Referendum costituzionale sulla giustizia: a Firenze nasce il Comitato per il NO

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Diversamente dalla sinistra, la destra ha un progetto politico lucido e perfettamente coerente con le sue radici ideologiche. Si può riassumere nella famosa frase di Giorgia Meloni “Questa Nazione va rivoltata come un calzino” (notare “Nazione” piuttosto che “Paese”). Per farlo, è implicito, va smantellato pezzo per pezzo l’opposto progetto di democrazia sociale – che la sinistra ha rinunciato da tempo a fare suo – delineato nella Costituzione scaturita dalla Resistenza; un progetto che la destra non ha mai digerito.

A questo compito di smantellamento, il governo Meloni si sta dedicando con grande impegno. Si tratta di un lavoro già iniziato con leggi ordinarie quali il decreto sicurezza, ma che non può andare in porto se non vengono prima infrante le barriere erette dai Costituenti contro il pericolo di un riemergere di derive autoritarie. Le prime barriere da abbattere sono quelle poste dalle democrazie liberali con il principio della separazione dei poteri.

L’attacco è già sferrato con la riforma dell’ordinamento giudiziario, ingannevolmente chiamata separazione delle carriere. Ingannevolmente, perché, dato che di fatto tale separazione esiste già, è chiaro che non può essere quello il vero obiettivo della riforma. Così come è chiaro – anche per “voci dal sen fuggite” di esponenti della maggioranza – che l’intento è quello di arrivare a porre in primo luogo i pubblici ministeri sotto il controllo del governo, mettendo nel mirino anche i giudici.

Questa riforma, che pur indebolirebbe notevolmente la magistratura nel suo complesso, non basterebbe, è vero, a conseguire pienamente questo risultato; ma con la rigida separazione della magistratura requirente da quella giudicante sancita con lo sdoppiamento del CSM, ne è il necessario presupposto. I passi successivi potranno essere fatti con leggi ordinarie, come è avvenuto in tutti i paesi che hanno seguito questa strada.

Che l’intento sia quello, lo indicano del resto proposte di leggi ordinarie già presentate in Parlamento come quella (DDL. S. 993) che, senza toccare l’art. 112 Cost. che stabilisce l’obbligatorietà dell’azione penale, indica quali siano i reati che dovranno essere perseguiti con priorità, costringendo quindi i Pm ad applicare le direttive della maggioranza di governo. Così come lo fanno temere anche certe dichiarazioni relative alla polizia giudiziaria, la cui disponibilità potrebbe essere sottratta alla magistratura.

Ma al progetto politico della destra non basta liberarsi della separazione dei poteri cara alle democrazie liberali. Per realizzare l’obiettivo della concentrazione del potere è necessario fare piazza pulita anche delle barriere ben più solide poste dalla democrazia costituzionale, in nome della quale l’art. 1 Cost. afferma che la sovranità appartiene sì al popolo, che la esercita però nelle forme e con i limiti previsti dalla Costituzione. I Costituenti volevano così difendere la democrazia anche dalle possibili ubriacature del popolo sovrano, provocate con abili campagne mediatiche di propaganda. La fragilità delle barriere poste dalle democrazie liberali era infatti ben chiara ai Costituenti che avevano assistito alla progressiva demolizione dello Statuto Albertino con leggi ordinarie. Introdussero quindi il principio della rigidità della Costituzione che prevede che le modifiche costituzionali siano approvate con una procedura aggravata che contempla anche la possibilità del referendum senza quorum, come quello che ci aspetta appunto sull’ordinamento giudiziario. Non solo, hanno anche previsto organi di garanzia che si aggiungono alla magistratura a presidio dello Stato di diritto. Ovvero la figura del Presidente della Repubblica come custode della Costituzione e quella del giudice delle leggi impersonato dalla Corte Costituzionale.

