Spesa militare aumentata del 46% nei paesi Nato-UE

Nel periodo 2013-2023 in Europa le spese militari hanno registrato un aumento record (+46% nei Paesi NATO-UE; +26% in Italia) trainato dall’acquisto di nuove armi (+168% nei Paesi NATO-UE; +132% in Italia). Il rapporto di Greenpeace.

Ancor più dopo l’escalation del conflitto in Ucraina, «i Paesi europei hanno imboccato la strada della militarizzazione». A dirlo è il rapporto Arming Europe, commissionato ad accademici da Greenpeace Italia, Germania e Spagna, che analizza l’impatto degli investimenti in armi nel Vecchio Continente e in particolare in questi tre Paesi. Con la guerra in Ucraina le spese militari per il 2023 dovrebbero aumentare di quasi il 10% in termini reali rispetto all’anno precedente». Ma il trend di crescita è costante e dura da tempo.

«NEGLI ULTIMI DIECI ANNI – denuncia ancora il rapporto – le spese militari dei Paesi Nato dell’Unione europea (considerando le definizioni e i dati della Nato) sono aumentate di quasi il 50%, passando da 145 miliardi di euro nel 2014 a una previsione di bilancio di 215 miliardi nel 2023 (calcolata a prezzi costanti 2015): un importo superiore al Pil annuale del Portogallo».

Le nazioni dell’Ue che fanno parte dell’Alleanza atlantica «spendono l’1,8% del loro Pil per le forze armate, avvicinandosi all’obiettivo del 2% fissato dagli Stati uniti e dalla Nato stessa». In Italia «la crescita della spesa per le armi (+132%) tra il 2013 e il 2023 supera anche quella della spesa pubblica in conto capitale per la costruzione di scuole (+3%), ospedali (+33%) o impianti di trattamento delle acque (che ha registrato addirittura un trend negativo: -6%)». Se nell’Unione europea le economie com’è noto sono stagnanti, in netto contrasto è quindi l’acquisto di armi ed equipaggiamenti. «Nell’aggregato dei Paesi Ue della Nato – ricostruisce il rapporto di Greenpeace – tra il 2013 e il 2023 il Pil reale è aumentato del 12% (poco più dell’1% in media all’anno), l’occupazione totale del 9% e le spese militari del 46%, quattro volte il reddito nazionale».

I risultati dello studio “Arming Europe” mostrano che la militarizzazione è un “cattivo affare” anche in termini puramente economici.” scrivono, concludendo come “L’aumento della spesa militare sta portando l’Europa su una traiettoria di minore prosperità economica, minore creazione di posti di lavoro e peggiore qualità dello sviluppo. Maggiori spese per l’ambiente, l’istruzione e la salute avrebbero invece migliori effetti economici sulla produzione e l’occupazione e, soprattutto, sulla qualità di vita e dell’ambiente. La scelta è nostra.”

«Qual è l’effetto economico della spesa militare in termini di crescita e occupazione?» e soprattutto «come si può confrontare con la spesa pubblica per l’istruzione, la sanità e l’ambiente?». Spendendo 1.000 milioni di euro in armi l’effetto sull’occupazione «sarebbe di 6.000 posti di lavoro aggiuntivi (a tempo pieno) in Germania, 3.000 in Italia e 6.500 in Spagna».

Ma se la stessa cifra viene utilizzata per l’istruzione, la salute e l’ambiente, «l’impatto economico e occupazionale è maggiore». In termini di nuovi posti di lavoro, in Germania 1.000 milioni di euro «potrebbero creare 11mila nuovi posti di lavoro nel settore ambientale, quasi 18.mila nell’istruzione, 15.mila posti nei servizi sanitari». In Italia, «da 10mila nei servizi ambientali a quasi 14.mila nell’istruzione». In Spagna «sarebbe compreso tra 12.mila nuovi posti di lavoro nel settore ambientale e 16.mila nell’istruzione». L’impatto sull’occupazione è quindi «da due a quattro volte superiore a quello atteso da un aumento nella spesa per le armi».

QUINDI, IN TERMINI ECONOMICI, «la militarizzazione è un «cattivo affare». Gli armamenti «stanno assorbendo una quota crescente delle risorse che i Paesi dedicano alle nuove capacità produttive, alle nuove tecnologie e alle nuove infrastrutture». Provocando minore prosperità economica, inferiore creazione di posti di lavoro e una peggiore qualità dello sviluppo. Inoltre, in termini di sicurezza, «un’Europa più militarizzata difficilmente potrebbe risolvere gli attuali conflitti». Anzi, «una nuova corsa agli armamenti – aggiunge il rapporto – rischia di destabilizzare ulteriormente l’ordine internazionale intorno all’Europa».