Gasdotto TAP in Italia. NO TAP né qui né altrove / 2

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Le peculiarità del Movimento NO TAP e il lavoro sulle conoscenze

Il movimento No TAP nasce dalla confluenza del Comitato NO TAP con altre entità, singole e collettive, locali ed extra locali, in uno spazio di discussione e azione comune che attira l’attenzione di movimenti e comitati da tutta Italia. Una caratteristica particolare di questo movimento è la sua composizione: eterogenea, intergenerazionale ed interclasse: vi convivono comuni cittadini, soggetti provenienti dalla cittadinanza attiva, dell’antagonismo, dall’associazionismo, dal volontariato, dal sindacato; moltissime persone sono alla prima esperienza di mobilitazione. Vi coesistono identità varie, singole e collettive, che hanno fatto un passo indietro e sono confluite in una struttura informale, eterodossa , a volte confusa, che esula dagli schemi classici dei movimenti sociali. Soggetti che nella loro diversità condividono obbiettivi e lessico comuni oltre a una dimensione di socialità e affettività coltivata quotidianamente. Un vero e proprio movimento popolare.

Un altro punto di forza del movimento NO TAP, che ha fatto da innesco alla protesta e ne continua a rappresentare uno dei cardini è la capacità, straordinaria da parte di una realtà così piccola e isolata, di produrre e diffondere conoscenze alternative. E’ attiva all’interno della dimensione della protesta una continua mobilitazione di saperi, tecnico scientifici ma anche umanistici, giuridici, culturali; questa mobilitazione ha nel tempo generato una commistione di soggetti che fluidificano la loro relazione con le conoscenze e la protesta: esperti, attivisti esperti, esperti attivisti, attivisti che diventano esperti, esperti che diventano attivisti. Tale intreccio ha garantito e sostanziato una permanente e precisa attività di autoformazione e informazione (seminari, report, dossier, note informative, mobilitazioni “culturali”) nonchè permesso di istruire una serie di azioni legali.

La produzione collettiva delle conoscenze, la forte relazione con gli esperti, la capacità di divulgazione degli attivisti hanno avuto un ruolo fondamentale nel mantenimento di un fronte di opposizione: hanno fornito argomentazioni serie e sostanziate al dissenso che sono diventate patrimonio collettivo, hanno prodotto una costruzione di senso condivisa da soggetti diversi e che hanno fatto si che componenti più strutturate (ad es. movimento anarchico) si siano sciolte in una dimensione più grande e abbiano rinunciato a forzature, hanno determinato un cambio di percezione da parte della popolazione locale in relazione alla dannosità dell’opera su scala locale per i suoi effetti sulla salute e sull’ambiente ma anche globale per la sua relazione con il tema dei cambiamenti climatici.

Sono i saperi e la capacità critica da essi sviluppata che hanno strutturato una narrazione del conflitto alternativa a quella maggiormente diffusa sui mezzi di informazione.

 

Le ragioni del dissenso: critiche di sistema

L’opposizione al TAP è motivata da ragioni di diverso ordine. Si parte da motivazioni più specifiche e locali a vere proprie critiche di sistema.

Le critiche di sistema hanno a che fare con i grandi temi della sostenibilità, della sovranità e della corruzione.

In relazione alla sostenibilità, l’opposizione al gasdotto mette in discussione l’opportunità di un ulteriore investimento nei combustibili fossili nel momento in cui gli squilibri climatici di cui sono i principali responsabili, impongono un cambio di rotta nelle politiche energetiche. A questo proposito risulta contraddittoria la posizione dell’Europa, che classifica come strategico il gasdotto ma contemporaneamente redatta la strategia 2050 secondo la quale l’80% dell’energia in Europa entro il 2050 dovrà provenire da fonti rinnovabili. Secondo il commissario europeo per l’energia e il clima Miguel Arias Cañete bisogna abbattere le importazioni del 70% e invertite il altro modo almeno una parte dei 266 miliardi di euro l’anno che si spendono per soddisfare la “sete” di energia. È lo stesso commissario a chiedersi se il gas avrà in Europa lo stesso ruolo che ha adesso ed a definire il gasdotto una “stranded asset”, ovvero un’opera che ha perso la sua ragione d’essere [1]. Secondo il Movimento NO TAP la strada da seguire, a cui alcune sue componenti stanno già lavorando concretamente, è quella della “democrazia energetica”, un modello di distretti energetici autonomi basati su fonti rinnovabili.

