Voci fuori «campo». Intervista a Gilberto Scali sui rom dell’ex Poderaccio

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Dagli anni Ottanta, in Italia fu avviata la costruzione di campi nomadi. L’Italia è diventata così il «paese dei campi» dove molti rom – da lungo tempo sedentari in Jugoslavia – sono stati costretti a vivere in spazi sporchi e fatiscenti.

La Commissione Europea ha affrontato la questione del superamento dei campi, invitando gli stati membri ad elaborare entro il 2020 delle strategie di inclusione dei rom (Comunicazione n. 173 del 2011): ovvero, migliorare l’accesso all’istruzione, all’occupazione, all’assistenza sanitaria, all’alloggio e ai servizi pubblici di base. La Strategia nazionale d’inclusione dei rom, dei sinti e dei camminanti (UNAR 2011), recepite le direttive europee (e censurato «l’uso eccessivo degli sgomberi»), invita a una «programmazione di interventi che coinvolga gli attori locali istituzionali e non, garantendo il raccordo tra le proposte progettuali e le politiche locali, nel rispetto dei diritti fondamentali e della dignità delle persone coinvolte nel percorso di inserimento sociale» (p. 84).

Dopo trent’anni di funzionamento nella periferia ovest di Firenze, nell’agosto del 2020 il «campo sosta per nomadi» del Poderaccio a Firenze – poi diventato «villaggio» rom – chiude definitivamente. Ne parliamo con Gilberto Scali, responsabile di Area Rom e minoranze, della Cooperativa sociale CAT, che, insieme alla Cooperativa Cepiss, si occupa di inclusione sociale e scolastica delle famiglie rom.

Che cosa fa il servizio di cui ti occupi e come si è trasformato negli ultimi anni, specialmente da quando le famiglie hanno cominciato a lasciare il campo?

Il servizio mira a facilitare l’inclusione sociale e scolastica delle famiglie già residenti nei “campi nomadi” situati in via del Poderaccio, e oggi residenti in case popolari. Il servizio è attivo da ventidue anni e ha varie funzioni: la sua trasformazione è strutturale perché progettato insieme alle famiglie rom, con cui condividiamo le prassi. Inizialmente l’approccio era diverso, seguivamo le direttive provenienti dall’Ammistrazione; ma ci rendemmo conto che, senza il punto di vista delle famiglie rom, il servizio era “zoppo”. Senza rivedere continuamente il proprio progetto, senza condividerlo con chi deve usufruirne, senza rimettere costantemente in gioco la formazione, l’aggiornamento, l’interazione, si rischia di avviarsi su percorsi assistenzialitici e non produrre né autonomia, né cittadinanza.

Ultimamente, immagino, grande impegno è stato dedicato alla ricerca di soluzioni abitative. Quali soluzioni sono state individuate dal Comune per le famiglie rom?

Credo che Firenze abbia la percentuale maggiore di famiglie rom assegnatarie di alloggi di edilizia pubblica. I progetti sull’housing rivolto esclusivamente ai rom, che possono anche dare risultati positivi, esulano dalle indicazioni europee, cioè impedire la formazione di ghetti o la segregazione in aree marginali delle città. Ciò accade se, dai campi, i rom li si alloggia in “villaggi ecologici” destinati a soli rom o sinti, o se si ghettizzo in condizioni indecenti. Così non si esce dalla questione discriminatoria.

Le famiglie come vivono il cambiamento dal “villaggio” alla casa popolare?

Le famiglie, da quando le conosco, puntano ad ottenere una casa tramite le graduatorie per l’alloggio popolare. Vengono dal Kosovo, dalla Macedonia, dalla Serbia dove risiedevano in abitazioni vere e proprie. Il «campo nomadi» lo hanno scoperto in Italia: è una nostra invenzione. E così le famiglie hanno dovuto condividere uno spazio con altri gruppi rom mai conosciuti prima di allora, e con i quali non intendevano convivere. Nei campi e nei villaggi si è ricreata da una parte una importante rete di solidarietà, mentre dall’altra – a causa della segregazione urbana – sono cresciute conflittualità e marginalizzazione. Chi esce dal campo mai tornerebbe ad abitarci.

Hai accennato ai conflitti: esistono figure di mediazione nella comunità rom? Sono figure interne alla comunità o provenienti da progetti come il vostro?

Noi si può lavorare sulla prevenzione, ma in maniera marginale. Sono le famiglie rom a insegnare ai bambini come gestire la relazione con gli altri gruppi del campo. La cosiddetta “mediazione dei conflitti” è una materia che i bambini rom, già da piccoli, cominciano a masticare. Infatti sono abilissimi nel capire con chi parlare, come e a che livello. Figure di mediatore dei conflitti esistono, ma non si esplicitano se non all’interno della comunità o dopo anni che li frequenti. A volte lavorano anche a livello nazionale. A Firenze ce n’era uno, ma è deceduto qualche anno fa, era famoso, il mestiere lo aveva imparato da suo padre, da suo nonno e così via. I mediatori veri e propri, quelli riconosciuti dal gruppo, non te lo dicono, si gioca tutto sull’implicito. Altra cosa importante: il mediatore non prende soldi.

Qualche tempo fa, mi accennavi al progetto che ha coinvolto i ragazzi e le ragazze più giovani…

Il progetto, dal 2015, è durato due anni e coinvolgeva ragazzi tra i 14 e i 22 anni. All’inizio verteva sullo stare insieme, sulla condivisione degli spazi (a partire dalla scuola, dal doposcuola e dalla biblioteca), sulla comunicazione interculturale e l’inclusione sociale. Era un progetto molto complesso, vi prendevano parte di 13 partner europei. Abbiamo costruito gruppi di socializzazione, formato operatori e ragazzi rom su tecniche di comunicazione empatica, di comunicazione ecologica, anche attraverso il gioco. Poi abbiamo coinvolto la biblioteca e ragazzi non rom. Si è affrontato il tema dell’abitare nel quartiere (lo stesso in cui si trovava il villaggio rom del Poderaccio) non senza qualche problema: i ragazzi rom del Poderaccio, fortemente marginalizzati, portavano continuamente all’attenzione la vita del «campo» e il desiderio di venirne via, e così qualcuno dei non rom si stancò di partecipare. Tuttavia un gruppo di loro presentò in Comune un progetto di riqualificazione della strada che porta al Poderaccio, poi parzialmente attuato.
Il progetto per noi è stato molto importante: il coinvolgimento dei ragazzi ha significato anche includerli nelle nostre attività cooperative e ha contribuito a ritrasformare il nostro approccio. Poi si è tutto interrotto il gruppo si è disgregato, il gruppo dei ragazzi e non… il fattaccio [il folle inseguimento di via Canova dove perse la vita Duccio Dini, nda] ha creato una frantumazione che a noi e anche ai ragazzi ci ha veramente bloccato.

Ci vorrebbe quella figura di mediatore che dicevi prima?

Ho fatto un gesto che fanno i rom che vuol dire “speriamo”, ma la vedo dura.

Nicolò Budini Gattai

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Nicolò Budini Gattai

Laureato in storia lavora come facilitatore linguistico di italiano L2 nelle scuole primarie e secondarie di Firenze. Fa parte del Movimento di cooperazione educativa (MCE), collabora con la rivista "Cooperazione Educativa" e ha collaborato con "A-Rivista anarchica".

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