A partire da due testi sul desiderio (terza parte)

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Terza parte (qui la prima, qui la seconda) (Qui il pdf con i brani riuniti)

“Ripartire dal desiderio” è un’operazione indispensabile per il movimento femminista dice oggi giustamente Elisa Cuter. Andare cioè in una direzione capace di immaginare un mondo senza il capitalismo, un “comunismo acido” capace di mettere al lavoro il desiderio, risponde Mark Fisher. Per questo l’alleanza tra controcultura e lotta di classe non è giunta a giuste nozze alla fine degli anni sessanta quando una contingenza storico sociale ha visto le due istanze presentarsi contemporaneamente sul palcoscenico della storia in tutti i paesi dell’area occidentale. Ma anche negli anni ’70 in Italia “quando i movimenti uscirono dal riduzionismo economicista e inclusero la dimensione dell’inconscio [e quindi del desiderio] nel processo della soggettivazione sociale” (Bifo, p. 284). Questo anche perché questa enunciazione e questa consapevolezza fa emergere un nuovo soggetto politico che non coincide in tutto e per tutto con il femminile, quello c’era già, aggiunge Cuter. Questo soggetto è il femminismo nel momento in cui porta il sesso (e il desiderio tutto) al centro del discorso creando scompiglio. È questo scompiglio, quello che nelle sue articolazioni le più nascoste, come in quelle le più palesi, che Elisa Cuter prova a raccontarci anche per uscire dalle secche della militanza politica che sembra ripiombare in quegli stessi meccanismi che sconfissero il ’68.

Una sinistra di classe che si smembrava in un pulviscolo di gruppuscoli identitari e settari che per quanto riguarda il “merito dicono tutti la stessa cosa. Ma sono radicalmente contrapposti nel loro stile” (Deleuze e Guattari, p. 66). Una polarizzazione multipla inspiegabile se si trascura la centralità della pulsione desiderante e l’opera di soffocamento della stessa. Bisognerebbe prendere atto di come “la dirigenza di alcuni gruppuscoli si accostò ai giovani con uno spirito repressivo per arginare il desiderio liberato al fine di incanalarlo”, dice Guattari (in Deleuze e Guattari, p. 67). Situazione che frena a tutt’oggi molti tentativi di ripresa della conflittualità sociale che si vorrebbe di nuovo disciplinare con una visione ascetica della militanza e con l’occultamento del desiderio.

Ma è una storia lunga. Anche sul piano del desiderio, e della controcultura corrispondente, le cose non erano e non sono così facili. Dove le femministe portavano al centro del discorso la fase riproduttiva dell’organizzazione sociale dominata dal patriarcato produttivo, i maschi discettavano su forme di cura di sé auto referenziali. Da qualche parte dell’Anti Edipo Deleuze e Guattari buttano là una battuta sulla latente omosessualità dei maschi occidentali. La cultura occidentale e la democrazia stessa, girerebbero infatti intorno a forme di associazionismo dalle quali venivano escluse le donne. Con valori positivi quali quelli dell’amicizia come apertura all’altro che però escludeva il vero altro: le donne. I Greci che amministravano la polis affermavano infatti il valore della parresia, della capacità cioè di dire il vero nell’enunciazione pubblica che però avveniva tra soli maschi il più isonomicamente conformi. Un’isonomia che si ottiene non scongiurando le differenze sociali ma escludendole (gli schiavi, le donne, gli stranieri). La parresia sarebbe allora alla base della democrazia: “E perché ci sia democrazia deve esserci parresia” dice Foucault (p. 153). Ma la parresia è anche un’etica della verità, una verità che sgorga dal logos, dal rapporto sodale e dialogico dell’Assemblea che non si deve confondere con la retorica, “quello strumento con cui chi vuole esercitare il potere non può che ripetere molto puntualmente ciò che vuole la folla, oppure ciò che vogliono i capi o il Principe. La retorica è un mezzo che permette di persuadere la gente ad abbracciare posizioni che sono già le sue” (Foucault, p. 221). La parresia può invece veicolare il desiderio, ma anche viceversa, il desiderio può informare e determinare la parresia. La parresia può essere una sua manifestazione, una filia che però, nella cultura occidentale (e non solo), ha escluso le donne e tante forme di desiderio che permettono l’incontro con l’altro in senso esteso. La scrittura infine uccide la capacità della parresia di rapportarsi con la verità; si uccide il detto, la voce e il desiderio che è alla base della relazione, del dia-logo; si silenziano le voci anche quando erano maschili. La verità stessa la decide da allora in poi il despota, la scrive il despota. La democrazia diviene da allora un sistema politico per interposta persona.