La destra quindi, per portare a termine il suo progetto autoritario, deve mettere sotto controllo questi due organi. A questo deve servire quella che Giorgia Meloni ha chiamato “la madre di tutte le riforme”: il premierato. Sarebbe quello il vero coronamento dell’azione del suo governo, che sancirebbe la definitiva rottamazione della Costituzione del ’48, democratica e antifascista. Il progetto del premierato ha due pilastri, l’elezione diretta del premier una legge elettorale con premio che assicuri una solida maggioranza alla coalizione vincente che esprime il premier. Dopo mesi di silenzio, prima a beneficio dell’autonomia differenziata e ora a beneficio della riforma della giustizia, Il progetto è stato di recente rilanciato da Giorgia Meloni. L’obiettivo del premierato consentirebbe alla coalizione vincente, sovra-rappresentata dal premio, di eleggere alla Presidenza della Repubblica un suo esponente, dato che dopo il terzo scrutinio l’elezione può avvenire con la sola maggioranza assoluta del Parlamento in seduta comune. E, conseguentemente, la maggioranza di governo potrebbe acquisire anche il controllo della Consulta visto che, su quindici giudici, cinque sono eletti dal Parlamento e cinque sono nominati appunto dal Capo dello Stato.

I supremi organi di garanzia e di tutela della democrazia costituzionale sarebbero così asserviti al potere politico. Spazzate via tutte le barriere preposte alla tutela della democrazia, potrebbe proseguire indisturbato l’attacco già in corso a fondamentali diritti di libertà come la libertà di espressione, la libertà di insegnamento, la libertà di stampa, la libertà di riunione, con l’obiettivo, già all’ordine del giorno dell’attuale legge di bilancio, di colpire lo Stato sociale in quanto tale, con l’appiattimento della progressività del sistema fiscale e con un rinnovato impulso alle privatizzazioni secondo il credo economico neoliberista a cui la destra politicamente illiberale aderisce pienamente. Con buona pace non solo dei principi costituzionali di eguaglianza e di solidarietà, che la destra peraltro non ha mai considerato suoi, ma anche di quello di libertà di cui, paradossalmente, si finge invece paladina.

Ecco il progetto politico della destra. A questo disegno autoritario che vuole rottamare la Costituzione antifascista, le forze di sinistra devono contrapporre il progetto di darle piena attuazione, come non è ancora stato fatto. Attuazione e difesa ovviamente, a cominciare dall’imminente referendum sull’ordinamento giudiziario. L’auspicio di chi ha a cuore la democrazia può solo essere quello di vedere travolto da una valanga di NO questo primo fondamentale pilastro del programma della destra.

A Firenze il 13 gennaio nasce il Comitato fiorentino per il NO. Partecipiamo alle 17.30 all’assemblea al Circolo Arci di piazza de’ Ciompi.

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Augusto Cacopardo

Augusto Cacopardo ha insegnato Diritto ed Economia nelle scuole superiori. Ha condotto ricerche etnografiche nel Pakistan settentrionale. Attualmente è docente a contratto di Ricerca etnografica e Antropologia della violenza nell'Università di Firenze. E' attivo dagli anni .80 nei movimenti per la pace e per la difesa della Costituzione.

2 commenti su “Referendum costituzionale sulla giustizia: a Firenze nasce il Comitato per il NO”

  1. gavino wladimiro fadda

    Perfettamente in linea e profondamente convinto della giusta linea indicata dall’articolo, mi spiace solo che da 93enne non posso essere attivo dinamicamente alla iniziativa del Comitato per il NO ma cercherò di proporlo ovunque riesca a condividere un contatto. Mai in sì lunga esperienza di vita lavorativa, personale, familiare, di volontariato, avrei pensato di avvicinarmi a finirla osservando tanta miseria politica e culturale e sono inorridito dalla grettezza e dalla incultura che da ovunque per qualunque problematica il Potere politico potesse arrogarsi diritti di tanta vergognosa ripulsa ad ogni logica e ogni rispetto della Storia di “Chi” siamo e perchè lo siamo! Spero solo e vivamente che se il “Senso dello Stato” è morto, rimanga e si risollevi il “Buon Senso” civile di chi ha nel sangue gli insegnamenti della più profonda socialità. g.wfadda

  2. Davvero un bell’articolo. E’ riuscito in poche righe a sintetizzare la questione di fondo.
    Questa prima battaglia non è affatto facile. Non solo perché i giudici storicamente in Italia non sono ben visti, ma anche perché un’ampia parte della cosiddetta sinistra e’ favorevole al loro controllo.
    Ma non ci arrendiamo per questo, anzi, forse è l’occasione per fare chiarezza.

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