Corsica 81, un’occupazione nata dal bisogno e dal desiderio

Dal 5 aprile lo stabile di viale Corsica è di nuovo occupato, ecco le dichiarazioni degli occupanti. A seguire l’articolo.

OCCUPATA DI NUOVO CORSICA 81 ACCORRETE.
NON PER NOI MA PER TUTTI
Abbiamo detto che Corsica è ovunque aprendo degli spazi il giorno dopo lo sgombero perché volevamo dire che sì: Corsica può essere ovunque, che non siamo legati alla esistenza di quelle quattro mura e che non ci spaventa certo uno sgombero perché noi potremmo prenderne altri mille di posti. Potremmo ma no. Ancora non eravamo pronti a dire basta, a fare le valigie ed andarcene dalla nostra casa, a sentir parlare di un posto svuotato da tutta la sua linfa vitale improvvisamente, di un posto murato e destinato nuovamente all’abbandono e alla speculazione come di uno spazio liberato. Oggi abbiamo riaperto l’occupazione di Corsica 81, la abbiamo privata delle catene che la hanno chiusa nelle ultime tre settimane.
Abbiamo detto qualche giorno fa che dieci anni di occupazione non si cancellano con un colpo di spugna, magari perché siamo giovani ma per noi sono tanti. Dieci anni di lotte amori e affetti, in cui centinaia di persone hanno chiamato questo luogo casa, senza aver avuto bisogno di abitarci. Qui abbiamo imparato l’autogestione e abbiamo potuto vivere meglio, senza essere schiacciati dal ricatto del lavoro di merda. Ad una vita votata al sacrificio abbiamo preferito la gioia, qui abbiamo vissuto bene e vogliamo continuare a farlo.
Abbiamo sempre saputo da che parte stare: contro chi devasta e fa profitto, annichilisce le nostre vite in nome del progresso e uccide in nome della pace, contro chi contribuisce all’avanzata del deserto. In una città in cui sfratti, sgomberi e telecamere sono la prima preoccupazione anche in periodo di guerra e pandemia e in cui tutto deve essere votato al consumo e al profitto, in un quartiere che sta cambiando velocemente soggetto come è agli interessi della TAV come dei mille supermercati, non lasceremo che si prendano tutto.
Non siamo del resto noi gli unici a voler far vivere ancora questo luogo, lo ha dimostrato chi è venuto al corteo del 19 e chi ci ha applaudito dalle finestre, chi ci ha scritto un messaggio e chi ci ha accolto con un abbraccio come gli occhi lucidi delle persone che guardavano le finestre murate. Pensiamo che riaprire le porte di corsica sia dovuto ad ognuna di queste persone. Ma anche ai tanti compagni di cammino che ancora non abbiamo incontrato, e che forse potremo conoscere anche grazie a questo sgombero.

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L’occupazione di viale Corsica 81 nasce dal bisogno e dal desiderio. Lo stabile fu occupato nel novembre del 2012 da un gruppo di giovani ragazzi e da nuclei familiari che si organizzavano insieme al movimento di lotta per la casa. Col tempo le famiglie sono migrate verso sistemazioni più stabili, mentre la componente giovanile è rimasta, è cresciuta ed è cambiata nel tempo.

Occupazione Viale CorsicaNata dal bisogno appunto, e dalla volontà di emancipazione, perché il diritto all’abitare va inteso nella maniera più larga possibile e non limitato solo alle situazioni estremamente emergenziali cui lo vorrebbero relegato certi caritatevoli che non si sognano nemmeno lontanamente di affiancare alla pietà la critica della proprietà privata. Il diritto all’abitare riguarda anche gli studenti fuorisede, obbligati a lavorare per pagarsi gli studi, e i giovani proletari che devono condividere con la famiglia case piccole e opprimenti senza potersi liberamente esprimere in un momento cruciale della loro vita. Ma accanto a questo c’è stata sin da subito la voglia di provare a sperimentare forme di vita diverse, dove provare a condividere molto, se non tutto, dai pasti alle esperienze.

Insomma, il tentativo di costruire una vivace comune urbana che fosse tutto il contrario dello stile di vita indotto dalla società occidentale che spinge verso l’isolamento e il consumo. Quello che si è provato a fare, in sostanza, è stato abitare veramente un luogo; senza viverlo come un luogo di passaggio, dove rientrare a dormire poche ore la notte, tra una serata in discoteca e un lavoro mal pagato, ma un ambiente con cui interagire e da modificare secondo i nostri desideri e i nostri bisogni.