Le cerimonie, il sacrificio, il pasto rituale documentano l’esclusività della politica all’universo maschile dell’Occidente. La polarità uomo/donna si riproduce in quella spiedo/paiolo. Lo spiedo (che oltre a essere attrezzo è anche un’arma) del cacciatore maschio, un modo di cucinare semplice, direttamente sul fuoco anche lontano dal villaggio, dall’oikos – l’universo familiare dominato dal femminile e dal paiolo sul focolare domestico – ottiene il monopolio del rituale sacrificale greco. Dopo l’uccisione dell’animale – anch’essa una prerogativa esclusivamente maschile – questi si scambiano i bocconcini arrostiti allo spiedo e in particolare le splancha (le interiora) che vengono distribuite tra i sacrificatori e subito consumate. Le viscere rappresentano infatti la cosa più viva e preziosa che la vittima possiede e, quindi, il loro consumo assicura la massima partecipazione al sacrificio. Se poi studiamo i rituali di amicizia e la distribuzione delle carni nei sacrifici si vedrà che per quanto riguarda le relazioni sociali e gli scambi tra maschi, esse sono, guarda caso, dominate dalle splancha arrostite che secondo un rituale ben definito vengono offerte ai presenti con un ordine relativo alla loro appartenenza sociale, caratterizzando così la cucina maschile come espressione della relazione politica e della rappresentanza (cfr. qui).

Desiderio e piacere non sono la stessa cosa ma sono collegati. Ed è in questo collegamento che si rivela l’azione dei dispositivi di consenso del capitale, quella risposta che il regime sovietico cercava nell’abbondanza di cui parlavamo sopra e che era incapace di produrre, mentre gli Americani invece la ostentavano. Una ricerca edonistica del piacere e una, almeno in parte, risposta, tutta giocata sul singolo, su forme di individuazione che nell’era digitale si acutizzano smorzando la carica eversiva del diritto al piacere. “La felicità è sovversiva quando diviene collettiva” diceva uno slogan degli anni ’70, ci ricorda Bifo (p. 285).

Ma perché il capitalismo riesce a snaturare e deviare il desiderio? È perché ha fatto un’operazione prima: l’Occidente ha individualizzato il piacere. Nella prima bozza della Dichiarazione d’Indipendenza, Jefferson scrisse che ci sono due verità sempre valide: che tutti gli uomini sono creati uguali, e che Dio ci concede tra i diritti inalienabili la vita, la libertà e the pursuit of Happiness (la ricerca, il perseguimento della felicità). Non la felicità, ma la ricerca che diviene allora un diritto inalienabile dell’individuo. Questo significa che ogni persona deve ricercare la felicità e se non la raggiunge è una sua sconfitta e non una sconfitta sociale. Con questa indicazione apparentemente magniloquente si getta le basi dell’individualismo nelle democrazie occidentali. Il piacere stesso è allora legato all’individuo e non è più connesso con il desiderio e con la relazione desiderante. Non è più quella eccedenza pulsionale e creativa che esiste al di là dei bisogni, costringendo il desiderio e il piacere stesso a convogliarsi verso l’appagamento. Il piacere diventa una conquista. Si riferisce perciò alle cose o alle persone ridotte a cose, si trasforma in un’acquisizione. È l’edonismo individualista e competitivo delle società dei consumi che pervade l’immaginario occidentale. È la stessa cosa del concetto occidentale di libertà che consiste nella libertà di possedere qualcosa e di ricercare quel possesso. La felicità viene allora confusa con il benessere economico che l’America era capace di produrre e l’economia sovietica no. La società della competizione è così l’arena di una permanente guerra civile.

L’infatuazione per la datificazione del mondo – unico modo per monetizzare le piattaforme digitali – fa crescere esponenzialmente la competizione. Ogni cosa è sottoponibile a un giudizio, ognuno compete e giudica l’altro come in “Caduta libera” una puntata della serie tv Black Mirror. I tempi di lavoro dilatati, la messa al lavoro del tempo libero, liminano il tempo del piacere. Paolo Godani parla di “piacere che manca”. Flussi di desiderio scorrono allora senza trovare uno sbocco aumentando e diffondendo la frustrazione che non riesce a trovare sfogo. La vita online e non in presenza accresce gli effetti di questi tagli del desiderio, la frustrazione si trasforma sempre di più in risentimento che costruisce i propri nemici, in genere le persone che sembra abbiano più successo, l’élite culturali e non i più ricchi, i padroni, il capitalismo. Il fenomeno degli incel è esemplare. Maschi che, nella presupposizione di avere naturale diritto al sesso, giustificano la loro incapacità di trovare un partner in quanto monopolizzata dai maschi alfa. Il risentimento sociale cresce così nelle bolle della rete ed è così convogliato verso le doti di avvenenza e non verso i conflitti di classe. Così come l’odio verso l’élite culturali, contro il politicamente corretto e l’emancipazione femminile che esse diffondono, ha aperto la strada a una forma di revanscismo che promuove l’ignoranza e difende i privilegi del maschio bianco risentito anche per l’impossibilità di incanalare i flussi di desiderio verso quel femminile divenuto sfuggente. Una forma di autocoscienza maschile retrograda, patriarcale e fascista che le bolle dei social e dei forum in rete permettono e facilitano.

