GKN. Andrà tutto bene? Solo se il 26 marzo saremo tanti e forse non basterà

Collettivo di Fabbrica e ricercatori della Scuola Sant’Anna di Pisa presentano il piano pubblico per la mobilità sostenibile. Una proposta di reindustrializzazione da difendere con la lotta

Non può esserci una fabbrica salva in un mondo che non è salvo. Sta tutta in questa frase l’innovazione del piano pubblico per la mobilità sostenibile, il piano di reindustrializzazione, presentato dal collettivo di fabbrica ex-GKN insieme ai ricercatori della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa. I ricercatori universitari, economisti ed ingegneri, hanno collaborato con il collettivo fin dai primi giorni dell’assemblea permanente, hanno studiato il processo produttivo, i macchinari, le professionalità, le prospettive di mercato e sono arrivati ad una conclusione: se il settore dell’automotive non ha prospettive in questo paese, che sconta la mancanza endemica di una politica industriale in uno di quelli che è stato il motore dell’economia italiana, allora il rilancio creiamolo dal basso, non rivolto a una singola realtà ma alla società tutta.

Collettivo di Fabbrica GKNPer fare questo non c’è che una strada, quella della sostenibilità ambientale. “Questa fabbrica è un monumento all’assenza di politica industriale in Italia – ha detto Dario Salvetti, delegato RSU ex-GKN -. Abbiamo salvaguardato con l’accordo la continuità dei diritti e la continuità occupazionale, non potevamo salvaguardare la continuità produttiva, perché l’unico modo era cambiare la politica industriale di Stellantis o contenderle il settore dell’automotive. Nel momento in cui la ex-Fiat si ritira dall’Italia e i fornitori seguono questo ritiro, come ha fatto GKN, l’unico modo per risparmiare a questi lavoratori lo shock di un lungo blocco produttivo, fatto di stenti, di incertezze e di ammortizzatori, perché questa è la situazione in cui siamo oggi. Si deve ripartire dalle fabbriche che vengono via via dismesse da questo ritiro, per costruire attorno all’industria italiana autobus, per esempio, una nuova filiera della mobilità sostenibile che noi abbiamo chiamato polo pubblico della mobilità sostenibile”.

Diverse sono le proposte percorribili individuate dal PPMS, alcune realizzabili in tempi brevi, altre da costruire con maggiore respiro. La più semplice è quella di continuare a produrre a Campi Bisenzio elementi di trasmissione, non necessariamente semiassi, destinati però al trasporto pubblico. Un’altra riguarda l’energia pulita, con la riconversione del sito alla produzione di elettrolizzatori per idrogeno verde o impianti fotovoltaici. L’ultima proposta riguarda invece la fabbricazione di sistemi di robotica avanzata, ossia l’industrializzazione di prototipi per “industria 4.0”. Tutte e tre le proposte hanno una prospettiva di lungo respiro, che non si limita al “salvataggio” dell’ex-GKN, ma che si preoccupa anche di come questa operazione possa giovare all’intera economia toscana e alla società tutta. Lo spiega bene Andrea Roventini, docente di Economia alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa: “Il piano innescherebbe una trasformazione del tessuto produttivo toscano, costruendo filiere produttive nei settori chiave delle energie rinnovabili e della mobilità pubblica sostenibile, in linea con gli obiettivi e i fondi del PNRR”.

Ma il PPMS non si limita ad individuare i settori in cui potrebbe svilupparsi la reindustrializzazione dell’ex-GKN, individua anche i soggetti che potrebbero essere coinvolti, il ruolo dello Stato in termini di garanzia, investimenti e ammortizzatori sociali e il rapporto tra fabbrica e università. Il soggetto individuato è Artes 4.0, un consorzio di università, imprese, enti pubblici, laboratori e fondazioni, creato nel 2018 dal Ministero dello Sviluppo Economico, insieme ad altri sette in tutta Italia. Ha sede a Pontedera ed ha contribuito alla redazione del PPMS, garantendone la fattibilità. Non si tratta dell’individuazione di un soggetto che verrebbe a rilevare l’azienda, bensì di un percorso attento e approfondito che è partito dallo studio di una fabbrica per arrivare ad elaborare un progetto di innovazione economica e produttiva a tutto tondo.

Come si finanzia tutto questo? Sicuramente lo Stato deve fare la sua parte, con il fondo di Salvaguardia di Invitalia a fare da garante pubblico e il coinvolgimento, per esempio, delle grandi imprese che fanno parte di Artes 4.0. E a chi sostiene che il piano è bello, ma di fatto irrealizzabile, si risponde con un esempio virtuoso che è già realtà, quello della BredaMenariniBus, salvata nel 2018 da Invitalia, con la creazione dell’Industria Italiana Autobus, compagine societaria che comprende, oltre a Invitalia, due grandi aziende private, Leonardo (ex-Finmeccanica) e il gruppo turco Karsan. Questo per quanto riguarda lo stabilimento principale dell’ex-GKN, l’officina. Ma a Campi Bisenzio è presente anche un edificio, la palazzina nord, che non viene utilizzato e che secondo i ricercatori della Scuola Sant’Anna sarebbe il luogo ideale per un “competence center”, un luogo di alta formazione rivolto sia alla forza lavoro impiegata nel sito, che alle imprese del territorio, percorsi di avviamento al lavoro, laboratori per istituti tecnici e licei. Un vero e proprio distretto della conoscenza, specializzato in industrializzazione 4.0, mobilità sostenibile e generazione di energia pulita.

“La fabbrica diventa così attore sociale fondamentale – spiega Lorenzo Cresti, dottorando di Economia alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa -, diventa luogo di formazione, sbocco lavorativo, centro di ricerca e brevettazione, di formazione. Questo ci permette di cavalcare sfide complesse e fondamentali, come quella della transizione verde”. Non può esserci una fabbrica salva in un mondo che non è salvo. Appunto. Un piano ambizioso e radicale, dettagliato e documentato, fattibile e finanziabile. Un piano che però non è stato preso in considerazione dalla nuova proprietà, che sa della sua esistenza ma non lo ha mai richiesto agli operai.

Loro, la RSU ex-GKN, lo porteranno al prossimo incontro ministeriale e chiederanno la convocazione del Comitato di Proposta e Verifica proprio su questo tema, ma intanto il PPMS, che non si limita a salvare la fabbrica, va difeso come è sempre stato difeso questo sito produttivo. Con la lotta. “Abbiamo un accordo ed entro fine marzo verranno presentati gli elementi essenziali del piano industriale, ma per noi sarà un prendere o lasciare – spiega Dario Salvetti -. Con questo piano diciamo che questa fabbrica avrebbe già gli elementi e le idee per essere reindustrializzata, partendo da competenze e processi che in questo territorio già esistono, con reti di aziende e di start up che già esistono e potrebbero accedere a linee di credito. La reindustrializzazione si farà e si farà con dentro i suoi diritti e il suo collettivo di fabbrica, nonostante il tentativo di farci passare da un lungo ammortizzatore sociale che sta portando molti di noi a fare altre scelte di vita, perché il caro vita e il caro bollette devasta voi e devasta anche noi, soprattutto ora che siamo in cassa integrazione. Andrà tutto bene se il 26 marzo siamo tanti e forse non basterà, ma sicuramente è un passaggio fondamentale. La reindustrializzazione non è un’attesa, è un diritto che va difeso con la mobilitazione”.