Se, come diceva Walter Benjamin, “abitare significa lasciar tracce”, possiamo dire che come occupanti di Corsica abbiamo abitato davvero il quartiere. La sistemazione dell’area cani autogestita in fondo alla strada, che da spazio abbandonato e invaso dalle erbacce è diventato uno dei giardini più frequentati del quartiere; la lotta ecologista contro il taglio scriteriato degli alberi voluto dall’amministrazione comunale, che nel corso di un’estate è riuscita a desertificare una delle vie più verdi di Firenze; il cinema estivo in piazza Dalmazia; le pizzate nel giardino dell’occupazione; i concerti e le presentazioni di libri; sono solo alcune delle molteplici attività che sono state messe in campo nei dieci anni di occupazione. Senza mai volersi porre come modello (i modelli conservano sempre in sé qualcosa di autoritario), ci siamo limitati a mettere in campo le esperienze in nostro possesso. E la soddisfazione più grande è stata vedere come, nei periodi dove le preoccupazioni personali ci allontanavano dalla cura dei dintorni, altri abitanti del quartiere si organizzassero autonomamente facendo tesoro delle pratiche di autogestione che avevamo condiviso.

La comprensione reciproca delle esigenze è sempre stata la base del nostro rapporto col quartiere, ma ci preme sottolineare che queste cose non venivano fatte per ricercare qualche sorta di riconoscimento politico o giustificazione dell’occupazione, ma solo perché per noi rappresentano il modo qualitativamente più alto di vivere. Questa comprensione col quartiere si è vista nella facilità con cui gli abitanti hanno decostruito la narrazione che i giornali facevano dello sgombero e del corteo che ne è seguito, senza che ci fosse nemmeno bisogno da parte nostra di fornire una versione. La storia del quartiere messo a ferro e fuoco non ha retto all’evidenza dei fatti: l’unica cosa di cui si è notato il danneggiamento la mattina seguente sono stati banche e parchimetri, oggetti verso cui è difficile provare simpatia. Anche le promesse sul riutilizzo dello stabile sono state velocemente smascherate: ognuno si rende conto del fatto che il Comune non ha nessun intenzione di investire sulle periferie, che sono redditizie solo in quanto dormitori. Fa ridere da questo punto di vista che le proposte per il riutilizzo di Corsica, dalla biblioteca al centro giovani, siano tutte cose che dentro l’occupazione esistevano già, come se la volontà di migliorare effettivamente la vita di un quartiere passasse totalmente in secondo piano quando questi progetti vengono presi in mano in maniera diretta da chi i quartieri li vive. La capacità di organizzarsi da soli mette profondamente in crisi la legittimità delle istituzioni in quanto gestori di tutti gli aspetti della nostra vita, per questo esperienze come la nostra vengono represse quando rifiutano di integrarsi nel modello dominante.

Il tentativo di organizzare una comune urbana, a differenza di esperienze simili che prediligono luoghi rurali, deve confrontarsi necessariamente col piano delOccupazione Viale Corsica politico. La città è il luogo prediletto di estrazione del capitale, ed è impossibile provare a gestire liberamente la propria vita senza fare i conti con i conflitti che inevitabilmente nascono da questa ricerca di autonomia. Per questo Corsica 81 è stata anche, forse soprattutto, un posto dove si organizzavano lotte. L’autonomia personale è impossibile senza l’autonomia collettiva. La liberazione di uno non può darsi senza la liberazione di tutti. Dalla lotta per la casa a quella per i migranti, dall’opposizione alle grandi opere al sostegno delle lotte sul lavoro, dalla lotta del Rojava a quella contro le disposizioni disciplinari nel periodo della pandemia; poche situazioni ci hanno trovato indifferenti nel corso degli anni. L’attacco che abbiamo subito si può leggere soprattutto in questo senso. C’è una volontà di allargare la speculazione a la messa a profitto dal centro città alle periferie, certo, ma non è solo questo. Quello che fa più paura della nostra realtà è che mostra in maniera palese come altri progetti di vita e di città siano possibili. Progetti basati sulla condivisione e sull’attivazione, e non sulla delega e la speculazione. Progetti radicalmente alternativi a quello che continuano a imporci col cemento e col manganello. Per questo esperienze come la nostra, seppur limitate nello spazio e riguardanti un numero di persone relativamente piccolo, hanno così tanto risalto e possono aiutare a tracciare un sentiero da percorrere. L’idea di città che ci è stata imposta si sta rivelando sempre più insostenibile. Sta a tutti noi cominciare a pensare maniere per uscire da queste costrizioni e immaginare nuove possibilità di vita. Noi abbiamo cominciato.