I consigli di lettura di Gilberto Pierazzuoli

Gli schiavi del clic. I lavoratori di Amazon Mechanical Turk

Prima segnalazione (doppia), non è una novità ma l’ho scoperto soltanto di recente: Il Gioco della Guerra di Alice Becker-Ho e Guy Debord (moglie e marito) la cui traduzione è stata pubblicata da Giacometti e Antonello nel 2019. Debord e sua moglie lavorano all’ideazione del gioco alla fine degli anni 70, quando erano giunti alla conclusione che le trasformazioni avvenute avevano reso inefficaci le critiche avanzabili tramite alcuni strumenti, il cinema in primis, e avevano trovato nell’espressione ludica un’ultima possibilità di fare presa sul mondo per riuscire a cambiarlo. Il libro contiene la mappa, “il tabellone” e le pedine per giocare. Il gioco ebbe poca diffusione non tanto perché la simulazione non funzionasse ma perché le regole erano troppo complesse e fu quindi superato da giochi più schematici e semplici come il Risiko. Siamo alla crisi petrolifera che mette fine ai “trenta gloriosi”, quando si cominciano a realizzare le reti che sposteranno verso il digitale il modello di sviluppo capitalistico. Di questo ne fa testimonianza la seconda segnalazione, questa del 2023: la traduzione del libro di Alexander Galloway, Incomputabile. Gioco e politica nella lunga era digitale, Meltemi, Sesto San Giovanni Milano, mentre l’originale era stato pubblicato da Verso nel 2021, libro che contiene un capitolo dedicato al gioco partorito dalla coppia situazionista come loro lascito rivoluzionario.

Passiamo poi alla traduzione più attesa dagli ambientalisti di fede marxista (in fondo da tutti noi): L’ecosocialismo di Karl Marx di Kohei Saito, Castelvecchi, Roma 2023. Un fenomeno editoriale incredibile: mezzo milione di copie in Giappone. Un libro che, lavorando su parte del materiale inedito di Marx, porta alla luce la critica al produttivismo che il pensiero marxista avrebbe contenuto e sponsorizzato, in barba agli effetti ambientali negativi che quest’atteggiamento produceva. Libro credo fondamentale anche se si inserisce in quel filone di pensiero per il quale il marxismo non è un metodo (aggiornabile) ma una verità rivelata alla quale attenersi alla lettera. Una malattia epistemologica (metodologica) diffusa che ci fa esultare ogni qual volta troviamo in un brano di Marx qualcosa che fa da pezza teorica per quello che vogliamo dire.

Terza segnalazione, questa volta di narrativa, di narrativa di genere fantascientifico. Se il secolo sarà cinese, lo è e lo sarà probabilmente sul filone della tecnica. Ecco che la fantascienza cinese sarà anche quella che più ci sta restituendo e restituirà opere significative: Il Problema dei tre corpi di Liu Cixin, edito da Mondadori nel 2017, forse il romanzo di fantascienza contemporanea cinese più famoso a livello internazionale, un autore con un passato di ingegnere e che pone grande attenzione alla fondatezza scientifica delle sue storie. Il libro ha un seguito, diventerà una trilogia, tutta da leggere con la medesima soddisfazione.

 

Narrativa non romanzata. L’ambientalismo è ormai declinato al femminile? Donna Harawai, Isabelle Stengers, Karen Barad, Anna Tsing, Adele Clark e le italiane: Federica Timeto, Angela Balzano e Antonia Anna Ferrante. Ci sono poi i vari intrecci tra femminismo e ambientalismo, tra ambientalismo e antispecismo e ancora con razzismo, genere e ambiente. Segnalo perciò Undrowned. Lezioni di femminismo nero dai mammiferi marini, di Alexis Pauline Gums edito da Time0 la casa editrice fenomeno editoriale dell’anno. Un manuale per imparare dalle balene a fare la rivoluzione. Il massimo!

Altro testo di narrativa non romanzata. Un altro “taccuino di appunti” questa volta non sui mammiferi marini, ma sulla musica nera. Tra fantascienza e theory fiction, diviene il primo rappresentante dell’afrofuturismo. Si tratta di Kodwo Eshun, Più brillante del sole. Avventure nella Fantasonica, per Nero, Roma 2023. Un “manifesto di un’era prossima ventura in cui i concetti di razza, autenticità e appartenenza deflagrano in miriadi di frammenti piovuti dal futuro” (qui).

L’Agamben che più amo, quello più lontano dalle cronache e vittima delle interpretazioni più ingenuamente fantasiose e faziose dell’opinionismo mainstream. Un libricino elegante come è elegante il formato del catalogo della Quodlibet di Macerata con le copertine bianche e autore e titoli con un carattere dal corpo ben leggibile ma non gridato. Giorgio Agamben, La voce umana, 2023. Raccoglie due testi uno propriamente intitolato La voce umana, più l’altro: La voce come problema filosofico, il testo di una lezione inaugurale tenuta all’Università statale di Milano il 24 ottobre del 2017. Un libro politico, anzi prepolitico, inteso come luogo originario e fondatore, della politica, quindi surpolitico. Il luogo dove si forma uno dei concetti determinanti la politica. Parlare della voce è infatti dire di ciò che è umano e di ciò che nega l’umano. Tutto il resto sono coriandoli al vento. Meno di cento pagine che ci raccontano «Le fratture insanabili che percorrono in vario modo la cultura umana, divisa in un polo irrazionale ed estatico e in uno razionale e conoscitivo, in inconscio e coscienza, fede e ragione, ispirazione e riflessione, […]» (p.87).

E, per finire, una grande filosofa contemporanea, Elettra Stimilli, che per Neri Pozza ci propone Filosofia dei mezzi. Per una nuova politica dei corpi, Vicenza 2023. Dove indaga quello che reputo il dispositivo di assoggettamento più potente di sempre: l’indebitamento che caratterizzerebbe la natura stessa del capitalismo e attraverso il quale ci sentiamo sempre in difetto e in colpa. Per questo il capitalismo vince. È su questo che dovremmo confrontarci, sui nostri debiti, sui nostri sensi di colpa. Bisogna sbarazzarsi di tutto questo. I corpi hanno bisogno di questa libertà; di superare la dialettica che intercorre tra mezzi e fini, potenza e atto. Non sto qui a dire come. Ne riparleremo, spero, a fine lettura.