“Altre armi, altri morti”. Intervista a Carlo Gubitosa di Valentina Baronti

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Alla narrazione del conflitto in Ucraina manca un approccio scientifico, che è quello del diritto internazionale e della storia contemporanea. A dirlo è Carlo Gubitosa, scrittore e giornalista, attivista dell’associazione Peacelink, di cui è stato segretario: “affrontare un conflitto inviando armi equivale a fare i clisteri di candeggina per sconfiggere la pandemia. Solo che in questo caso le conseguenze sono molto più gravi e riguardano molte più persone. La narrazione di guerra si limita a visioni stereotipate, dove ad essere distorte e ridicolizzate sono sempre le posizioni dei pacifisti”.

Cosa chiedono i pacifisti?
Spesso i pacifisti vengono accusati di voler rispondere alle aggressioni militari con le bandiere arcobaleno, ma in realtà chiedono cose molto precise: l’adesione dell’Unione Europea al trattato ONU per la messa al bando delle armi nucleari; il disarmo mondiale, ossia il divieto di commercio di armi; l’intervento civile dell’Unione Europea nei conflitti; il sostegno agli obiettori di coscienza e ai disertori.

Perché queste posizioni non entrano nel dibattito sulla guerra?
Perché tutto è ridotto a rappresentare una società spaccata in due. E allora, se avanzi questi programmi politici sei amico di Putin, così come nel 1999 eri amico di Milosevic se chiedevi di non utilizzare le bombe a grappolo. La verità è che l’Europa ha venduto armi alla Russia per 800 milioni, sottostando agli interessi dell’imperialismo russo da un lato e a quelli geostrategici della Nato dall’altro. Ma così i conflitti non si risolvono, si incancreniscono.

C’è una differenza nella narrazione di questa guerra rispetto alle altre?
L’unica differenza sta nella dirompenza della propaganda attraverso i social, ma le posizioni sono sempre state banalizzate. Stiamo legittimando nell’opinione pubblica l’invio di armi letali ad una parte belligerante e inviare armi significa soltanto perdere meno, con la conseguenza di prolungare il conflitto e aumentare i morti.

A inizio marzo in piazza a Firenze c’erano migliaia di persone a sostegno dell’Ucraina, con tanto di collegamento in diretta di Zelensky che chiedeva la chiusura dello spazio aereo.
Non faccio una colpa alla gente ma piuttosto al sistema culturale che non spiega che cos’è la “no fly zone”. Con quell’operazione Zelensky chiede l’estinzione dell’umanità e del pianeta. E non lo dicono i pacifisti ma il Pentagono! Anche in questo caso c’è una narrazione sbagliata. Le finzioni cinematografiche ci hanno raccontato lo scoppio di bombe nucleari, che fanno sì molti morti ed hanno conseguenze devastanti su un territorio, ma nessuno ha raccontato quello che avverrebbe davvero: l’inverno nucleare, una cortina che si frappone tra noi e il sole, rendendo di fatto impossibile la vita sul pianeta terra. Questo è quello che stiamo rischiando, la terza guerra mondiale termonucleare.

Qual è la soluzione?
Sicuramente non quello che si è fatto negli ultimi venti anni. È stato un fallimento. Io dico semplicemente che nel dibattito devono entrare a pieno titolo le ragioni dei pacifisti, l’ipotesi di un corpo civile di pace europeo che lavori nel lungo periodo sulla ricucitura dei conflitti, l’utilizzo di armi non letali, lo spostamento dei finanziamenti bellici in operazioni umanitarie pubbliche. In sintesi: salvare vite umane. Di questo si dibatte da anni nei consessi internazionali, anche in quelli militari, ma non ne parlano i singoli governi e tanto meno l’opinione pubblica. Quella armata non è l’unica soluzione anzi, prima di arrivare a quella si dovrebbero vagliare tutte le altre ipotesi. Siamo sicuri di averlo fatto?

Valentina Baronti da Fuori Binario, giornale di strada, aprile 2022

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