In quattro è una banda di Michele Piccardi

Il sottotitolo: “ Volevamo cambiare il mondo. E avevamo ragione”, sarebbe sufficiente per capire dove il lettore andrà a sbattere il capo leggendo le 200 pagine di questo bel romanzo. Si dice che gli anni ’70 in Italia hanno portato tanto di positivo, sia dal punto delle conquiste sociali e politiche, che dal punto di vista soggettivo, di chi ha contribuito allo svilupparsi di rapporti di forza favorevoli a chi tentò l’assalto al cielo, a chi riuscì a gettare il cuore oltre l’ostacolo.

Ebbene, Piccardi ci riporta a vivere quel clima, anzi per chi non c’era, mette in atto l’aspetto che dobbiamo tenere come riferimento: conoscere per capire. Tantissimi i riferimenti sui quali sarebbe opportuno e necessario soffermarsi: l’eroina; il parlare che spesso e volentieri va al di là del consentito, la resistenza, i tedeschi, i fascisti, la fame, i democristiani ladri, le guerre mondiali. Chi ha vissuto un periodo determinante per il protagonismo sociale si ritrova, tra funerali e il sentirsi ogni tanto, a porre fiducia solo ed esclusivamente nella vecchia banda, nel ritrovarsi e capirsi, compagni ed amici; nel confondersi nella massa giovanile emergente e dirompente.

Gli anni che furono e che non ci sono più avevano dei ruoli ben precisi, ruoli di riferimento a cui non ti potevi sottrarre: il CAPO, il mandante e allo stesso tempo l’icona, e la conceria, figlia del boom economico, che produceva le lotte contro la nocività, e poi i morti sul lavoro con le botteghe dalle saracinesche abbassate, l’inquinamento anche sul cibo, il conflitto capitale/lavoro con gli operai che bloccano le vie di entrata e di uscita, e lo sviluppo da una parte dell’autonomia, con la a minuscola, le rapine con il finanziamento dei cosiddetti gruppi di fuoco e dall’altra chi dava i soldi a chi nel territorio si opponeva alla nocività dilagante; e ancora, il rapporto uomo/donna; le stragi di stato, l’internazionalismo; chi si dedica ad una sorta di “banditismo” e chi invece pensa e si attiva per una presa del palazzo d’inverno; il sindacato divenuto punto di rottura generazionale con il rinnovo del contratto dei chimici e dei metalmeccanici, nonostante che la classe operaia abbia bisogno di risate.

Poi, nel romanzo di Piccardi, c’è chi, nonostante gli anni passati, mantiene attiva una struttura che aiuta i compagni in difficoltà, nonostante le lotte siano in fase di attenuazione; chi si è pentito e chi è diventato direttore di banca; chi, ormai da tempo, vive in un suo mondo e si rifugia nel dipingere riversando sulla tela la propria sofferenza, chi scimmiotta riferimenti irraggiungibili e mette in atto la fotocopia di altri rapimenti che raggiungeranno le cronache nazionali.

Ma oltre ad i ruoli assunti soggettivamente, con le partite a calcetto, sono stati determinanti i luoghi di ritrovo, luoghi identificati, costruiti ad hoc, come in questo caso il Circolo Combattenti e Reduci, il luogo più bello del quartiere, la casa, la famiglia allargata vissuta e voluta, e lo studio della viabilità per le vie di fuga, perché scappare è più difficile che colpire.

Che dire in conclusione, che abbiamo perso tutto? no certo che no, come si legge in queste pagine, non mi pento, lo rifarei, anche se nulla sarà più come prima. Alla prossima! e grazie a Michele Piccardi per averci dato un filo rosso che tiene insieme passato e presente, sempre più necessario in tempi di rimozione, e che queste pagine siano uno stimolo nell’andare avanti verso qualcosa di accettabile.