Presenze mafiose e soggetti marginali. Pericoli reali e paure indotte

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Paure indotte e pericoli reali

D’estate si intensificano gli sbarchi sulle coste italiane, le “nostre coste”, quelle che a differenza di tutte le coste del mondo invece che dalla Marina sono pattugliate dal Ministero dell’Interno.
Uno dei vari motivi addotti è che le migrazioni portano la mafia.
Un volantino di un partito di governo, il meno arcigno all’apparenza, titola così: “Obiettivo sbarchi zero”. E’ stato redatto da una parlamentare vicepresidente della commissione sulle nuove mafie.
Mafie mai viste e terribili, come i nigeriani che, se li lasciassimo sbarcare, ci inonderebbero di riti pagani e ci mangerebbero il cuore.
E se un ragazzo che sta sui barconi o sulle navi delle ONG non si è attrezzato prima e quindi non ha nessuna mafia da importare, ci penseranno ‘ndrangheta camorra e i siciliani tutti a trovargli un posto di pusher, bodyguard o killer.

Questa è la vulgata, questo poteva essere anche il pensiero di alcuni di noi, o almeno le immagini che ci sono familiari per averle sempre avute accanto, come Che Guevara o la Madonna di Pompei.

La riprova

In una strada di Firenze famosa per il lusso e le attrazioni turistiche, un bar è sottoposto a sequestro. Era di proprietà di alcuni mafiosi che con diversi prestanome vi investivano denaro sporco ripulendolo, per poi far via via fallire l’attività e ricomprandola, senza versare ogni volta il dovuto in previdenza e assicurazioni.

In quella strada esiste una fitta rete di “cittadini attivi” che spiano dalle finestre quelli che loro chiamano sgnorilmente “immigrati balordi” e li denuncino per un nonnulla. Esistono ben tre comitati di strada facenti capo a un “capostrada” che si sono formati per garantire “ordine e sicurezza” a negozianti e residenti. Ebbene, nessuno si era accorto dei mafiosi, tutti concentrati a monitorare i poveri immigrati .
Adesso però tutti esultano e il comitato di una via parallela, molto meno nobile e assai più malfamata (più carina e movimentata a detta di chi non ha pregiudizi), commenta così la notizia del sequestro:
“Se hanno trovato la mafia lì, chi sa cosa troverebbero da noi!”

Ed eccoci alla nostra Firenze chiusa provinciale micragnosa, che questa iniziativa allo Spazio InKiostro cerca di dotare di strumenti aggiornati per contrastare la mafia dove c’è, senza bisogno di vederla ovunque.

Primo intervento, di grande interesse per la novità dell’argomento trattato, di Francesca Conti.
Si è concentrata su un episodio inquietante e rivelatore della vita fiorentina: un gruppo di vigilantes assoldati da un comitato di quartiere per proteggere alcune zone turistiche dal “degrado”.
Per degrado i benpensanti organizzatisi in apposito comitato intendono chi mangia fesa di tacchino e beve birra seduto sui gradini dei portoni di fronte al vinaio che sfama chi non si può permettere i prezzi dei ristoranti per turisti più ricchi.
A dissuadere questi turisti un po’ straccioni hanno chiamato persone fasciate in una divisa confezionata da loro, un po’ ridicola come quella dei super-eroi: pettorina blu orizzonte con uno stemma, maglietta e jeans tono su tono, grandi occhiali scuri che fanno la faccia feroce.
Francesca Conti ha spiegato le ragioni per cui simili interventi nelle strade cittadine anziché aumentarne la vivibilità le rendono meno sicure, ma ci ha anche informato di un possibile collegamento tra questi vigilants e gruppi di mercenari.
Esiste infatti sopra Scandicci un campo in cui si allenano contractors. Ufficialmente giocano alle guerre simulate, in realtà seguono corsi di sopravvivenza, tiro di precisione per cecchini e tattica militare, a cui si aggiungono corsi mirati alla conoscenza degli usi e dei costumi delle popolazioni presso cui potrebbero essere ingaggiati come mercenari.
Le ditte che forniscono mercenari nel mondo non sono molte e questa è una delle poche italiane che manda realmente i suoi uomini all’estero, tanto che alcuni sono stati fatti prigionieri.
Ebbene, il presidente del gruppo di vigilantes e l’addestratore dei mercenari sono..la stessa persona.
Firenze entra nel business della protezione, un mondo in cui -davvero- si trova di tutto.