Il nesso desiderio piacere è l’energia che rende possibile la conoscenza etica, dice Bifo (p. 282). L’etica e non la morale è un criterio di organizzazione della realtà a partire dall’altro. L’etica e propositiva, la morale è prescrittiva, nega. L’estetica è una forma di etica. L’etica è un potenziale morfogenetico, nel senso che fa emergere le cose dal continuum indistinto della percezione spuria. E lo fa secondo delle convenzioni che si stabiliscono nei rapporti. È dunque intermediata dal desiderio. Il desiderio stesso è creatore dell’altro come polo attrattore e come dinamica dialogica in senso esteso, come dialogo anche dei corpi. Le convenzioni sono infatti forme comunicative non soltanto linguistiche. I rapporti mediati dagli strumenti digitali, per come sono usati e implementati oggi, riducono invece l’etica a una forma di morale mediana stabilita in termini probabilistici; a morale dominante dove l’intermediazione del desiderio non è più necessaria. La creazione del senso è qui controllata e definita dall’algoritmo, non ci sono scambi, contatti, scontri. I sensi sono superflui in special modo quelli prossemici, il tatto, il gusto e l’odorato. Il soggetto è monoliticamente astratto. Manca di plasticità e di elasticità. Al massimo è un soggetto di competizione ma non con l’altro, ma con una definizione dell’altro determinata statisticamente. Con un target così costruito. La propensione desiderante non trova sponda, al massimo dei feticci e la sensazione di impotenza (anche di quella amatoria) e la frustrazione conseguente, dilagano. “Il desiderio è il re nel regno dell’immaginario” (Bifo, p. 284). È mitopoietico, è lo strumento in grado di creare delle possibilità che ci strappino dal “caosmo”, una contrazione tra cosmo e caos come ci suggerisce Guattari. Adesso questo lavoro lo fanno le macchine. È questo il senso profondo del deep learning. Deep sta infatti per profondo ma anche, e per conseguenza, oscuro. È questa la black box, la scatola nera che non rivela ma che nasconde. Nei sistemi complessi infatti la concettualizzazione della scatola nera è un sistema che permette di verificare, partendo da condizioni iniziali date, che si ottengano dei risultati precedentemente teorizzati, il tutto senza poter “vedere” ciò che accade all’interno della black box stessa. I passaggi e i processi interni alla scatola nera, insomma, restano ignoti a chi è chiamato a verificare l’esattezza del risultato finale. L’algoritmo, per vie imperscrutabili ai sensi umani, pesca nelle oscurità profonde del caosmo delle corrispondenze con le quali crea i suoi pattern che non sono quelli che gli umani creano relazionandosi. Per di più queste corrispondenze non derivano da un processo di tipo causale ma possono servire per scoprirne uno non altrimenti rivelato. È questa la “fine della teoria” secondo quella forma di pensiero iper-accelerazionista alla Kurzweil.

Si crea dunque una scissione che separa desiderio e piacere. Anche cedendo a una visione riduzionista, per la quale il piacere sarebbe infatti soltanto una scarica di serotonina e dopamina prodotte da varie attività tra le quali i rapporti intraspecifici favoriti dall’ossitocina, quest’ultima avente una funzione di tipo desiderante, la mancanza di relazioni – l’averle rese in un certo senso superflue – non farebbe cessare il desiderio ma lo disgiungerebbe dal piacere che si dovrà così appoggiare a qualcos’altro: i feticci, appunto.

Indicazioni bibliografiche di tutte le parti

  • Alexandre Kojève, Introduzione alla lettura di Hegel. Lezioni sulla «Fenomenologia dello Spirito» tenute dal 1933 al 1939 all’Ecole Pratique des Hautes Etudes raccolte e pubblicate da Raymond Queneau, Adelphi, Milano 1996
  • Giorgio Agamben, L’aperto. L’uomo e l’animale, Bollati Boringhieri, Torino 2002
  • Francis Spufford, L’ultima favola russa, Bollati Boringhieri, Torino 2016
  • Mark Fisher, Il nostro desiderio è senza nome. Scritti politici kpunk/1, minimum fax, Roma 2020
  • Mark Fisher, Desiderio Postcapitalista. Le ultime Lezioni, minimum fax, Roma 2022
  • Elisa Cuter, Ripartire dal desiderio, minimum fax, Roma 2020
  • Gilberto Pierazzuoli, Il lavoro è una cosa «seria». Apologia della festa, ombre corte, Verona 2020
  • Claude Moussy, Gratia et sa famille, PUF, Parigi 1966
  • Gilles Deleuze e Felix Guattari, Macchine desideranti. Capitalismo e schizofrenia, ombre corte, Verona 2012
  • M. Foucault, Il governo di sé e degli altri. Corso al Collège de France (1982-1983), Feltrinelli, Milano 2009
  • Franco Bifo Berardi, Il terzo inconscio. La psicosfera nell’era virale, nottetempo, Milano 2022
  • Fèlix Guattari, Caosmosi, Mimesis, Milano 2020
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Gilberto Pierazzuoli

Attivista negli anni 70 . Trasforma l'hobby dell'enogastronomia in una professione aprendo forse il primo wine-bar d'Italia che poi si evolve in ristorante. Smette nel 2012, attualmente insegnante precario di lettere e storia in un istituto tecnico. Attivista di perUnaltracittà.

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