubblici destinati altrimenti al degrado e all’abbandono. Ribadiamo: è possibile! Se c’è la volontà politica, è possibile! Questa delibera – quindi – segna un forte punto di non ritorno per le modalità con cui si conduce e si governa un Comune in Italia. Questa delibera spazza via con un colpo solo ogni esitazione: l’assegnazione diretta di uno spazio sociale abbandonato ad un gruppo di cittadini che se ne prende cura in prima persona non è reato, né la prefigurazione di un avvenire filo-sovietico! Dopo Napoli, non ci sono più scuse né giustificazioni!

Come rete di associazioni e movimenti che si riconoscono nell’unità cittadina del Municipio dei beni comuni ci interroghiamo cosa possa significare tutto questo per la nostra realtà pisana. A Pisa infatti, negli ultimi anni, si sono susseguite diverse esperienze di riutilizzo sociale di spazi vuoti e abbandonati al degrado, esperienze che hanno generato un pensiero politico che ha riconosciuto nello spazio sociale una possibilità di gestione di un luogo come “bene comune”. Negli ultimi anni vi è stata l’esperienza dell’ExColorificio Liberato e del Distretto 42.

Il costituzionalista Paolo Maddalena ha più volte ribadito, assieme ad altri illustri studiosi come Ugo Mattei, Luca Nivarra e Maria Rosaria Marella, che «occorre precisare che i beni appartenenti al Comune sono beni in “proprietà collettiva demaniale” del popolo, nella specie, del popolo napoletano, e che l’ente “Comune”, impropriamente considerato proprietario, è solo “gestore” di questi beni. Ne consegue che gruppi di cittadini che operino come “parte” della “Comunità” dei napoletani, una “parte”, non esclusiva, ma inclusiva di chiunque voglia partecipare, possono utilizzare legittimamente tali beni, che loro appartengono, per fini di utilità generale, come prescrive l’articolo 118, ultimo comma, della Costituzione, secondo il quale “Stato, Regioni , Città metropolitane e Comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli o associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà”».

È doveroso inoltre ricordare che l’art. 42 della Costituzione distingue la “proprietà” in “pubblica” e “privata” e che la “proprietà pubblica” è la “proprietà collettiva demaniale” del popolo, una proprietà “fuori commercio”, diretta, in modo performativo, a soddisfare i bisogni del popolo stesso, secondo quanto prescrive, per l’appunto, il citato art. 42.

Come Municipio dei Beni Comuni abbiamo dimostrato una possibile inversione di rotta rispetto alla speculazione di una grossa multinazionale come la J-Colors, la quale – ricordiamo – ha acquistato il Colorificio Toscano esclusivamente per sussumerne il marchio, delocalizzando in seguito la produzione. Con lo studioso di diritto privato Ugo Mattei abbiamo anche dimostrato come sia costituzionalmente possibile l’atto dell’esproprio di quel bene, in nome dei bisogni e necessità di tutti i cittadini di Pisa. A parte alcune apparenti e superficiali aperture, l’ExColorificio Liberato è ancora vuoto, abbandonato alla voracità dei topi e imprigionato da un lungo e alto filo spinato. Uno scenario tetro incombe ancora su quei tredici mila metri quadrati.

In seguito, dopo due sgomberi e un tentativo di rioccupaizone fallito per una pesante militarizzazione dello spazio, abbiamo tentato la via dell’occupazione di uno spazio pubblico demaniale: il Distretto 42. Qui, ulteriori strumenti politici, giuridici e amministrativi erano disponibili: il dispositivo del federalismo demaniale, i protocolli di intesa tra comune, demanio e ministero della difesa, un’assegnazione diretta alle associazioni, tutte pratiche diffuse nel nostro territorio italiano, tranne che nella città della torre pendente.

Nonostante le promesse di riaprire il Distretto, anche solo in via temporanea, e nonostante il progetto-caserme sia naufragato, nessuna apertura e nessuna possibilità è stata concessa al parco pubblico autogestito Andrea Gallo, nel cuore del centro. Ribadiamo: nonostante il fallimento di ogni riqualificazione speculativa, intendendo per “speculativa” la volontà di costruire immobili di lusso, gentrificando l’intera area del quartiere San Martino.

Non abbiamo altra scelta che prendere atto della presenza nella nostra città di un’ amministrazione cieca e monolitica, arroccata su posizioni arcaiche e fallimentari! Ne sono un esempio le aste andate a vuoto della Mattonaia, ormai destinata a rimanere nel degrado per ancora tanti anni; oppure l’immobile di via Andrea Pisano, la quale, nonostante la variazione d’uso a spazi di aggregazione giovanile, giace ancora nell’abbandono, per merito del miope, strumentale e contorto uso che l’amministrazione Filippeschi fa dei bandi.

Eppure un’altra radicale domanda ci poniamo come Municipio dei Beni Comuni: siamo utopici sognatori? Ci pare di no, vista l’esperienza napoletana. Inoltre, la pratica e l’esperienza hanno mostrato che siamo in grado di riqualificare gli spazi con il lavoro volontario di numerosi cittadini! Ora, con la delibera della giunta di Napoli e l’approvazione del regolamento d’uso civico dell’Ex Asilo Filangeri, con cui abbiamo condiviso il percorso nazionale della Costituente dei Beni Comuni, è chiaro e palese che la strada che volevamo percorrere è un percorso coerente con i valori della nostra Repubblica e della nostra Carta Costituzionale.

Infine vogliamo porre l’accento su quale legalità si concretizza nel governo amministrativo della città della torre. Quale legalità si fa strada: le fideiussioni tossiche, il finanziamento dei privati e la svendita del patrimonio pubblico o un radicale atto di riconoscimento degli atti generativi della democrazia locale dei cittadini? Il Comune di Pisa a questo riguardo che intenzioni ha? Di seguire una pratica virtuosa o di tessere una vera e propria guerra di logoramento con i suoi propri cittadini?

*Francesco Biagi, Municipio dei Beni Comuni Pisa

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