Nel secondo intervento Rosa di Gioia e Graziana Corica, alternandosi con grande sintonia ed estrema chiarezza, raccontano alcune vicende di mafia in toscana, una legata anch’essa al business della protezione, altre a commerci leciti e illeciti e al riciclaggio di denaro. Non si tratta di semplice aneddotica o di cronaca nera atta a farci credere che viviamo in un mondo brutto e scuro, al contrario, ascoltandole si ricevono, forse per la prima volta, alcuni strumenti per capire meglio la penetrazione delle mafie, valutarle e comprenderle per quello che sono.
La più preziosa delle indicazioni che emergono dalle loro ricerche è una serie di dimensioni che caratterizzano l’azione mafiosa nella nostra regione. Tre come le dimensioni della spazio, altezza larghezza e profondità. O come gli assi cartesiani: xyz. O ancora, per complicarci la vita, come le tabulae di Bacon: dell’assenza, della presenza e del grado.
Le dimesioni che Di Gioia e Corica ci propongono di tenere a mente sono queste:
.Violenza
.Tipo di attività legale o illegale
.Coinvolgimento di una zona grigia (professionisti, prestanome, funzionari compiacenti…)
Non sempre la mafia in Toscana arriva con gli scagnozzi e i killer, anche se qualche guardaspalle non se lo fanno mancare mai.
Perciò non possiamo fare l’equazione tra mafia e violenza e dire che dove c’è violenza c’è mafia.
Non è neanche vero che le attività dei mafiosi sono per forza esplicitamente illegali, possono essere legali o addirittura benefiche, come la raccolta di abiti usati che la gente dona nelle campane con scritto Caritas: illegale è casomai il modo di procedere nella gestione di queste attività e nell’assicurarsene il monopolio.
Non è infrequente il coinvolgimento di professionisti e funzionari compiacenti ma non è obbligatorio, e non è così esteso da rendere impossibile il contrasto alla mafia. Altro mito da sfatare “Sono tutti collusi”.

Vero è che la mafia c’è, che qualche volta si organizza in forme che ricordano quelle delle regioni di provenienza e che fa affari in diversi settori della vita economica, dai locali notturni, ai ristoranti, alle imprese, al mondo immobiliare.
E’ vero che può assumere le forme di piccole organizzazioni presenti sul territorio perché allontanate dalla loro terra di origine dai tribunali (o da altri mafiosi), ma può anche essere la longa manus che fornisce denaro o che lo prende senza mai farsi vedere.
Vero è che ha un ruolo anche nel traffico di esseri umani, come molte altre organizzazioni che dispongono di ingenti capitali da investire (la Open Society, la Chiesa…), ma non si può dire che detiene una posizione di monopolio o che lo gestisce perché “punta a..”
La mafia punta unicamente a far soldi nei settori in cui può penetrare.
La sua penetrazione in Toscana incontra degli ostacoli per una serie di ragioni che abbiamo provato a sviscerare.
La più nota è la tenuta democratica e la coesione civica delle regioni del centronord. In molti casi anche questo è un mito da sfatare, pensiamo solo al Giglio Magico… E’ probabile invece che sia la seconda ragione a fare da catechon contro le mafie: la presenza di ampi settori dell’economia toscana organizzati secondo logiche consolidate e autoctone che non lasciano spazio alle infiltrazioni mafiose: lavoro sottopagato, appalti poco trasparenti, intrallazzi non sono in mano alla mafia nella misura in cui altre reti con altre storie e altre appartenenze li gestiscono da tempo e con profitto.

A questo punto non potevamo andare via senza sapere cosa è la mafia, visto che i nostri schemi preconcetti erano stati demoliti. Ancora una volta il dialogo ha prodotto la risposta migliore: la mafia, che quando si espande cerca occasioni di affari sul territorio di riferimento, esercita un contropotere, crea un antistato. Certamente la mafia siciliana, la ‘ndrangheta e la camorra, la più presente in Toscana, fanno così, ma anche la mafia cinese. I rapporti tra mafie di diverse nazionalità sono solitamente improntati alla mutua esclusione o alla provvisoria gestione di certi settori. Da sfatare anche il mito di tutte le mafie straniere che non aspettano altro che di mangiarsi l’Italia: queste organizzazioni di solito vessano e sfruttano i propri concittadini, al di fuori di quell’ambiente soffrono la concorrenza delle mafie locali e, come si è detto, delle reti di sfruttamento locali che mafie non sono.
E da un punto di vista accademico forse è sbagliato anche chiamarle mafie.
Ma noi a Spazio InKiostro non abbiamo fatto accademia, ci siamo ritemprati per contrastare la mafia quando la si incontra davvero, buttando via un sacco di luoghi comuni.

*Massimo De Micco

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Massimo De Micco

Massimo de Micco, 1972, fiorentino, essendo cresciuto negli anni Ottanta e Novanta si ritrova una formazione psicologica, una partita iva e una ricca e variegata esperienza professionale nel campo della formazione, ma è anche illustratore,fumettista e cartoonist. Ha partecipato a iniziative culturali, sociali e politiche di varia natura, a condizione che fossero libere, solidali e auto-organizzate, dagli Studenti di Sinistra a Kykeion, da Violetta van Gogh a Black Notes, da Fuoribinario a Radio Cora. E' tra i fondatori del gruppo Palazzuolo Strada Aperta che ha dato vita in questi anni alla Book Bike e si appresta ad aprire a Firenze la Biblioteca Riccardo Torregiani.

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1 commento su “Presenze mafiose e soggetti marginali. Pericoli reali e paure indotte”

  1. Paolo Degli Antoni

    Per deformazione professionale posso testimoniare la significativa presenza mafiosa nella filiera agro-alimentare regionale sia per riciclare denaro sporco in investimenti immobiliari sia a seguito di usura che sfocia nell’acquisizione di importanti quote societarie nell’industria di trasformazione

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