Se questi sono abusivi. Qualche nota e alcuni fatti sull’operazione di sgombero al Villaggio del Poderaccio

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Tutto ha una storia. E la storia è importante. Quando si parla di alcuni gruppi di persone o di determinate parti della città, la profondità che ha generato ciò che ora si vede – la condizione abitativa di alcuni rom – e gli atti istituzionali che vengono compiuti – uno sgombero – non è presa in considerazione dagli attori pubblici che sono coinvolti.

Photo credits © : Silvia Paggi
Photo credits © : Silvia Paggi

 

Il Comune di Firenze con determina dirigenziale del 28/10/2016 firmata da Filippo Foti (Direzione Servizi Sociali P.O. Stranieri e Immigrazione) ha ordinato l’allontanamento di oltre quaranta persone fra adulti e bambini che vengono definiti abusivamente presenti al Villaggio. Le operazioni di sgombero e di abbattimento delle casette dove vivevano è avvenuto a partire dalla mattina di martedì 22 novembre.

Nella Determina molti dati riguardanti le persone destinatarie di questo violento intervento sono sbagliati: alcune date di nascita e addirittura lo status giuridico, ad esempio indicando la mancanza di un permesso di soggiorno quando la persona è cittadino italiano. Un atto amministrativo che per il diritto contiene già errori formali importanti, ravvisa due elementi: il primo è senza dubbio la sciatteria con cui si trattano le questioni inerenti i rom; il secondo è lo stravolgimento dei concetti stessi di irregolarità, di illegalità, di responsabilità pubblica e di responsabilità privata.

Le persone sono tutte parenti di abitanti del Villaggio. Nella maggior parte hanno dovuto occupare casette lasciate vuote o introdurre roulotte perché negli anni i membri delle famiglie sono cresciuti, e qualcuno è diventato padre e madre. Sappiamo che il tempo della vita e il tempo della burocrazia e delle Istituzioni spesso non combaciano, ma qui c’è di più.

Il Villaggio del Poderaccio, infatti, doveva essere una soluzione temporanea: di fatto le famiglie ci vivono da oltre dodici anni. E’ la “temporaneità-stabile” che pervade gli interventi abitativi rivolti alle fasce della popolazione più deboli e che in questo modo vengono indebolite ancor di più. Gli stessi moduli abitativi prescelti portavano il carattere della transitorietà prevedendo una garanzia di dieci anni e dando già dopo pochi mesi i primi segni di usura.

Il Villaggio sorge nell’area di golena dell’Arno e le autorizzazioni speciali dall’Autorità idraulica competente rilasciate a suo tempo al Comune di Firenze non hanno visto ulteriore rinnovo.

E qui nasce il paradosso. Il Comune si trova in una posizione di totale irregolarità poiché l’intervento istituzionale non ha rispettato i tempi dichiarati, ponendo ora l’intero intervento in una condizione di irregolarità di cui l’Amministrazione è responsabile e che investe la vita di 400 persone. Ma, invece di preoccuparsi di questo e dell’assenza di progettualità che caratterizza da molti anni l’atteggiamento istituzionale verso il Poderaccio, lo stesso Comune contesta un presunto abusivismo da parte di 44 abitanti, tra cui 21 minori e 8 cittadini italiani, nati o cresciuti a Firenze, al Poderaccio.

Ci sono generazioni di abitanti della città di Firenze che sono cresciuti in campi, in Villaggi ridiventati campi, in condizioni di separatezza, vedendo o subendo atti di violenza istituzionale, ruspe, dovendo spostarsi, allontanarsi, ricollocarsi.

Da quando l’Assessore Funaro si è insediata come tale non ha mai ricevuto i Rom né ha accettato di andare a vedere il Poderaccio. Ma vi si è recata col Sindaco il giorno dello sgombero e dell’abbattimento della casette: quale dialogo è possibile in situazioni come quelle? Quale conoscenza? Quale comprensione? Aspettiamo ancora un suo riscontro a partire da una lettera che rom e non rom hanno spedito a lei e al Sindaco per essere ricevuti.

Rispetto alla famiglie allontanate dal Villaggio martedì, le soluzioni approntate sono nuovamente all’insegna della temporaneità, oltre al fatto che alcune sono risultate non coerenti tra quelle prospettate alle persone dai servizi sociali e quelle realmente elargite. E’ il caso, ad esempio, di una famiglia alla quale era stato detto che il marito e padre poteva stare con la propria moglie e i propri figli nella struttura durante il giorno, mentre una volta arrivati viene loro spiegato che ciò non è possibile perché non contemplato dalla struttura stessa. Si sono quindi arrangiati presso alcuni parenti la prima notte, ma vedendo che non era una soluzione praticabile, hanno pensato di dover per forza accettare la logica dei servizi che separa le famiglie, ma a quel punto il posto non era più disponibile! Adesso la famiglia (2 adulti e 4 minori) non ha un posto dove vivere.

Ma anche chi ha avuto una risposta e l’ha accettata immediatamente (perché le persone non hanno neanche il tempo di un pomeriggio per capire dove esattamente andranno a finire con i loro figli e a quali regole dovranno sottostare), ha davanti a sé una prospettiva che tutt’al più arriva a coprire l’inverno.

Non è possibile più attendere: occorrono politiche capaci di sentire comprendere sapere.

*Sabrina Tosi Cambini

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Sabrina Tosi Cambini, ricercatrice presso la Fondazione Giovanni Michelucci dal 2005 al 2014, assegnista di ricerca nell’Università di Verona e nell’Università di Firenze, dove attualmente insegna Antropologia culturale.

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