Carceri: censura e tanatopolitica per l’“umanità a perdere”?

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Un dato di fatto: da quando è cominciata la cosiddetta emergenza Covid-19 e ancor di più da quando s’è avuta la famosa rivolta in diverse carceri il silenzio sulla realtà carceraria sembra diventato legge che nessun media infrange, tranne brevi notizie che trapelano quasi per caso e senza rilanci né conferme e malgrado la tenacia dei militanti più resistenti della causa dei detenuti.

Certo sarebbe più che mai prezioso che i Garanti regionali e quello nazionale garantissero almeno ogni due tre giorni l’informazione sulla situazione della diffusione del virus nelle carceri, i tamponi fatti e i risultati, le misure di prevenzione effettivamente adottate, ecc. E sarebbe anche prezioso che avvocati e volontari e democratici fra il personale del DAP riuscissero a comunicare regolarmente cosa succede. Siamo costretti a basarci sulle scarne e mozzate notizie trapelate…

Ed ecco che ci troviamo davanti situazioni che suscitano tanta inquietudine: come prevedibile nelle carceri il virus circola eccome ma da quanto si capisce si fa ben poco per contrastarne la diffusione. Basti pensare che era stato promesso una sorta di screening a tappeto, cioè tamponi a guardie e detenuti ma pare che il tampone si faccia solo su base volontaria! A rigor di logica visto che l’amministrazione ha ritenuto che la minaccia di contagio potesse arrivare dai famigliari e s’è quindi decretato il blackout dei colloqui e persino dello scambio biancheria e altro, è evidente il principale veicolo di contagio rimasto sono le guardie visto anche che s’è bloccato l’ingresso in carcere di avvocati, volontari ecc.

E allora cosa s’è fatto per testare tutto il personale del DAP? Domanda retorica visto che lo stesso vale per l’assenza di tale prevenzione a tappeto fra le forze di polizia e in certi casi persino fra gli operatori sanitari. Esempi: il 20 aprile si scopre che il rischio di contagio all’interno del carcere di Verona è ormai ingestibile, ma dopo non si sa più nulla; a inizio maggio si scopre che nel carcere di Marassi sono stati accertati 17 detenuti e 13 guardie positivi ma poi non s’è saputo più nulla!

È stato scritto che il carcere è il luogo in cui il distanziamento fisico è di fatto impossibile e che immancabilmente comunica con l’esterno – innanzitutto attraverso i corpi delle guardie. Ma anziché trarre le ovvie conseguenze di questa banale constatazione cosa s’è scelto? La misura di ennesima punizione/afflizione dei detenuti, ossia la sospensione dei colloqui con i famigliari e persino dello scambio – controllato – di cose fra essi e i detenuti. E poi la gran polemica a proposito della misura sulla parzialissima scarcerazione di un’irrisoria percentuale di detenuti che peraltro non avrebbero più dovuto stare in prigione.

Ma ecco che i signori giustizialisti si sono scatenati nel dire che si stavano scarcerando i boss mafiosi. A parte il fatto che in uno stato di diritto democratico anche i boss mafiosi e i terroristi hanno diritti e non sono condannati a morte senza alcun appello. Come ha mostrato Livio Pepino gli scarcerati sono stati tre e non centinaia. E comunque la gara a chi si accanisce di più con una penalità estrema ricorda solo il regime fascista. Ma questo sembra non vada a genio anche a tanti che si dicono democratici. Cosa resta allora da pretendere dai detenuti? Come auspicano alcuni che siano loro stessi a sanificarsi le celle! Che siano loro a cucirsi le mascherine e magari che siano loro a pagarsi il tampone? È questo che si vuole. Oppure che lo si dica esplicitamente che si vorrebbe una bella ecatombe nelle carceri così infine si smaltisce questa umanità a perdere! Non è forse questa la logica che c’è in fondo dietro alla gestione dei morti del Dozza?

È la stessa logica della tanatopolitica che oggi spinge i dominanti a lasciar morire anziché lasciar vivere (la biopolitica) i migranti come buona parte dei popoli dei cosiddetti paesi terzi. Salvo a lasciar vivere ma solo per un po’ chi serve nella raccolta dei prodotti ortofrutticoli ma ripetiamolo solo come “usa-e-getta”. E chissà che a qualcuno non venga l’idea di usare i detenuti “bravi”, i “buon selvaggi” per squadre di lavoro coatto, ma anche loro come “usa-e-getta”. Stiamo esagerando? No, se non ci credete provate per un momento a immedesimarvi nel corpo di un detenuto, provate a scambiare lettere e comunicazioni con un detenuto. Pensate: perché non si dà ai detenuti la possibilità di disporre di un cellulare per ogni cella? Che cosa crediate che ne facciano se ne dispongono? Se le polizie vogliono saperlo hanno abbastanza mezzi per monitorarne le comunicazioni cosa che fanno regolarmente come ben sappiamo con le cosiddette intercettazioni che talvolta gli inquirenti trovano preziose. Allora che segreto di pulcinella stiamo coltivando?

Spiace ma in Italia i democratici si stanno rivelando alquanto codardi. Avrebbero dovuto gridare e protestare con gran forza per difendere i diritti fondamentali dei detenuti, come degli immigrati, come dei “dannati della terra”. Invece si assiste a un silenzio che di fatto diventa complice e la complicità davanti a una deriva che va verso la tanatopolitica ricorda i momenti più bui della storia. Per fortuna anche fra i detenuti sopravvive la resistenza così come l’istinto anche inconsapevole di voler sopravvivere.

*Salvatore Palidda da Diritti Globali

 

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Salvatore Palidda

Già docente di Sociologia generale all'università di Genova. Ha vissuto in Francia, dove, a partire dagli studi all’École des Hautes Études en Sciences Sociales di Parigi, ha avviato la sua carriera di ricercatore. È autore di numerose pubblicazioni apparse in francese, italiano e altre lingue. Il suo recente "Polizie, sicurezza e insicurezza" (Meltemi, 2021) approfondisce il ruolo della polizia italiana, analizzandone le trasformazioni delle funzioni rispetto al quadro generale della sicurezza urbana.

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