Altri aspetti sulla quel il Movimento NO TAP cerca di portare l’attenzione mettono in discussione la teoria che il gasdotto TAP vada incontro alle esigenze energetiche dell’Europa di cui si avvale la narrativa a sostegno dell’opera. Sulla pagina del movimento viene riportato una ricerca dell’Oxford Institute [2] che pone una serie di questioni:

  • L’Italia, che sarà il principale destinatario del gas azero, vanta già un’offerta ben diversificata.
  • In una prospettiva europea, 10 mld mc sono un volume marginale che non scalfirà la quota di mercato di Gazprom quindi i prezzi non diminuiranno di molto.
  • Il SGC odierno è appoggiato dall’UE al fine di ridurre la dipendenza dal gas russo per ragioni geopolitiche e al fine di stimolare la competizione tra diverse fonti di gas; ma questo progetto è una versione fortemente ridimensionata rispetto alle ambizioni originarie, come il defunto Nabucco West, che prevedeva un tracciato diverso che avrebbe eroso la posizione dominante di Gazprom in ampi settori dell’Europa centro-orientale e una capacità di trasporto tripla.
  • il costo stimato per portare gas azero in Europa attraverso il SGC è di 7-8 dollari/MBtu, ossia il doppio del costo marginale sostenuto dalla Russia (3,5-4 dollari/MBtu). Quindi, come è era già ampliamente noto, la diversificazione degli approvvigionamenti è costosa. In ogni caso, il progetto andrà avanti perché i membri del consorzio si sono assicurati contratti di compravendita dalla durata di venticinque anni.

Alla luce di queste considerazioni emerge un’Europa debole sul piano delle contrattazioni e contradditoria nelle politiche energetiche, che investe su un progetto che a fronte dei danni non porterà vantaggi dal punto di vista economico e non inciderà sulla diversificazione delle fonti.

In tema di sovranità, è un dato di fatto che gli enti locali quali comuni e regioni non siano stati coinvolti nella ideazione e progettazione e come l’opera sia stata imposta tramite dispositivi legislativi quali lo Sblocca Italia che hanno ribaltato il potere decisionale degli enti locali e delle comunità; di conseguenza totalmente ignorato l’articolo V della Costituzione sull’autonomia decisionale delle regioni. Il Ministero dell’Ambiente e della Tutela del territorio e del Mare ha firmato il decreto di compatibilità ambientale nonostante il parere negativo espresso dalla Regione Puglia e del Ministero dei beni Culturali. Il decreto di Autorizzazione Unica è stato firmato nel 2015 dal Ministero dello Sviluppo Economico, abilitando la costruzione e l’esercizio dell’opera, approvando il progetto e dichiarando la pubblica utilità e urgenza dell’infrastruttura, anche ai fini degli espropri. Nel 2016 è stata archiviata dalla procura di Lecce l’inchiesta aperta su TAP relativa alla procedura seguita dal Ministero dell’Ambiente per il rilascio della Valutazione di Impatto Ambientale. Nel 2017 la Corte Costituzionale ha giudicato inammissibile il conflitto sollevato dalla Regione Puglia in merito al procedimento di autorizzazione. Dall’iter autorizzativo emerge una logica sviluppista dove lo Stato svolge la funzione di assicurare che il progetto venga costruito, non di vigilare su come la costruzione avvenga, o di assicurarsi che i danni ambientali siano minimizzati e venga scelta l’opzione più favorevole al territorio, e nemmeno di ascoltare le ragioni di chi quel territorio lo abita. Inoltre la totale decaduta dell’ipotesi alternativa di Brindisi nell’iter seguito alla individuazione degli approdi mostra come l’obbiettivo principale non era la riduzione dell’impatto ma quello dei costi. L’approdo Brindisino viene scartato nel momento in cui il Comune, a quel tempo commissariato, impone alla società di approdare nell’aera del Petrolchimico provvedendo alla bonifica. La scelta quindi ricade su Melendugno dove non c’era territorio da bonificare.

L’opposizione del Movimento NO TAP si basa anche sui dei presupposti etici: l’Azerbaijan, il paese dove si trovano i giacimenti di gas da sfruttare, secondo il rapporto annuale Amnesty International limita fortemente la libertà di opinione, associazione ed espressione[3]; l’inchiesta “Lavatrice Azera”[4] ha rivelato che nelle fasi di approvazione del progetto TAP alcuni componenti del parlamento europeo, fra cui il parlamentare dell’UDC Luca Volonté, sono stati corrotti affinché votassero contro il rapporto Strasser riguardante 85 prigionieri politici. Una modalità per formalizzare il rapporto dell’Europa con l’Azerbaijan. Gli attivisti NO TAP respingono dalla loro terra un mega progetto che legittima politicamente un governo autoritario e da esso crea una nuova dipendenza energetica.

*Serena Tarabini

Note al testo

[1] https://www.qualenergia.it/articoli/ancora-piu-dubbi-sui-nuovi-gasdotti-con-la-strategia-ue-al-2050/

[2] https://www.oxfordenergy.org/wpcms/wp-content/uploads/2018/07/Lets-not-exaggerate-Southern-Gas-Corridor-prospects-to-2030-NG-135.pdf

[3] https://www.ilfattoquotidiano.it/2015/09/02/azerbaigian-sette-anni-e-mezzo-di-carcere-alla-giornalista-anti-corruzione-e-litalia-ospita-il-magayacht-del-presidente/2003534/

[4] https://www.occrp.org/en/azerbaijanilaundromat/

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Serena Tarabini

Serena Tarabini, biologa, collaboratrice del Manifesto, Radio Popolare e altre testate indipendenti. Si occupa di conflitti ambientali e solidarietà internazionale.

1 commento su “Gasdotto TAP in Italia. NO TAP né qui né altrove / 2”

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