La società della cura contro il Far West di Bonomi

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Si dice che ami le immersioni davanti alle più belle isole del mondo, la musica degli anni ’80, la buona tavola e le visioni in anteprima dei film in uscita, ma la vera passione di Carlo Bonomi (un ossimoro per cognome), presidente di Confindustria, sembra il disprezzo per i poveri che non perde occasione per esternare.

Ha ribattezzato l’Italia “Sussidistan”, gridando a squarciagola che nei decreti del Governo c’è solo denaro a pioggia per sussidiare i poveri e nulla per le imprese, “le uniche che possono rilanciare l’economia”.

Bonomi sa che, in questa fase di estesa capacità produttiva inutilizzata, dovuta ai mesi di lockdown, nessuna impresa si azzarderebbe a investire o anche solo a tornare alla produzione pre-Covid, oltre ad essere consapevole che, essendo aumentata esponenzialmente la povertà nel Paese, si è proporzionalmente ridotta la fascia di popolazione con capacità d’acquisto.

Infatti, non chiede piani industriali strategici – per esempio, una radicale trasformazione ecologica della produzione alimentare, manifatturiera, delle reti energetiche e infrastrutturali – ma solo che tutti i soldi a disposizione vadano alle imprese, e più precisamente – data la difficoltà ad investire – ai dividendi degli azionisti.

Ma corrisponde a realtà l’analisi di Bonomi? Guardando i dati non si direbbe proprio: dei 112 miliardi messi a disposizione dal governo per contrastare gli effetti economico-sociali dell’epidemia, alle imprese in senso stretto è andato il 48%, pari a 53 miliardi, sotto forma di agevolazioni ed esenzioni fiscali, contributi a fondo perduto e garanzie pubbliche ai finanziamenti bancari. Se ai sostegni diretti aggiungiamo anche quelli indiretti, la cifra sale a 67 miliardi, ovvero il 60% del complessivo stanziato. Se, infine, calcoliamo anche i 44 miliardi per il Fondo patrimonio della Cassa Depositi e Prestiti, che ha il compito di ricapitalizzare aziende di grandi dimensioni in difficoltà, il quadro diviene ancor più netto: siamo di fronte al più classico “chiagne e fotte”, la vera cifra della cultura d’impresa di questo Paese.

Non contento, il prode Bonomi si è cimentato su un tema ben conosciuto nella corte dei poteri dominanti: le tasse. Vi aspettereste un mea culpa sulla gigantesca e cronica evasione ed elusione fiscale, che ogni anno sottrae 110 miliardi alla ricchezza sociale prodotta? Certo che no; serve “(..) una visione alta e lungimirante, una prova che lo Stato mette tutti sullo stesso piano, senza più alimentare pregiudizi divisivi a seconda della diversa percezione di reddito”. E quale sarebbe? Che anche i lavoratori dipendenti paghino le tasse da soli “sollevando le imprese dall’onere ingrato di continuare a svolgere la funzione di sostituti d’imposta addetti alla raccolta del gettito erariale e di essere esposti alle connesse responsabilità”. Praticamente, l’estensione della possibilità d’evasione fiscale all’intera società, divenuta uguale nello smettere di pensarsi tale, bensì una somma di interessi individuali in competizione tra loro.

Da ultimo, ecco la “rivoluzione” del lavoro, secondo il Bonomi – pensiero: ”Certo che vogliamo i contratti, ma li vogliamo ‘rivoluzionari’; senza scambi novecenteschi tra orari e salari, con l’attenzione all’occupabilità della persona più che al posto di lavoro, con accordi locali o addirittura individuali invece che gli obsoleti contratti nazionali”. E, naturalmente, senza aumenti salariali dato che non c’è inflazione.

C’è un filo logico immediato che sottende a tutte queste dichiarazioni: arriveranno decine di miliardi  dai fondi europei e Bonomi si mette alla testa dell’assalto alla diligenza. Tutti quei soldi – pubblici – devono andare alle imprese e sul loro utilizzo nessuno deve mettere bocca.

Ma c’è anche il tentativo di riassestare le crisi sistemiche del capitalismo, attraverso un modello sociale basato sulla solitudine competitiva, sulla separazione autoritaria e gerarchica, sulla divisione tra vite degne e vite da scarto.

L’esatto opposto di quanto le piazze e le strade di questi giorni, animate dalle azioni dirette di Fridays For Future ed Extinction Rebellion e dalla ribellione di una giovane generazione che chiede giustizia climatica e sociale, provano a mettere in campo: una società della cura, che metta al centro la vita e la sua dignità, che sappia di essere interdipendente con la natura, che costruisca sul valore d’uso le sue produzioni, sul mutualismo i suoi scambi, sull’uguaglianza le sue relazioni, sulla partecipazione le sue decisioni.

La partita è aperta e drammatica, nessun* potrà permettersi di fare da spettatore.

*Marco Bersani, Attac Italia

Articolo uscito in Attac Italia

 

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Marco Bersani

Marco Bersani, laureato in filosofia, è dirigente comunale dei servizi sociali. Socio fondatore di Attac Italia, e tra i portavoce del Genoa Social Forum nel luglio 2001, è tra i principali animatori del Forum italiano dei movimenti per l’acqua che ha dato vita alla vittoriosa campagna referendaria del 2011. È fra i promotori del Forum per una nuova finanza pubblica e sociale.

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